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L’Italia s’è destra
“La Riforma della Giustizia”: Progetto Nazionale accende i riflettori sulla legge di riforma Meloni-Nordio e punta il dito contro “le sentenze creative e la politicizzazione di una certa magistratura”. Da Palamara agli…Acchiappacitrulli
Pubblicato il 14 nov 2024
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Stop alla “occupazione” di “una certa parte della magistratura” di un campo di potere che non le compete come quello della politica.
E avanti tutta con la Riforma della Giustizia di iniziativa del governo, prevista dal disegno di legge costituzionale cosiddetto Meloni-Nordio, che introduce nuove norme in materia di ordinamento giurisdizionale, con particolare riferimento alla separazione delle carriere dei magistrati.
È il messaggio di fondo che viene lanciato alla conferenza “La Riforma della Giustizia” (sottotitolo: Dal “Sistema” che ha condizionato la politica italiana alla “legge Nordio”), che si tiene all’Hotel Leopardi di Verona ed è promossa dall’associazione culturale Progetto Nazionale, il laboratorio politico dell’area di destra, e oserei dire destra pura, presieduto dal vicentino Piero Puschiavo.
Da sin.: Piero Puschiavo, Piero Porciani, Roberto Bussinello, Daniele Trabucco (foto Alessandro Tich)
“La magistratura è un’istituzione che spesso si sostituisce allo Stato, condizionando un certo tipo di politica - osserva Puschiavo introducendo i lavori -. Il centrodestra ha avuto il coraggio di mettere mano a questo argomento.”
In altre parole, l’anomala commistione tra magistratura - ovvero una parte di essa - e politica rappresenta un nervo scoperto dell’ordinamento democratico, tenuto per troppo tempo sotto anestesia.
Ma secondo il punto di vista di Progetto Nazionale, grazie all’esecutivo Meloni è giunto finalmente il momento di prendere di petto il problema.
Insomma, per interpretare il pensiero dei promotori del convegno: l‘Italia s’è destra.
L’ospite più atteso alla conferenza di Verona tuttavia non c’è, per cause di forza maggiore.
È il dottor Luca Palamara, un “ex” per antonomasia: ex magistrato, ex presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) ed ex membro togato del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura).
Protagonista di una tumultuosa biografia professionale, grande accusatore del fenomeno delle correnti all’interno della magistratura, radiato nel 2020 dall’ordine giudiziario, è salito sugli allori e sulla graticola - a seconda dei punti di vista - per il suo libro-bomba, scritto in forma di intervista con il giornalista Alessandro Sallusti, “Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana”.
Costretto a casa da un’influenza, Palamara si collega comunque telefonicamente con i partecipanti all’incontro per portare il suo saluto.
“Serve un racconto critico su un percorso riformatore - afferma l’ex magistrato -. Sul tema dell’eccessiva politicizzazione di una parte della magistratura occorre una classe politica che deve essere in grado di intraprendere questo percorso.”
Il leitmotiv della “eccessiva politicizzazione di una parte della magistratura”, nella fattispecie a sinistra, e del percorso di riforma che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) cambiare le regole del gioco è il filo conduttore degli interventi dell’incontro.
Roberto Bussinello, di Progetto Nazionale, avvocato di Verona e volto storico della destra veronese, punta il dito su quella parte di magistratura che “interviene a tempo per colpire gli avversari politici”, dai tempi di Mani Pulite e di Craxi, passando per Berlusconi, fino al recentissimo “caso Toti”.
Ancora Bussinello espone la tesi, che sarà più volte ripresa dagli interventi del convegno, della odierna applicazione da parte della sinistra della “teoria gramsciana dell’infiltrazione nelle “casematte” del potere dello Stato: la giustizia, la scuola, la stampa”.
E in questo senso sostiene che “una parte della magistratura” è affiancata proprio “dal giornalismo, dalla stampa” che offre “una rappresentazione volutamente malevola delle leggi approvate o in via di approvazione, come dimostrano le polemiche sulla riforma Nordio”.
“Noi non siamo contro la magistratura - precisa Bussinello -. Esiste però una magistratura che ha delle sentenze che sono “creative” e che vanno ad incidere sull’aspetto sociale e civile. Noi dobbiamo intervenire, anche legislativamente, perché questo non accada.”
Già: riforma Nordio o riforma Meloni-Nordio che dir si voglia.
Ma di cosa stiamo esattamente parlando?
Spetta al professor Daniele Trabucco, docente universitario di Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato, l’arduo compito di spiegarlo con parole comprensibili ai non addetti ai clamori.
