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Alpini, scontro sul simbolo: dai social minacce di boicottaggio all'Adunata
L'Associazione Nazionale Alpini chiarisce la procedura dopo le critiche per i 180 volontari di Milano-Cortina
Pubblicato il 23 apr 2026
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Il Cappello Alpino non è un simbolo qualunque. È memoria viva, appartenenza, identità che attraversa generazioni e territori. Proprio per questo la consegna della penna nera a 180 volontari impiegati nei Giochi Olimpici Milano-Cortina ha aperto un caso che, nel giro di poche ore, è esploso sui social e ha assunto i contorni di una polemica nazionale. Tra commenti durissimi, accuse incrociate e persino inviti al boicottaggio della prossima Adunata Nazionale, il dibattito si è concentrato su un punto sensibile: il significato autentico del Cappello Alpino.
A intervenire è l’Associazione Nazionale Alpini con una nota che unisce sconcerto e necessità di chiarimento, riportando la vicenda sul piano istituzionale.
«Interveniamo con grande stupore, visti i tanti, anche violenti, commenti sull’argomento, comprese le proposte di boicottare la nostra Adunata Nazionale. Fa male leggere certe parole».
I vertici dell'Associazione e i referenti locali richiamano all'unità: «Non è un socio chi non ha fatto la naja».
L’ANA precisa poi il punto centrale della vicenda: il Cappello Alpino è un elemento dell’uniforme militare, regolato dallo Stato Maggiore della Difesa, e non un oggetto nella disponibilità dell’associazione. «Chi ha fatto il militare lo sa: il Cappello si riceve all’arrivo in reparto, è parte dell’uniforme regolata dallo Stato Maggiore della Difesa. Anche i volontari di Verona lo hanno ricevuto legittimamente, fornito dal Centro Addestramento Alpino con tanto di attestato firmato dal Comandante. Non è una discrezione dell’ANA, è una procedura militare».
Il comunicato entra poi nel merito del tema più delicato: il rapporto tra cappello e appartenenza associativa. «Il cappello non equivale ad essere socio ANA: per quello servono 60 giorni di naja. Molti nostri Amici o Aggregati, che hanno scavato nel fango di terremoti e alluvioni, meriterebbero questo riconoscimento, ma il Cappello non è di competenza dell’Associazione. Ci scusiamo con chi si è sentito considerato un “figliastro”, non era questo l’intento».
Un passaggio che prova a ricomporre una frattura più emotiva che normativa.
A riportare il dibattito su un piano più profondo è Giuseppe Rugolo, presidente della Sezione ANA Monte Grappa, che legge la vicenda con forte partecipazione emotiva. «Il dialogo deve restare civile. Certi toni, certe immagini artefatte costruite sui social per colpire, non appartengono al nostro mondo e non fanno onore agli Alpini. Non me l’aspettavo: siamo sempre stati esempio di generosità, qui si è perso il senso della misura». Poi il passaggio si fa più profondo, legato alla memoria delle penne nere: «Bisogna capire che per molti quel simbolo significa toccare una storia fatta di sacrificio e memoria. È normale che emergano sensibilità diverse, è normale che ci siano anche divergenze di opinione: fanno parte della vita di un’associazione così grande e radicata». E l’appello finale si chiude con tono fermo e identitario: «Ma proprio per questo dobbiamo rientrare tutti in un perimetro comune. Gli Alpini sono sempre stati questo: capacità di stare insieme anche nelle difficoltà, di affrontare le prove senza dividerci. La nostra storia non è mai stata quella della contrapposizione, ma dell’unione. Siamo quelli che hanno condiviso le prove più dure, dalla Russia alla Grecia, fino alle missioni più recenti. E ogni volta siamo riusciti a superare tutto restando uniti. Anche questa volta sarà così: supereremo le difficoltà, ma solo se resteremo una cosa sola».
Dal territorio arriva la voce di Luca Barichella, capogruppo degli Alpini di Mussolente, che punta il dito sulla deriva dei social. «L’ondata di reazioni è stata incredibile. Molte comprensibili, altre sopra le righe, amplificate dai social su un piano che non ci appartiene». Poi il cuore del suo intervento, più intimo e identitario: «Per noi il cappello è qualcosa di viscerale: non è un simbolo esterno, è un pezzo di vita, un ricordo che profuma di fatica. È normale che generi emozioni così forti, ma noi siamo quelli che risolvono i problemi, non quelli che li creano. Serve equilibrio: ricordiamoci che prima di tutto siamo una comunità».
Più diretto, ma sempre in chiave costruttiva, è Michele Sacchet, consigliere del gruppo Alpini “Gen. Pietro Zaglio” di Salce (Belluno). «Probabilmente è stata una decisione presa con troppa fretta e quando si interviene su simboli così forti serve un'attenzione chirurgica. Qualcuno ha sbagliato, va ammesso, ma non possiamo fermarci all'errore». Poi lo sguardo si allarga al significato dell’Adunata: «Il Cappello rappresenta un percorso profondo con la propria storia, è naturale che la gente lo difenda con i denti. Però attenzione: l’Adunata non appartiene a un direttivo che oggi c'è e domani no. Appartiene ai caduti, ai reduci, alle penne nere che la aspettano da anni. Noi ci saremo, col cappello in testa. E dritto come un fuso». Il feltro e la penna non sono materiali: sono radici. E quando le radici vengono percepite come toccate, la reazione è immediata. Questa vicenda non parla solo di norme militari, ma del confine sottile tra regolamento e identità. Qui la ragione normativa e il sentimento collettivo si guardano senza incontrarsi davvero. L’Esercito ha seguito una procedura, l’Associazione ha chiarito il perimetro, ma il mondo alpino ha reagito come reagisce alle cose che considera intime.
Il Cappello non è un oggetto: è una storia personale che unisce tantissime persone. Il rischio è che una spiegazione tecnica non basti a sanare una percezione emotiva. Ma la storia degli Alpini insegna che, anche nelle fratture, la capacità di ritrovarsi è sempre stata più forte della divisione.
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