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Fine vita, tra diritto e coscienza: la necessità di un confronto maturo

Dalla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale al richiamo di Luca Zaia, il dibattito torna centrale: servono regole chiare, tutela dei più fragili e un dialogo capace di tenere insieme dignità, cure palliative e autodeterminazione

Pubblicato il 17-02-2026
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Il dibattito sul fine vita è tornato al centro dell’attenzione pubblica, anche grazie alle riflessioni di Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto.
Zaia parte da un dato giuridico preciso: la sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, che individua, in condizioni rigorose, un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio e invita il Parlamento a intervenire per disciplinare tempi, modalità e garanzie. Il presidente del Consiglio regionale del Veneto sottolinea l’urgenza di superare ambiguità e silenzi.
Per Zaia, il punto centrale non è l’esistenza del tema, ma il modo in cui viene affrontato. La sentenza definisce criteri chiari, ma l’assenza di una legge organica lascia ancora margini di incertezza.

Luca Zaia, nel suo ruolo istituzionale, sottolinea come non sia più possibile ignorare il vuoto normativo.

Superare il “non detto” è fondamentale per evitare che decisioni così delicate ricadano interamente sull’interpretazione dei tribunali o sulla discrezionalità dei singoli operatori sanitari.
La questione coinvolge sensibilità diverse e più livelli istituzionali. Alcune Regioni hanno sentito l’urgenza di applicare la sentenza, mentre il governo evidenzia la necessità di una cornice nazionale uniforme. Più che uno scontro, questa dialettica mostra la complessità della materia: garantire coerenza su tutto il territorio deve convivere con il rispetto delle competenze costituzionali.
Personalmente ritengo che il fine vita non possa essere ridotto a una contrapposizione tra “favorevoli” e “contrari”. È una questione che riguarda la dignità della persona, il limite della medicina, il valore della vita e il principio di autodeterminazione.
Le cure palliative restano un presidio fondamentale, ma ci sono situazioni in cui la sofferenza e la volontà individuale sollevano interrogativi che non si possono ignorare. In questo contesto, una disciplina chiara non va vista come una forzatura ideologica, ma come uno strumento di tutela. Procedure trasparenti e controlli rigorosi proteggono i più fragili e offrono a medici e famiglie un quadro certo entro cui operare. Anche chi nutre dubbi può trovare nelle regole precise una garanzia contro possibili abusi o pressioni.
Segnali di riflessione arrivano anche dal mondo cattolico. Il contributo della Pontificia Accademia per la Vita, consegnato a Papa Francesco, mostra attenzione alla complessità delle situazioni concrete e invita a un confronto serio, senza semplificazioni. È un segno che la società italiana, pur attraversata da sensibilità diverse, può interrogarsi senza irrigidirsi. In questa cornice si inserisce una riflessione più ampia sul ruolo della politica. Il confronto sui diritti civili, come ricordato da Marina Berlusconi, può rappresentare un’opportunità di crescita collettiva, se affrontato con responsabilità e senza trasformarsi in terreno di scontro ideologico.
Il fine vita resta una delle questioni più complesse del nostro tempo. Non richiede slogan né risposte preconfezionate, ma uno spazio di dialogo serio e rispettoso.
Alla politica spetta il compito di costruire una sintesi che unisca principi etici, garanzie giuridiche e storie concrete, consapevole che dietro ogni decisione ci sono vite reali e scelte profondamente intime.

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