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Renzo Verde
Intervista a Renzo Masolo, fisioterapista all'ospedale e già consigliere comunale a Bassano, candidato alle regionali con Europa Verde. “Il Veneto è come un paziente malato, con il piede in cancrena e la scarpa nuova”
Pubblicato il 17 set 2020
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“Lasciate il mondo un po' migliore di come lo avete trovato”. La celebre frase di Robert Baden-Powell, fondatore dello Scoutismo, è scolpita in modo indelebile nella mente di Renzo Masolo, che da ragazzo ha fatto lo scout a Vicenza. Oggi Masolo, l'uomo che sussurra alle biciclette, sposato e con quattro figli, fisioterapista all'ospedale di Bassano, consigliere comunale di maggioranza nell'amministrazione Poletto con delega alla mobilità ciclabile e pedonale, sta tracciando la sua via per “lasciare il Veneto un po' migliore di come lo abbiamo trovato” candidandosi alle regionali nella lista di Europa Verde. Già in un altro articolo lo avevo ribattezzato “Renzo Verde” (giocando sul contrasto di “colori” con Renzo Rosso), ma la cosa era troppo bella per non intitolare così anche questa intervista.
Renzo Masolo, un anno fa lei da consigliere comunale uscente ha fatto un passo indietro e non si è ricandidato alle comunali di Bassano. Adesso invece lei sta facendo un passo avanti, come candidato alle regionali. Come ha deciso di ritornare in gioco?
Renzo Masolo, candidato con Europa Verde
Devo dire che la mia esperienza di consigliere comunale è stata un’esperienza positiva e di crescita personale incredibile. Dopo questi cinque anni sono uscito arricchito, ma anche prosciugato perché un impegno del genere, a farlo seriamente - con il lavoro, la famiglia, gli altri impegni -, è un impegno veramente grande. Io ho dato tanto, ho fatto anche tante proposte, ho portato a casa anche dei risultati, ma più di tutto ho imparato il compromesso tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si riesce ad ottenere attraverso il confronto politico.
Alla fine del mio impegno ero veramente soddisfatto ma stanco. E avevo deciso di tornare a fare quello che facevo prima, cioè impegno nella mia famiglia, nel mio lavoro, nella società.
Un anno fa però, proprio qua a Bassano, alle europee, Europa Verde, senza fare alcuna campagna elettorale, ha ottenuto 731 voti. E questo ha fatto accendere una luce nella mia testa. La coincidenza ha voluto che, conoscendo Daniele Cuccarolo e altri, non solo nell’ambito della mia lista ma anche dei Comuni limitrofi, si fosse poi creato il circolo bassanese di Europa Verde, che è entrato nel coordinamento provinciale. Nel frattempo si è creato il coordinamento regionale e man mano che il gruppo cresceva in numero di componenti e in entusiasmo è partito il percorso che è sfociato nel nostro proporci alle elezioni regionali. Questo mi ha aumentato l’entusiasmo, ma mai avrei pensato che sarei diventato io, assieme a Gaia Bollini, uno dei due nomi espressi dal gruppo bassanese. Dentro di me speravo che qualcun altro, magari più rappresentativo e più conosciuto, magari con più esperienza di me, si proponesse all’interno del gruppo. Di fatto il gruppo ha espresso il mio nome e io ho accolto questa sfida nuovamente.
Il Veneto è abituato al colore verde. Ma un altro verde. Il vostro verde cos’è?
Il nostro è un verde completamente diverso, direi agli antipodi. È un altro concetto, un’altra visione politica. Il mio impegno e la mia sfida derivano proprio da una delusione di tipo politico, rispetto a come è stato amministrato il nostro territorio. E qua faccio un esempio calzante, che mi è venuto in mente proprio l’altro giorno tornando in bicicletta da Vicenza, dove avevamo fatto il gazebo, perché quando io pedalo ho la possibilità di lasciare liberi i pensieri, che si traducono in immagini. E mi è venuta una visione del Veneto come un paziente col piede cancrenoso e la scarpa nuova.
Ovvero?
