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Massimiliano Cavallo

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Caso Marostica, la pedagogia oltre l’ideologia: «L’empatia si impara sul campo, non sui libri»

Intervista alla Dott.ssa Rossana Rebellato sul viaggio d'istruzione a Trieste: la difesa dell'educazione civica attiva contro la politica della paura nella scuola

Pubblicato il 20 mag 2026
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Riportare il confronto sul piano pedagogico, sottraendolo alle polemiche che si sono innescate è l’intento di questa intervista sulla vicenda della scuola primaria ‘Arpalice Cuman Pertile’ di Marostica, finita al centro del dibattito nazionale dopo il viaggio d’istruzione a Trieste organizzato per le due classi quinte.
Archiviate le interrogazioni parlamentari e il rumore delle polemiche ideologiche, resta il nodo cruciale della vicenda: quale valore pedagogico sottende l’esperienza proposta agli alunni? L’obiettivo del percorso era declinare educazione civica, empatia e solidarietà non attraverso la teoria, ma mediante il contatto diretto con le fragilità sociali, incrociando – sul campo – la realtà dei migranti lungo la rotta balcanica.
L’esperienza — condivisa con le famiglie e inserita nel percorso scolastico — ha posto inevitabilmente una domanda più ampia: fino a che punto la scuola deve limitarsi alla trasmissione teorica dei concetti e quando, invece, deve trasformare quei concetti in esperienza concreta? Ogni uscita didattica, del resto, viene assecondata e firmata dai genitori, pienamente consapevoli della preparazione che precede e accompagna un simile momento formativo.

La Dott.ssa Rossana Rebellato, pedagogista, counsellor sistemico-relazionale e formatrice italiana con quasi trent'anni di esperienza in ambito educativo.

Per affrontare il tema da un punto di vista pedagogico abbiamo intervistato Rossana Rebellato. Pedagogista, counsellor sistemico-relazionale e formatrice su scala nazionale, vanta quasi trent’anni di esperienza in ambiti complessi ed è attualmente Segretaria Nazionale dell’Associazione Professioni Pedagogiche (APP) e didatta presso il centro di Terapia Familiare EIDOS di Treviso.

Dottoressa Rebellato, dal punto di vista pedagogico come legge la scelta di far incontrare a dei bambini dell’ultimo anno della primaria la realtà dei migranti?
«Vivendo ogni giorno la scuola come insegnante, genitore e pedagogista, vedo un sistema in forte difficoltà, al di là del valore dei singoli docenti. Incontro tanti bravi professionisti che non possono esprimersi al meglio perché la struttura è rigida. In un contesto del genere, dove l’educazione e la centralità degli alunni non sono purtroppo le parole chiave, io devo dire tanto di cappello. Ammiro e credo siano da elogiare questi insegnanti, perché hanno compiuto un’azione coraggiosa nel sistema di oggi. Personalmente ritengo che questa sia una scelta educativa molto, molto preziosa e coraggiosa.»

Ha fatto discutere la scelta di alcune attività esperienziali, come camminare scalzi o bendati. Esperienze di questo tipo possono davvero aiutare un bambino a comprendere la fragilità altrui o l’empatia è qualcosa che si può insegnare solo sui libri?
«Questa è l’empatia: mettersi nei panni degli altri. Fin dalla scuola dell’infanzia si parla di educazione alle emozioni e alle relazioni, e spesso si attivano progetti sulle life skills chiamando professionisti esterni. In questo caso, invece, abbiamo avuto un gruppo di insegnanti che non ha fatto studiare la realtà sui libri, ma l’ha fatta vivere. Quest’anno ho visto girare nelle scuole molti libri sulla gentilezza. Però la gentilezza bisogna viverla, non studiarla su un testo. Spesso vedo il manuale sopra il banco e sotto il banco le immondizie lasciate ai collaboratori scolastici. Allora preferisco che non ci sia il libro sulla gentilezza, ma che si impari concretamente il rispetto per gli altri e l'ambiente. Bisogna imparare a mettersi nei panni di chi ha bisogno, di chi è in difficoltà, di chi non vive nelle nostre condizioni. Noi siamo nati in una società che, pur con tanti problemi, gode di un benessere straordinario rispetto a molte realtà del mondo. Dal punto di vista pedagogico, comprendere il dolore e la fragilità non danneggia il bambino: lo arricchisce.»

