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“Chiediamo all'Ulss il massimo impegno per la ricerca della verità”
Il Coordinamento C.A.Sa delle associazioni in ambito Salute e l'Associazione a Tutela dell'Ammalato intervengono sul caso dell'infezione mortale al San Bassiano. “Il tragico episodio rafforza la barriera che ancora esiste tra medici e cittadini”
Pubblicato il 08 mar 2012
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Il loro ruolo è quello di favorire e migliorare i reciproci rapporti tra le strutture sanitarie e la popolazione.
Il Coordinamento C.A.Sa., che riunisce le associazioni di volontariato del territorio in ambito Salute e l'A.T.A. - Associazione a Tutela dell'Ammalato, attiva da 25 anni in ospedale a Bassano a sostegno delle istanze dei pazienti, da due anni hanno intrapreso un percorso di dialogo e collaborazione con i vertici ospedalieri per un monitoraggio e una promozione congiunta della qualità dei servizi.
Ma il recente e grave caso della morte di tre pazienti - ricoverati per altre patologie al reparto di Gastroenterologia del San Bassiano e infettati in ambiente ospedaliero dal batterio “Klebsiella Pneumoniae” -, comunicata dall'Ulss 3 un mese circa dopo i decessi, si è abbattuto su questa conclamata attività di “costruzione della fiducia” come un macigno.
Il presidente dell'Associazione a Tutela dell'Ammalato Adriano Gugielmini e il presidente del Coordinamento C.A.Sa. Dario Petri durante la conferenza stampa
Le due realtà associative, che oggi all'ospedale hanno incontrato la stampa, precisano quindi in un comunicato congiunto “che hanno richiesto all'Ulss n. 3 di garantire il massimo impegno per la giusta e doverosa ricerca della verità e per l'individuazione delle cause di questi tragici eventi”.
Ma C.A.Sa. e A.T.A. dichiarano al contempo di essere preoccupate “dall'ampio risalto dato nei media al malaugurato caso di infezione ospedaliera che rischia di rappresentare un grave ostacolo nel difficile cammino di collaborazione intrapreso tra Ulss n. 3 e Conferenza dei Sindaci e tra Istituzioni e Associazioni di volontariato che operano nell'ambito della salute” e evidenziano “che esiste il serio pericolo che diverse iniziative di partecipazione attivate subiscano un rallentamento”.
“Il timore - ha spiegato in conferenza stampa il presidente del Coordinamento C.A.Sa. Dario Petri - è la messa in dubbio della professionalità dei medici e la confusione dei cittadini. Questo va a rinforzare quella barriera che ancora esiste tra medici e cittadini, per abbattere la quale è nato il Coordinamento.”
“La qualità e la sicurezza dei servizi - ha continuato Petri - dipendono molto dalla partecipazione attiva dei cittadini-utenti. Le segnalazioni all'URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) dell'ospedale sono passate dalle 120 del 2009 alle 308 dell'anno scorso. E' un dato positivo, ma siamo solo all'inizio di un cammino e la strada da percorrere è ancora molta.”
Il caso “Klebsiella” ha comunque dimostrato l'attuale limite del coinvolgimento delle associazioni: che hanno attivato un “nucleo di partecipazione attiva” con l'Ulss, che partecipano di diritto alla Conferenza annuale dei Servizi promossa dall'Azienda Sanitaria e che hanno dato vita, unico nel Veneto e forse in Italia, al Comitato di Promozione alla Salute ma che non possono partecipare alla Commissione ospedaliera sul rischio clinico né confrontarsi “ad un tavolo sistematico sul rischio clinico, ancora da fare”.
“Sulla vicenda dell'infezione - lamenta il presidente dell'Associazione a Tutela dell'Ammalato Adriano Guglielmini - ci dispiace il fatto di non essere stati informati anticipatamente.”
Perplessità che riguardano anche la ritardata comunicazione dell'accaduto, diffusa dall'Ulss soltanto dopo un mese dai decessi e dall'individuazione del batterio responsabile.
Questo ed altri aspetti saranno al centro di un incontro, in agenda giovedì 15 marzo, tra i rappresentanti del Coordinamento e la Direzione Generale dell'Ulss.
“L'incontro della settimana prossima - sottolineano i due presidenti - è per avere chiarimenti precisi sul perché si sia arrivati dopo questo tempo a dare comunicazione. Se le procedure non prevedono un coinvolgimento delle associazioni, chiediamo di essere riconosciuti tra gli interlocutori per questa come per altre problematiche di questo tipo.”
Il rovescio della medaglia, per gli operatori del volontariato, è rappresentato dal modo in cui la notizia del “batterio killer” è stata riportata e sviluppata dagli organi di informazione.
“Se si cerca il colpevole - sostengono - si rende più difficoltosa la barriera nei rapporti tra i medici e i pazienti. Le reazioni della gente preoccupano gli operatori, che avvertono la non-fiducia del cittadini.”
A monte della triste vicenda, il Coordinamento C.A.Sa. e l'associazione A.T.A. “rivolgono un un pensiero alle tre persone decedute ed esprimono un sentito rammarico e la loro viva solidarietà alle famiglie delle stesse”.
“La nostra non è una vicinanza di circostanza - sottolinea Dario Petri -. Ogni giorno l'esperienza in ospedale è condivisa dai nostri volontari vicini alle persone malate.
Nel 2009, alla nascita del nostro Coordinamento, abbiamo svolto un'indagine sul territorio riguardo alla percezione dei servizi sanitari. Hanno partecipato al sondaggio anche i nostri volontari, e il 30% ha dichiarato di avere in famiglia almeno un caso che è stato coinvolto da un “evento avverso” in sanità. Alcuni di questi volontari hanno anche intrapreso azioni legali."
"Da sempre - conclude il presidente del C.A.Sa. - abbiamo chiesto alla Direzione dell'Ulss la massima chiarezza sul rischio clinico.”
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