E spetta anche a me, nel riportarlo in sintesi, fare altrettanto.
Come illustra il prof. Trabucco, il disegno di legge costituzionale del governo, attualmente depositato alla Camera, “va a toccare alcuni articoli della Costituzione, in particolare il titolo IV della parte II” che riguarda la magistratura e, nella fattispecie, il CSM, l’organo di governo della magistratura italiana, all’interno del quale si intende limitare il più possibile il “correntismo ideologico”.
La riforma - che in questa sede riduco all’osso, altrimenti dovrei scrivere un libro - distingue la carriera dei magistrati giudicanti (giudici) da quella dei magistrati inquirenti (pubblici ministeri) e prevede l’istituzione di due CSM distinti: un CSM per la magistratura giudicante e un CSM per la magistratura inquirente.
La grande novità, oltre alla separazione dei CSM, è costituita dal fatto che di entrambi fanno parte di diritto - come già accade adesso per il CSM unico - il presidente della Repubblica, che li presiede, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione.
Tutti gli altri componenti, togati e laici, vengono invece estratti a sorte.
“Il sorteggio - si chiede e sostiene il prof. Trabucco - permette di eliminare la correntocrazia? È problematico, perché non evita possibili consorterie e gruppi ideologizzati tra i componenti sorteggiati dei due CSM. È una procedura che ha bisogno di correttivi.”
E qui chiudo la parte di questo articolo dedicata alla cosiddetta riforma Nordio o Meloni-Nordio, perché con tutte queste correnti mi verrà il torcicollo.
Ma l’appuntamento veronese è soprattutto l’occasione per stigmatizzare un certo orientamento della magistratura a travalicare i limiti delle proprie competenze in senso politico e la causa (non giudiziaria) viene sostenuta da un aficionado dei convegni promossi da Puschiavo & Friends: l’avvocato Piero Porciani.
Porciani, penalista, è un avvocatone del foro di Milano, con mille battaglie legali alle spalle e con un modo di parlare senza fronzoli, molto diretto e con delle improvvise uscite “ad effetto”, che utilizza anche nelle sue arringhe in tribunale.
Cita il film “Le vite degli altri”, che parla del controllo sui cittadini nella Germania Est comunista ed aggiunge: “È quello che una certa parte della nostra politica vorrebbe.”
Anche attraverso la giustizia: “Ho visto indagini in cui c’è da avere paura, abbiamo delle sentenze che fanno paura e sono delle forzature alla volontà popolare molto forti. Non tutte, ma è lì che dobbiamo intervenire.”
Rimarca che il magistrato “deve applicare la legge in nome del popolo italiano e non in nome della parte politica che rappresenta” e dichiara: “Le leggi non le fanno i magistrati, le fa il popolo votando.”
“La giustizia va riformata, perché la giustizia deve essere ciò che vuole il popolo - incalza l’avvocato Porciani -. Il popolo decide, il magistrato esegue.”
In definitiva, Progetto Nazionale plaude al disegno di riforma costituzionale del governo che nel ristrutturare le basi del Consiglio Superiore della Magistratura ne dovrebbe evitare (ripeto: il condizionale è d’obbligo) la “correntizzazione politica” a prescindere, con tutte le conseguenze a cascata nel sistema giudiziario.
Ma per il professor Daniele Trabucco bisogna osare ancora di più:
“Si dovrebbe abrogare l’obbligatorietà dell’azione penale che consente l’azione politica dell’avvio del procedimento. Tanti Pm ne fanno un uso strumentale e ideologico. La giustizia vuole il paese degli Acchiappacitrulli.”
Il riferimento, spiega il docente universitario, è al paese di Acchiappacitrulli delle Avventure di Pinocchio, dove il burattino di legno viene messo in prigione ma l’imperatore ordina di aprire le carceri e mandare fuori tutti i malandrini.
Pinocchio dice al carceriere di voler uscire anche lui ma il carceriere gli dice: “Eh no, tu sei innocente.” Pinocchio replica: “Domando scusa, sono un malandrino anch’io.”
“In questo caso avete mille ragioni”, gli dice il carceriere e “levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli apre e porte della prigione e lo lascia scappare”.
E con la citazione collodiana sugli Acchiappacitrulli, che per Trabucco è esemplificativa di un certo modo di fare giustizia in Italia, termina il mio resoconto sulla conferenza di Progetto Nazionale dedicata al tema.
Dalla “casamatta” gramsciana della stampa per il momento è tutto, a voi la linea.
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