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Massimiliano Cavallo
Contributor
Bassanonet.it
Referendum 2026, non solo un "Sì" o un "No": la sfida della consapevolezza
Dalla distinzione tra giudici e PM all'addio alle correnti tramite sorteggio: ecco come la riforma punta a ridisegnare l'equilibrio tra accusa e giudizio
Pubblicato il 16 feb 2026
Visto 15.338 volte
I cittadini di Bassano del Grappa sono chiamati a pronunciarsi domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 su un referendum costituzionale che può ridefinire l’organizzazione interna della magistratura.
Ma quanti conoscono davvero come funziona questo referendum e cosa comporta votare Sì o No?
Non si tratta di una scelta astratta: ogni voto conterà, perché non è previsto alcun quorum di partecipazione.
Votare Sì significa confermare la riforma e consentirne l’entrata in vigore; votare No comporta il mantenimento dell’assetto attuale.
La riforma non limita l’autonomia della magistratura, che resta un ordine indipendente da ogni altro potere, ma ne riorganizza l’equilibrio interno, puntando a rafforzarne la credibilità.
Tra le novità più significative della riforma c’è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri, che verrebbe applicata forse addirittura fin dal concorso e dalla formazione professionale, sulla scia di quanto previsto anche dall’articolo 111 della Costituzione. Oggi in Italia l’esame per diventare magistrato è unico, come unica è la scuola superiore della magistratura: i vincitori scelgono se assumere il ruolo di giudice o di pubblico ministero in base al punteggio e ai posti disponibili.
Questo sistema garantisce uniformità nella selezione, ma non distingue fin dall’inizio i percorsi professionali, lasciando margini di sovrapposizione tra le carriere. La riforma intende modificare questa impostazione, creando percorsi separati per giudicanti e requirenti, chiarendo ruoli e responsabilità e favorendo una maggiore autonomia tra chi accusa e chi giudica, riducendo il rischio che la vicinanza professionale influenzi le decisioni processuali.
Anche l’organizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura verrebbe ridefinita: il CSM ora unico organo di autogoverno, verrebbe sostituito da due organi distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, mentre la funzione disciplinare sarebbe affidata a un’Alta Corte autonoma, separando chi gestisce le carriere da chi valuta eventuali responsabilità dei magistrati.
Questa distinzione, però, solleva anche preoccupazioni: separando gli organi, si teme che ciascuna componente possa perdere parte della propria forza collettiva e, di conseguenza, diventare più vulnerabile a pressioni o ingerenze della corrente politica di turno. Il legislatore punta invece a creare un sistema più solido, chiaro e trasparente, in cui le decisioni siano più difficilmente influenzabili da interessi esterni, garantendo al contempo una gestione coerente e paritetica delle carriere e della disciplina dei magistrati. In sostanza, l’obiettivo è rafforzare l’autonomia reale del singolo magistrato attraverso la separazione delle carriere e la definizione dei ruoli ben distinti, senza compromettere la capacità della magistratura di difendersi dall’influenza di poteri esterni.
Per ridurre il peso delle correnti interne, viene introdotto anche il sorteggio nella scelta dei componenti degli organi di autogoverno. Da un lato, questo meccanismo può far pensare che si dia maggiore spazio alla “fortuna” rispetto al merito nella selezione dei magistrati che assumono ruoli decisionali. Dall’altro, l’obiettivo è proprio quello di limitare il rischio che si formino fazioni interne in grado di orientare le decisioni e i voti verso determinati gruppi, garantendo così una maggiore imparzialità e una distribuzione più equilibrata dei poteri all’interno della magistratura.
In questo contesto, la cultura della giurisdizione non parte dai codici o dai tribunali, ma dai cittadini stessi. Essi non sono spettatori passivi, ma protagonisti della vita civile: comprendere i temi in gioco e il peso del proprio voto significa avere strumenti concreti per orientarsi tra le scelte politiche e tecniche che il referendum propone. Saper valutare come la separazione dei ruoli tra chi accusa e chi giudica possa incidere sulla tutela dei diritti è un esercizio di partecipazione attiva: va oltre il semplice “sì” o “no” e contribuisce a costruire una giustizia più equilibrata, trasparente e vicina alla società. Un cittadino informato, quindi, non solo esercita meglio il proprio diritto di voto, ma diventa parte integrante di una cultura della giurisdizione consapevole, capace di cogliere le implicazioni profonde di scelte che, in apparenza tecniche, hanno effetti concreti sulla vita di tutti.
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