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Massimiliano Cavallo
Contributor
Bassanonet.it
Riforma costituzionale: parola all’esperto
L’Avvocato Dissegna illustra i punti principali della riforma per offrire ai cittadini tutti gli strumenti necessari per orientarsi con chiarezza tra i contenuti del referendum
Pubblicato il 19 feb 2026
Visto 16.532 volte
In vista del prossimo referendum sulla riforma della giustizia, appare doveroso offrire alla comunità di Bassano del Grappa un’informazione che sia al contempo chiara e rigorosa. La consultazione si preannuncia di estrema rilevanza, poiché interviene su assetti costituzionali delicati, destinati a produrre effetti profondi e duraturi nel tempo. Proprio per questo, abbiamo scelto di mettere a disposizione dei cittadini strumenti di approfondimento accessibili, fondamentali per comprendere la portata delle modifiche proposte e maturare una piena consapevolezza prima del voto.
Per approfondire i contenuti della riforma, abbiamo interpellato l’avvocato Roberto Dissegna dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Si occupa di diritto penale e tributario, svolgendo la propria attività soprattutto tra Milano e il Veneto.
Avvocato Dissegna, qual è il cuore di questa riforma?
«Il referendum interviene sull’equilibrio interno della giurisdizione. Introduce la distinzione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti e riorganizza l’autogoverno della magistratura: dall’attuale CSM si passerebbe a due Consigli Superiori, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, affiancati da un’Alta Corte disciplinare comune. Si tratta di un percorso che era già stato delineato con l’introduzione del codice di procedura penale del 1989 e, successivamente, con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, che ha affermato il principio di parità tra le parti nel processo. Questa riforma si inserisce in quella traiettoria. Il referendum impone una scelta secca, un sì o un no. Proprio per questo credo che i cittadini, per votare in modo consapevole, debbano cogliere – al di là dei tecnicismi – quale sia l’impostazione di fondo della riforma, che incidendo sulla Costituzione non modifica soltanto regole organizzative, ma il modo stesso in cui viene concepita la giurisdizione penale.»
Perché è stato necessario intervenire sulla Costituzione richiamando l'articolo 111?
«Perché i profili su cui interviene la riforma – carriere, autogoverno e disciplina – sono tutti di rango costituzionale. Non potevano quindi essere modificati con una legge ordinaria. Sarà poi la legislazione ordinaria a definire aspetti decisivi, come le modalità di accesso in magistratura, la formazione e i criteri di composizione dei Consigli Superiori. È su quel livello che si giocherà una parte importante dell’equilibrio complessivo della riforma»
Oggi giudici e pubblici ministeri che tipo di rapporto hanno all’interno del CSM?
«Il rapporto è molto stretto ed è fondato sull’appartenenza di entrambi alla magistratura, che resta un ordine autonomo e indipendente: un principio fondamentale, che la riforma non mette in discussione. Giudici e pubblici ministeri affrontano lo stesso concorso, seguono la stessa formazione e, fino a tempi recenti, hanno conosciuto anche forme di interscambiabilità delle funzioni. Sono inoltre valutati, coordinati, assegnati e disciplinati dallo stesso organo, composto da magistrati appartenenti a entrambe le funzioni. Un assetto che avrebbe dovuto favorire una cultura della giurisdizione più attenta anche alle ragioni dell’indagato o dell’imputato. Nella pratica, però, questo equilibrio non sempre si realizza, soprattutto nella fase delle indagini preliminari, in cui la presenza della difesa è strutturalmente più debole»
Cosa cambierebbe, concretamente, con due Consigli Superiori della Magistratura distinti?
«Cambierebbe il modo in cui giudici e pubblici ministeri esercitano il rispettivo autogoverno. Oggi le decisioni su carriere, valutazioni e assegnazioni, promozioni e sanzioni sono concentrate in un unico organo comune alle due funzioni. Mi lasci dire che il singolo cittadino può apprezzare se questo è positivo o meno. Con la riforma, invece, il governo delle carriere verrebbe separato: giudici e pubblici ministeri sarebbero amministrati da Consigli distinti, Accusa e giudizio resterebbero all’interno dello stesso ordine autonomo e indipendente, ma con assetti di autogoverno separati.
È legittimo interrogarsi sull’impatto sull’indipendenza della magistratura rispetto ai poteri esterni?
