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Elvio RotondoElvio Rotondo
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Geopolitica

Iran, cresce la tensione: Trump valuta un attacco limitato

Tra negoziati e minacce: gli Stati Uniti si preparano all’opzione militare, l’Iran fortifica i siti strategici

Pubblicato il 23-02-2026
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe valutando un attacco militare limitato contro l'Iran per fare pressione sui suoi leader e indurli a raggiungere un accordo sul programma nucleare.
Il 19 febbraio scorso, Trump ha affermato che il mondo avrebbe scoperto «nei successivi dieci giorni», qualora non fosse stato raggiunto un accordo con Teheran, se gli Stati Uniti avrebbero intrapreso o meno un’azione militare.

Immagine fornita dalla Marina degli Stati Uniti mostra il capitano Daniel Keeler, comandante della portaerei classe Nimitz USS Abraham Lincoln, mentre si prepara a pilotare un elicottero MH-60R Sea Hawk nell'Oceano Indiano il 23 gennaio 2026. (Specia

Il 20 febbraio scorso, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che l'Iran sta preparando "una bozza di un possibile accordo" e che la consegnerà all'inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, nei prossimi giorni.
Nel frattempo, funzionari statunitensi e iraniani si sono incontrati sulla questione in Svizzera e hanno affermato che sono stati compiuti progressi nei colloqui; parallelamente, le forze americane hanno continuato a rafforzare la loro presenza nel Medio Oriente.
Come ormai noto, nelle ultime settimane Washington ha aumentato la propria presenza militare nella regione. Il rafforzamento dell’ultimo mese ha portato a una presenza navale e aerea statunitense estesa in tutto il Medio Oriente. Le dimensioni del dispiegamento suggeriscono che gli Stati Uniti sarebbero in grado di condurre una campagna di bombardamenti della durata di settimane, se non più a lungo. Il dispositivo include la più grande nave da guerra al mondo, la USS Gerald R. Ford, diretta verso la regione, mentre la portaerei USS Abraham Lincoln è già stata dispiegata, affiancata da un numero crescente di cacciatorpediniere, navi da combattimento e velivoli militari.
Da parte iraniana, nonostante le pesanti perdite subite nella guerra con Israele, avrebbe ricostruito le strutture missilistiche danneggiate. Secondo quanto riportato dalla CNN, le immagini satellitari della base missilistica Imam Ali a Khorramabad, datate 5 gennaio, mostrano che, delle dodici strutture distrutte da Israele, tre sono state ricostruite, una è stata riparata e altre tre sono attualmente in fase di costruzione. La struttura ospiterebbe silos di lancio per missili balistici, protetti da terrapieni e infrastrutture di supporto. Anche altre due basi militari sono state sottoposte a importanti lavori di riparazione.

Invece, nella base aerea nord-occidentale di Tabriz, collegata ai missili balistici a medio raggio dell'Iran, sono state ripristinate le vie di rullaggio e le piste. In un’altra base missilistica situata a nord della città, nel periodo successivo alla guerra sarebbero stati realizzati interventi di ampia portata.
Secondo altre recenti immagini satellitari e le analisi dell'Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale, l'Iran starebbe rapidamente fortificando le strutture nucleari, utilizzando cemento e grandi quantità di terra per mettere in sicurezza siti chiave.
Più volte alla settimana, spesso durante lunghe sessioni nello Studio Ovale o a bordo dell’Air Force One, Trump risponde alle domande dei giornalisti con dichiarazioni che non si traducono necessariamente in azioni concrete e che risultano talvolta contraddittorie.
Il presidente è apparso volutamente vago anche riguardo al suo obiettivo finale nei confronti dell’Iran. In alcuni momenti sembra disposto ad accontentarsi di un accordo negoziato sul programma nucleare di Teheran; in altri, invece, pone l’accento sulla destituzione dei leader teocratici al potere da quasi mezzo secolo. Trump ama ricordare ai giornalisti che preferisce mantenere le proprie intenzioni riservate, condividendole solo con una ristretta cerchia di collaboratori, per evitare che i potenziali avversari possano conoscere le sue mosse.
In passato, Trump ha fatto ricorso alle scadenze anche come strumento di pressione e sorpresa. Quando fu lanciata l’operazione Midnight Hammer nel luglio scorso, con attacchi statunitensi contro impianti nucleari iraniani, la Casa Bianca parlava ancora pubblicamente della possibilità di un esito negoziale favorevole.

Tra il rafforzamento militare statunitense e i preparativi bellici dell'Iran, alcuni esperti sostengono che Teheran stia cercando in qualche modo di persuadere gli Stati Uniti che, se ci sarà una guerra, questa sarà costosa lunga e difficile da vincere. Non sarebbe come l’attacco di un giorno in Iran dello scorso giugno, né come in Venezuela: Washington dovrebbe affrontare determinati costi e valutarli attentamente prima di colpire effettivamente l'Iran.
A differenza del breve attacco in Iran dello scorso anno e della rapida operazione per catturare Nicolás Maduro a gennaio, un conflitto prolungato di diverse settimane con l’Iran rischierebbe di alienare parte della base MAGA di Trump, attratta dalla sua promessa elettorale di porre fine ai complicati impegni militari all’estero.
Inoltre, per l’amministrazione Trump, un eventuale attacco arriverebbe in un momento delicato, con sondaggi che mostrano una crescita del malumore degli americani per la gestione dell’immigrazione e dell’economia. Secondo diverse rilevazioni, l’indice di gradimento del presidente sarebbe in calo mentre aumentano le preoccupazioni per le condizioni economiche e altre questioni interne.
Al centro di questa escalation c'è la questione irrisolta tra Israele e Iran, con il primo ministro Benjamin Netanyahu che rimane politicamente impegnato a portare a termine quella che definisce la missione strategica di Israele contro Teheran.

L’eventuale crollo della Repubblica Islamica dell'Iran avrebbe ripercussioni in tutto il Medio Oriente, ma non necessariamente in modo stabilizzante, poiché altererebbe radicalmente l’equilibrio regionale.
In assenza di una chiara leadership dell'opposizione e con elevati rischi di caos interno o guerra civile, la capacità di Teheran di proiettare il proprio potere probabilmente diminuirebbe, a vantaggio degli Stati del Golfo nel breve termine.
Ma tali vantaggi potrebbero essere controbilanciati dall'ondata di rifugiati, dall'intensificarsi delle rivalità nel Golfo e dalla sopravvivenza di movimenti proxy come gli Houthi e Hezbollah.
Nel lungo periodo, la Turchia potrebbe emergere come il principale beneficiario geopolitico avendo l’opportunità di ampliare la propria influenza nella regione.

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