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No green pass e Ucraina: due o tre cose sulla grande manifestazione per la pace di domani a Bassano sullo spunto di una riflessione di un nostro lettore
Pubblicato il 04 mar 2022
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Mezzogiorno circa di oggi: mi squilla il telefonino. Dall’altro capo c’è un nostro affezionato lettore, manager di una nota azienda del Bassanese.
Mi ha chiamato, mi dice, perché ha saputo della grande manifestazione per la pace in Ucraina in programma per domani pomeriggio a Bassano e vuole esprimere una sua riflessione - ma che è anche uno sfogo - “da cittadino comune” sapendo che Bassanonet è un portale giornalistico indipendente e aperto al confronto delle opinioni. Ci mancherebbe.
Prima però devo ricordarvi che cosa accadrà domani a Bassano. L’ho già accennato nel mio precedente articolo “Da Мусоленте all’Ucraina”, ma vale la pena ripeterlo in maniera più approfondita.
Il manifesto della manifestazione di domani a Bassano del Grappa
A partire dalle ore 14, avrà luogo la manifestazione “Pace in Ucraina”, marcia per la pace organizzata dalla comunità ucraina (che non è un’associazione vera e propria, ma una comunità di fatto della rete dei cittadini ucraini residenti nel nostro territorio) in collaborazione con tutti i Comuni del comprensorio. Ritrovo ai Giardini Parolini, poi il corteo proseguirà per viale delle Fosse, via Santa Caterina e Prato Santa Caterina per confluire in Parco Ragazzi del ’99, dove si terranno gli interventi. La mobilitazione - come già detto - è comprensoriale, l’adesione si è allargata alle municipalità dell’Altopiano di Asiago e i Comuni che parteciperanno all’iniziativa, oltre a quello di Bassano del Grappa, sono i seguenti, come da ordine stampato sul volantino della manifestazione: Nove, Pianezze, Pove del Grappa, Roana, Romano d’Ezzelino, Rosà, Rossano Veneto, Rotzo, Schiavon, Solagna, Tezze sul Brenta, Valbrenta, Asiago, Cartigliano, Cassola, Colceresa, Enego, Foza, Gallio, Lusiana Conco, Marostica e Mussolente. Tutti insieme appassionatamente per manifestare in favore della pace in questo oscuro momento per l’Europa.
Dallo scorso 24 febbraio la guerra in Ucraina sta scuotendo le nostre coscienze, la minaccia della potenza nucleare russa va ben oltre i confini contesi del confinante Paese invaso, lo spettro della minaccia bellica aleggia anche su altri Paesi dell'area e domani a Bassano si prevede pertanto, e immancabilmente, una grande partecipazione di gente.
Ma è proprio questo lo spunto della riflessione-sfogo del nostro lettore, degna di analisi giornalistica perché pone una questione emblematica del momento storico e sociale che stiamo vivendo oggi.
Chi mi parla dall’altro capo del telefono premette subito che “non è un no pass o un no vax ma è per la libertà di ciascuno di fare le scelte che preferisce” e capisco subito verso dove la sua riflessione andrà a puntare.
Si dice “amaramente sorpreso” per la manifestazione di domani, per due distinti ordini di ragioni. Il primo, come da sue parole, di natura storico-politica: “Sappiamo che la guerra in Ucraina c’è dal 2014 e fino adesso nessuno ne aveva mai parlato e mai si era mobilitato”.
Oggi siamo tutti concentrati sulle sofferenze del popolo ucraino e sul dramma delle centinaia di migliaia di profughi: il nostro lettore riconosce la gravità dell’emergenza umanitaria in corso ma sostiene che riguardo all’attuale guerra in Ucraina provocata dai russi, per la quale il conflitto che si trascina da 8 anni nella regione contesa del Donbass al confine con la Russia è stato preso a pretesto, “Putin non ha tutti i torti”. Basterebbe già questo per aprire un dibattito infinito, ma andiamo avanti.
Perché l’aspetto della manifestazione di domani che maggiormente amareggia il mio interlocutore è un altro.
“Domani faranno questa marcia con tante persone mentre a Bassano hanno sospeso le manifestazioni in centro per evitare assembramenti - mi dice -. Hanno fatto annullare il carnevale, mio figlio che ha 7 anni non ha potuto andare a festeggiare in piazza con i suoi amici per martedì grasso. Hanno vietato di consumare bevande nelle due piazze perché c’è stato un “aperitivo libero” pacifico sui diritti di tutti e di chi ha perso il lavoro per l’obbligo del green pass.” “Penso a tutte le persone con più di 50 anni che per andare a lavorare devono esibire il super green pass nella sede di lavoro e a quelle che, non avendo la certificazione, sono state costrette a rimanere a casa - continua -. Nessuno pensa più a queste persone, pensiamo solo agli ucraini e gli italiani in difficoltà sono scomparsi. Dobbiamo certamente essere solidali con chi fugge dalla guerra, ma in primo luogo dobbiamo essere solidali con gli italiani che non possono lavorare per queste assurde regole.”
In definitiva, secondo l’opinione del nostro lettore, domani a Bassano si svolgerà una manifestazione in barba a tutte le norme restrittive che ancora adesso, e fino al termine dello stato di emergenza sanitaria, impongono di evitare la formazione di assembramenti e che fino ad oggi sono state rigorosamente osservate dall’amministrazione bassanese e dagli altri Comuni. E per di più per manifestare su un’emergenza che copre, sull’onda emotiva della guerra in Ucraina, le vere emergenze sociali del nostro Paese.