La mia Regione è come un paziente che ha una malattia, ha una cancrena al piede. Perché la mia è una Regione molto fragile, anche se è narrata come una Regione ricca, innovativa, piena di risorse, trainante rispetto all’economia italiana. In realtà non è così e io lo vedo tutti i giorni. La vedo una Regione molto fragile e non preparata al futuro. La mia Regione è inquinata, anzi tra le più inquinate (inquinamento dell’aria, dell’acqua coi Pfas), è la più cementificata d’Italia, è la Regione che ha speso in grandi opere cifre inimmaginabili e che si sta indebitando per queste grandi opere. È la Regione che non ha curato la prevenzione idrogeologica, delle periferie, delle valli, della montagna; che ha un traffico che è ingestibile e un trasporto pubblico che è praticamente nullo, della preistoria. È la prima Regione per turismo in Italia, ma che tratta male i suoi turisti perché gli fa fare un turismo che è quello dei luna park, che organizza dei punti di attrazione grossi e molto frequentati e non valorizza invece i suoi posti più belli, che sono quelli più selvaggi, fuori mano e più genuini rispetto alla nostra cultura veneta. Quindi vedo il Veneto come un paziente che di fatto ha un piede in cancrena, perché non è stata fatta prevenzione e questo piede un po’ alla volta si è ammalato. Ma cosa fa la Regione per risolvere il problema? Gli mette una scarpa nuova.
Cos’è la scarpa nuova?
La scarpa nuova sono le opere, una Superstrada Pedemontana Veneta che è narrata come l’opera più bella d’Italia, il Mose che è un’opera che salverà la laguna veneziana, le colline del Prosecco come sito Unesco che sono le più belle del mondo, le Olimpiadi delle Dolomiti che sono un’occasione di rilancio dell’economia. Cioè tutti slogan che portano attenzione sulla scarpa nuova e non guardano dentro la scarpa, il piede in cancrena. Cosa succede? Che se noi continuiamo a portare l’attenzione sulla scarpa nuova, quel paziente morirà, perché la cancrena continuerà a andare avanti. Ecco che qui viene la visione dei Verdi: una visione forte, decisionista. Bisogna curare questo paziente. Qual è allora la terapia, se non è stata fatta prevenzione e una cura adeguata? Si taglia il piede. Perché quel taglio del piede, che è un cambiamento grosso, epocale, e che può anche creare sofferenza, poi porta il paziente a guarire e riprendere a sua vita come prima o forse anche meglio di prima.
Senta: la Pedemontana ormai ce l’abbiamo, il Mose anche, le Olimpiadi si faranno.
E allora come si taglia il piede? Qual è il progetto?
La cura è cambiare completamente il modo di far politica, anche se noi dovremo sopportare un peso per molti anni in futuro e cioè l’indebitamento della Pedemontana e le ripercussioni ambientali ed economiche che avremo, il Mose che è un’opera che non andrà, le colline del Prosecco che sono il simbolo di un’agricoltura fallimentare che inquina, che crea monocoltura e morte della biodiversità. Noi dobbiamo cambiare il modo di fare attraverso una modifica del modo di pianificare e programmare le politiche.
Facciamo un esempio?
Un esempio è l'agricoltura biologica, che va intensificata e incentivata, dal punto di vista non solo economico ma anche culturale. Bisogna far capire agli agricoltori e agli allevatori che è il modo di fare agricoltura più sostenibile, per loro, per l’ambiente e per i consumatori, e più redditizio. Questo è un processo lungo, ci vuole la cultura. Un altro esempio è il tema lavoro, innovazione, produttività, le aziende che in questi 30 anni si sono sempre più esternalizzate e hanno visto la riduzione dell’innovazione e la fuga dei cervelli, specialmente dei giovani. In questo caso noi possiamo attivare i famosi “recovery fund” che proprio in seguito al Covid aiuteranno l’Europa a ripartire in un’ottica di green economy. Su questo la Regione Veneto è stata gestita da un partito che avrebbe voluto farci uscire dall’Europa, intanto continua a vantarsi dei progetti portati a casa coi fondi europei.
Come facciamo a rimanere “attrattivi” per i fondi europei?
Questi fondi europei possiamo ottenerli proprio per questa conversione ecologica. Posso dirlo per esperienza personale. Io qua a Bassano seguo il tavolo della sostenibilità, organizzato da Confindustria, che è figlio proprio del progetto che ho creato io: il famoso “green to go”, progetto ministeriale che è stato portato avanti da iniziative per le buone pratiche sul territorio come “green to school” e “green to work”. Si è quindi creato il tavolo della sostenibilità e questo è un modello da esportare in tutta la Regione. Perché deve coinvolgere i Comuni, le aziende, le associazioni, l’Ulss, per creare un tavolo innovativo che guardi come priorità la conversione ecologica. Cioè creare lavoro, occupazione, che attraverso la conversione ecologica può essere più sostenibile, meno impattante sull'ambiente. E questo lo sta spingendo e lo sta facendo proprio l'Europa, che dà le linee guida e può controllare su quello che viene fatto, perché i finanziamenti non arrivano se non si seguono le indicazioni dell’Europa e se non si ha un’adeguata progettazione. Una progettazione che in Veneto manca, perché il 50% dei fondi europei torna in Europa.