Questa esperienza rientra, secondo lei, in un autentico percorso di educazione civica?
«Assolutamente sì. L’educazione civica negli ultimi anni è stata inserita, valorizzata e potenziata. Però va tutto bene finché resta confinata sulla carta: tutti pronti a studiare la Costituzione. Quando invece la si declina nella vita reale, iniziano i problemi. I bambini devono viverla, perché l’apprendimento passa molto più dall’esperienza diretta che dai libri di testo. Le neuroscienze ce lo dicono chiaramente.»

Alcuni sostenitori delle tesi critiche evidenziano però che dietro il fenomeno migratorio esistano aspetti complessi e lati oscuri. Presentare ai bambini solo la sofferenza umana non rischia di essere riduttivo?
«È chiaro che ci siano anche aspetti negativi e dinamiche collaterali complesse. Ma prima di tutto quei migranti sono persone sofferenti, affamate, infreddolite. Noi, come educatori e come esseri umani, dobbiamo vedere prima di tutto quello. Poi è ovvio che attorno al fenomeno esistano altre dinamiche di natura geopolitica, ma la priorità davanti a noi resta l'essere umano in stato di bisogno.»

In questa vicenda sono finite al centro delle polemiche anche molte associazioni e realtà del volontariato del territorio. Che valore ha per i ragazzi il contatto con questo mondo?
«Se vogliamo metterla sul piano della solidarietà e dell’aiuto al prossimo, il volontariato rappresenta una parte importantissima e vitale della nostra società che va difesa e valorizzata. Ci rendiamo conto? Parliamo di realtà dove le persone mettono a disposizione gratuitamente energie, tempo e perfino soldi per aiutare gli altri, e noi andiamo a infangarle? Questi dovrebbero diventare i veri modelli da seguire per le nuove generazioni. Trovarsi davanti a persone che donano il proprio tempo, che distribuiscono cibo e che sostengono chi è in difficoltà, ha un valore educativo immenso.»

Come si spiega allora il fatto che una gita scolastica sia diventata un caso politico nazionale?
«Quando vengo chiamata a esprimermi su una scelta educativa, il mio compito è mettere al centro il bambino e l’educazione. Quando si esce da quella cornice, la scelta di un percorso didattico rischia di essere interpretata come un gesto politico, partitico o ideologico. Questa era una scelta legata all’educazione civica, alle relazioni umane e all’empatia. Non doveva uscire da quella cornice.»

Teme che polemiche di questo tipo possano alla fine scoraggiare la scuola e gli insegnanti?
«Sì, perché oggi purtroppo si è diffusa una vera e propria politica della paura. Gli insegnanti sono fin troppo scrupolosi, la burocrazia per organizzare un'uscita didattica è diventata enorme e molti docenti hanno paura di assumersi responsabilità di fronte alle reazioni esterne. Fare una gita di questo tipo, focalizzata sulla cittadinanza attiva, dovrebbe rappresentare la normalità della proposta formativa. Invece, nella scuola di oggi, diventa quasi un atto di eroismo e di coraggio.»

In fondo, educare non è protezione sterile, ma la capacità di far emergere il meglio da chi abbiamo di fronte, anche attraverso il confronto con ciò che è nuovo e non immediatamente comprensibile. La preoccupazione di molte famiglie di fronte a esperienze complesse è comprensibile, ma rischia talvolta di trasformarsi in un limite. Il compito della scuola, invece, è aiutare a leggere la realtà nella sua complessità, senza ridurla a schemi rigidi, e accompagnare i ragazzi a sviluppare strumenti critici. In questo senso, anche le esperienze più impegnative possono diventare occasioni di crescita educativa.

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