Ringrazio il signor X, di cui ovviamente non faccio il nome, per la sua inattesa telefonata - dai toni comunque garbati e equilibrati - che mi porta a mia volta a intervenire sui non banali argomenti messi sul piatto della discussione.
Innanzitutto rispetto la sua posizione sulla guerra in Ucraina ma dissento.
È vero e indiscutibile che in Ucraina, e nella fattispecie nella regione di confine ucraino-russo del Donbass, la guerra è in corso dal 2014 dopo che del Donbass i separatisti filorussi avevano proclamato l’indipendenza, riconosciuta lo scorso 22 febbraio da Putin nell’atto di anteprima dell’invasione dell’Ucraina di due giorni dopo. Dal 2014 in Donbass i separatisti sostenuti e finanziati da Mosca e gli ucraini hanno sempre combattuto e in questo conflitto regionale i soldati dell’esercito ucraino, analogamente ai loro oppositori, non sono stati certamente degli stinchi di santo.
Ma il fatto che non se ne sia mai parlato e soprattutto che nessuno fino ad oggi, prima della guerra estesa al resto dell’Ucraina, si sia mobilitato è una circostanza purtroppo normale.
È sempre stato così con tutte le “guerre interne” che hanno insanguinato l’Europa e l’Eurasia. In primis la guerra nella ex Jugoslavia e, all’interno di questa, in Bosnia. Li abbiamo lasciati massacrarsi tra di loro per quattro anni, compresi i Caschi Blu dell’ONU che hanno voltato le spalle durante la strage di Srebrenica, compiuta dai serbo-bosnici e costata più di 8000 vite umane. Lo abbiamo sempre fatto perché non erano “fatti nostri” e non ci minacciavano direttamente. Oggi è diverso: siamo di fronte alle minacce di un imperialista che anche se “non avrà tutti i torti”, come afferma il nostro lettore, per avere ordinato l’invasione dell’Ucraina ha lanciato la sua sfida con ripercussioni nucleari anche all’occidente, che sta fornendo armi agli ucraini per la loro resistenza.
Mi permetto dunque di rivendicare il mio diritto di essere seriamente preoccupato e di sentirmi vicino a chi scende in piazza o marcia in corteo per invocare la pace: questa volta un’istanza assai più concreta ed effettiva - perché ci riguarda tutti, checché se ne pensi - del semplice sventolio ideologico di una bandiera arcobaleno.
Tutt’altra cosa è invece il parallelo tra la sensibilità civica affermata in questi giorni per il dramma dell’Ucraina e la sensibilità civica negata per le emergenze sociali conseguenti alla pandemia. Qui il mio interlocutore telefonico ha toccato un nervo scoperto, perché se da una parte il problema dei “disoccupati da green pass” è tanto grave quanto messo sotto silenzio nel nome delle “regole da rispettare”, dall’altra rischia di non essere adeguatamente compreso dalla stragrande maggioranza di cittadini che, pur ingoiando rospi e non facendo certamente salti di gioia, a quelle regole ha deciso di sottostare.
Su questi argomenti non è possibile trovare punti di concordanza: la pandemia ci ha diviso e qualsiasi lettura dei fenomeni conseguenti è destinata a sua volta a generare ulteriori divisioni. Comprese le affermazioni di chi mi ha telefonato, che pongono una questione assai difficile da affrontare con equidistanza di giudizio e serenità intellettuale.
Su una cosa, però, concordo con lui. Anch’io infatti, dopo essere stato informato della grande manifestazione di domani a Bassano, non ho potuto fare a meno di pensare agli eventi fino ad oggi bloccati in città ai sensi delle vigenti norme anti-affollamento.
È un evidente controsenso. È come se l’invasione dell’Ucraina abbia invaso anche il territorio del virus, annientandolo. L’incontro collettivo per la pace assume priorità rispetto alle normative di prevenzione che da due anni a questa parte hanno imprigionato, anche se a fin di bene, le nostre vite e che sono tuttora vigenti.
Non me ne sorprendo più di tanto, in realtà, perché non accade solo da noi.
Penso alla Germania, dove le regole anti-pandemia sono da tempo assai più restrittive che in Italia. Per andare a cena al ristorante, ad esempio, non solo devi essere in possesso del super green pass ma - come se non bastasse - devi anche esibire un certificato di tampone negativo. Eppure tutto ciò non ha impedito lo scorso 27 febbraio a mezzo milione di persone di manifestare a Berlino contro la guerra in Ucraina.
È stata la madre di tutti gli assembramenti: eppure accettata, seguita ed applaudita da tutto l’occidente.
Grazie a Putin, non c’è più il Covid di una volta.
In conclusione, posso certamente capire le riserve espresse dal nostro lettore sul concetto dei “due pesi e due misure” che la grande manifestazione di domani a Bassano per la pace in Ucraina metterebbe in atto. Un’opinione che, come mi ha detto lui stesso, “è certamente condivisa anche da molte altre persone”. Non lo metto in dubbio.
Ma il diffondersi di una corrente di pensiero che metta sullo stesso piano, contrapponendoli, i profughi e gli sfollati dall’Ucraina e i disoccupati o svantaggiati da green pass rischia di innescare qui in Italia un altro conflitto di cui non abbiamo bisogno: la guerra tra poveri.
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