«È una questione seria e va posta senza pregiudizi. Personalmente non ritengo che la presenza di due Consigli Superiori renda la magistratura più esposta, ma si tratta di un profilo che merita particolare attenzione, perché l’indipendenza della magistratura rispetto alle pressioni politiche, mediatiche ed economiche è un presupposto essenziale della democrazia. In questo senso, al di là dello sdoppiamento dei CSM, che ripeto non reputo un problema, occorre piuttosto interrogarsi sugli strumenti di selezione dei componenti: il passaggio dal sistema elettivo al sorteggio potrebbe incidere sull’autorevolezza degli organi di autogoverno, ed è un aspetto che va valutato con grande cautela.»
Dal suo punto di vista professionale, quanto è rilevante questa consultazione?
«È rilevante soprattutto per le implicazioni di lungo periodo. Incide sul modo in cui i diversi soggetti della giurisdizione si percepiscono reciprocamente e, quindi, sulla cultura della giurisdizione.»
Cosa intende quando parla di "prossimità culturale" tra chi accusa e chi giudica?
«Oggi giudice e pubblico ministero tendono spesso a percepirsi come soggetti che, pur con ruoli diversi, condividono una stessa finalità: la tutela della collettività, la ricerca della verità, l’idea di lasciare liberi gli innocenti e punire i colpevoli. In questo quadro, l’avvocato rischia di essere visto come colui che, strutturalmente, si colloca dall’altra parte: chi difende, indistintamente, colpevoli e innocenti. Questa rappresentazione non è scritta nelle norme, ma incide profondamente sul funzionamento concreto del processo. Può portare il giudice a fare maggiore affidamento sull’impostazione dell’accusa, non per ragioni personali, ma perché l’ufficio del pubblico ministero viene percepito come portatore di un interesse “istituzionalmente corretto”, mentre la difesa come portatrice di un interesse parziale. Il punto, invece, è che accusa e difesa sono ruoli strutturalmente equiparabili. Nessuno dei due ha una verità privilegiata. È per questo che il tema è culturale, oltre che ordinamentale.»
La separazione delle carriere può davvero fare la differenza?
«Sì, può contribuire ad attenuare quella percezione di appartenenza comune tra giudice e pubblico ministero e a ridurre il credito “istituzionale” che, talvolta, finisce per accompagnare l’impostazione dell’accusa nella formazione della decisione. Non risolve tutto, ma incide su un assetto che oggi mostra limiti evidenti. Un fenomeno analogo si osserva anche al di fuori del processo penale, ad esempio nel contenzioso tributario: pur in presenza di una netta separazione formale dei ruoli, può persistere una cultura che tende ad attribuire all’accusa un credito iniziale maggiore. È il segno che il problema non sta soltanto nelle regole, ma nel modo in cui vengono interiorizzate».
Cosa percepirà concretamente il cittadino?
«Non ci sarebbe un cambiamento immediato, ma nel tempo una maggiore distanza funzionale tra chi accusa e chi giudica. La riforma è tecnica solo in apparenza: incide sui diritti e sul modo in cui vengono esercitate le funzioni di accusa e di giudizio. Ai cittadini non è richiesta una conoscenza tecnica approfondita, ma la capacità di cogliere l’impostazione di fondo: quale rapporto si ritiene corretto tra l’accusa e il giudice».
Indipendentemente da come i cittadini di Bassano del Grappa sceglieranno di votare, ciò che conta davvero è partecipare consapevolmente. Essere informati è il presupposto per trasformare il voto in una scelta responsabile: conoscere i contenuti della riforma significa non restare spettatori, ma diventare protagonisti di una decisione che incide sul nostro futuro democratico.
Per garantire un’informazione giusta ed equilibrata, oltre all’analisi tecnica dell’Avvocato Dissegna, abbiamo richiesto il contributo ufficiale del Sindaco Nicola Finco e del capogruppo di minoranza, l’Onorevole Roberto Campagnolo, con l’intento di offrire ai lettori due pareri autorevoli sulle ragioni del “sì”, quelle del “no” e sui possibili scenari legati all’esito del referendum.
Alla data di pubblicazione non sono pervenute dichiarazioni in merito; resta comunque centrale il nostro impegno a informare e accompagnare la comunità bassanese fornendo tutti gli elementi utili per comprendere e valutare con consapevolezza un tema di così ampia rilevanza.
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