Con le vostre assemblee pubbliche avete già affrontato vari temi che interessano questo territorio. Cosa fare più in generale per questo Bassanese così misto di ingredienti?
I temi sono tantissimi. Scuola, trasporti, protezione civile e gestione delle emergenze che è un tema prioritario per noi, innovazione, giovani, sostegno alle fasce deboli degli anziani, sanità, turismo. Più dei temi specifici io vorrei parlare del metodo di lavoro. Il concetto è quello della sfida di uscire dal concetto di campanile, inteso come Comune, è entrare nella parola chiave che è “territori”. Abbiamo avuto esempi di buone proposte legate ai territori come Terre del Brenta e Territori del Brenta. Due buonissime idee che sono state praticamente cancellate. Questa è la prova che non si vuole uscire da questo centralismo che è improntato solo sul campanilismo. Noi vorremmo uscire da questo concetto e far lavorare invece i territori, entità che sono simili alle IPA, le Intese Programmatiche d'Area che la Regione voleva eliminare e che invece devono essere ripensate e rilanciate fortemente. Se noi, come Verdi, riusciamo a far capire alla Regione un metodo diverso di lavoro e far lavorare i territori, che non sono solo le amministrazioni ma tutti i portatori di interesse, e creare una partecipazione veramente efficace, allora si può fare una progettazione che è condivisa, approvata da tutti. E che è il prerequisito per intercettare i fondi europei, portarli nel territorio e spenderli con progetti che siano veramente sostenibili, efficaci e lungimiranti. Che guardano cioè al futuro che ci attende, che non sarà per nulla facile.
I Verdi sono oggi una realtà preponderante in Europa. In Italia i “nuovi” Verdi sono ancora un germoglio che deve crescere. C'è anche un luogo comune duro a morire sui Verdi e cioè che siete i “talebani” della natura, gli estremisti dell’ambientalismo…
La mia prima riflessione è personale, per smentire i preconcetti che ci sono sui Verdi, che sono legati anche a possibili episodi del passato e che sono visti non solo per quello che hanno ottenuto, come ad esempio la raccolta differenziata, la misurazione della qualità dell’aria, anche la lotta contro il nucleare per utilizzare le energie rinnovabili. Al di là di questo, sono stati visti come quelli del “no”. Per me è stata illuminante la lettura dell’encliclica del Papa Laudato Si'. Il Papa è risucito a dare un concetto di ecologia integrale che può essere illuminante rispetto all’impegno dei Verdi per l’ambiente ma visto in maniera globale, integrale. Perché senza ambiente non ci può essere più lavoro, società, innovazione, cultura, sanità, non può esserci niente. Se noi partiamo da quel concetto, che è la priorità, poi a cascata possiamo pensare a tutto il resto e tradurlo in azioni politiche. Un altro concetto per me illuminante è quello di “prevenzione”. Una prevenzione integrale, a tutto campo, nel settore lavorativo, nell'agricoltura, nella società, nella scuola. Prevenzione per prepararsi al futuro.
Più in generale invece?
Più in generale invece, a fine anno i Verdi in Italia entreranno in un congresso nazionale che finalmente unificherà tutte le anime verdi che ci sono in Italia in questa grande famiglia che è Europa Verde, che entrerà pure nella rete dei Verdi europei. E questa per me è l’unica possibilità politica futura. Infatti i Verdi, se avranno una conferma alle regionali, ma se anche alle prossime nazionali avranno una conferma di crescita - che sarà purtroppo minore rispetto a quella europea perché là c’è un’esperienza maggiore, stanno già governando in molti Stati mentre noi andiamo un po’ a ruota -, il partito aprirà le porte, avrà la disponibilità di accogliere chi vuole entrare se ha esperienza e se è coerente. E poi la grossa sfida dei Verdi nei prossimi anni sarà convincere i non elettori, cioè i delusi e gli indifferenti, che la nostra via può portare a risultati grossi, perché non si ispira sui leader ma si ispira sugli obiettivi.
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