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“Determinata per carattere, Democratica per passione, Chiara per il Veneto”.
Nello slogan che accompagna la sua campagna elettorale, Chiara Luisetto gioca sul suo nome. Sindaco di Nove dal 2014 al 2019 e precedentemente consigliere comunale dello stesso Comune, forte anche di un'esperienza da consigliere provinciale con delega a Cultura e Turismo, ora la Luisetto corre alle elezioni regionali nella lista del Partito Democratico.
Ovvero il partito di cui nel 2017 è diventata il segretario politico provinciale, ruolo dal quale si è autosospesa contestualmente alla sua candidatura. Laureata in Politica internazionale e Diplomazia all'Università di Padova, lavora in una comunità familiare di accoglienza per donne e minori a Vicenza. Ha ricoperto a titolo gratuito anche il ruolo di presidente di una cooperativa sociale che si occupa di bambini e ragazzi con disabilità sensoriali. Va da sé che i temi del sociale sono un punto forte del suo programma di aspirante consigliere regionale.
Chiara Luisetto, candidata con il Partito Democratico
Ma non solo, dal momento che la corsa per le regionali presuppone la padronanza di tematiche ad ampio spettro, in quella che per lei è una assoluta prova del Nove.
Chiara Luisetto, che motivazioni la spingono a tentare il “grande salto”?
Ho sempre pensato che la politica abbia una dose di coraggio e di capacità di accettare il rischio, situazioni difficili, e di metterci la faccia. Penso che il Bassanese nello specifico, e in generale le piccole e medie comunità del nostro territorio, abbiano bisogno anche di un punto di riferimento. Non perchè io pensi di essere chissà che, ma perché penso che l'esperienza amministrativa di questi anni e l'esperienza politica fatta nel partito, a livello nazionale e provinciale, possano essere uno strumento. Una delle cose che mi sono prefissata è proprio quella di esserci. Vedremo come andranno queste elezioni: se dovessero andar bene, ovviamente ci voglio essere con una proposta di governo con dei temi concreti che ho ben chiari, quattro-cinque cose urgenti da fare. Se dovesse andare male, credo che un'opposizione costruttiva, ma anche trasparente e dura dove serve, sia importante per un territorio e anche per la democrazia stessa.
Delle “quattro-cinque cose urgenti da fare”, qual è quella che ritiene più urgente?
Il socio sanitario per me è fondamentale. Abbiamo visto in questi anni la riorganizzazione delle Ulss, la Legge 19, e quello che è successo con l'Azienda Zero che ha portato paradossalmente, in una Regione che chiede autonomia da un sacco di tempo, alla legge credo più accentratrice della storia delle leggi sulla sanità. Il che non significa che non vada bene una razionalizzazione dei costi, anzi. Il problema vero è che è diventato razionamento: tagli di posti letto, liste di attesa infinite, spinte verso il privato per cui alla fine si è quasi costretti ad andare a scegliere una struttura convenzionata perché non ci sono i tempi per potersi curare in maniera dignitosa nelle strutture pubbliche. Tutto questo è indicativo di un sistema che sta depauperando un patrimonio. Inoltre ci si dimentica sempre di più che le Ulss hanno due “esse”: il “socio” e il “sanitario”. Tutto l'ambito sociale che riguarda le nuove povertà, le fragilità, le disabilità, appare oggi in secondo piano. Penso a quello che è successo durante l'emergenza Covid, ci sono ragazzi con difficoltà che sono davvero regrediti in pochi mesi dopo anni di lavoro. Non hanno fatto integrazione lavorativa, non hanno visto un logopedista, uno psicologo o un fisioterapista. È un segno di qualcosa che non torna. Anche la legge sul “dopo di noi” è stata applicata in Regione Veneto con pochissime risorse, tanto che molti progetti non sono neanche partiti. C'è poi tutto il tema della rete dei servizi al territorio, degli anziani. L'assessore Lanzarin ha annunciato un aumento della quota sanitaria giorni fa.
A un mese dalle elezioni mi sembra più che altro una presa in giro dopo più di un decennio che le quote sono ferme. Però, al di là della proposta in sé, c'è un problema di fondo che non viene affrontato ed è la questione demografica.
E cioè l'invecchiamento della popolazione?
Proprio così. Siamo un Veneto che invecchia, un Veneto che ha degli anziani in casa di riposo la cui retta a volte è più del doppio della pensione di un normale cristiano. Questi soldi da dove vengono presi? A volte dalle integrazioni dei Comuni, che quando sono piccoli e medi e hanno cinque o sei rette da integrare finiscono il bilancio del Sociale. Negli anni è successo. E quindi si sottraggono risorse a tutti. E poi le famiglie: nel momento in cui ho mio padre o mia madre in casa di riposo e devo garantirgli una vecchiaia dignitosa, mi devo fare carico di buona parte della sua retta. Questo è un sistema sociale che non tiene più. Anche perché i figli sono sempre meno e gli anziani non avranno più le pensioni che hanno adesso, e già adesso è fatica. Quindi vedere questo problema è il primo passo. E provare a riprendere in mano un sistema sociale che parta da un ritardare l'istituzionalizzazione il più possibile nelle case di riposo. Affrontando una domiciliarità che sia più in grado di tenere l'anziano a casa, ma dando gli strumenti, perché l'assistenza domiciliare deve essere pensata seriamente e non affidata al caso. Serve attuare anche una rete di servizi che guardi alle fragilità. La prima cosa che la Regione ha colpito sono stati i centri di salute mentale. Quello di Schio è chiuso da più di un anno, a Lonigo hanno ridotto i posti letto, qua a Bassano la fatica è grande. Adesso si comuncia addirittura a parlare di Neurologia e di altri reparti che vanno in difficoltà.
E quando mi dicono che il sistema ha tenuto per il Covid, mi viene da rispondere che sì, ha tenuto, ma nonostante questo tipo di politica socio sanitaria. Gli operatori socio sanitari delle case di riposo a un certo punto sono stati trattati da untori della peste, ma non avevano i dispositivi di protezione, all'inizio non avevano neppure dei protocolli. Allora: o si riforma questo sistema comprendendo che la popolazione ha una certa età, compensando anche con delle politiche serie per la natalità e non a colpi di bonus come si sta facendo una tantum, oppure siamo destinati ad invecchiare e soprattutto a non poter più garantire dei servizi che secondo me sono la base.
Altri punti che ritiene prioritari?
Formazione e lavoro. Attenzione ai centri di formazione professionale che non devono essere i posti dove “te mando quando no te ghe voia de studiare” ma devono essere i luoghi in cui si fa matching con le esigenze delle imprese. Il tema ambientale, che si deve per forza coniugare con lo sviluppo sostenibile e anche con la progettazione del territorio. Ad esempio una progettazione del territorio che pensi che la viabilità complementare alla Superstrada Pedemontana Veneta è sufficiente a garantire velocità, equilibrio, spostamenti di un certo tipo, è fallimentare. La rotonda del Croceron ha il chilometro e mezzo di colonna ogni giorno.
O si progettano strade in integrazione con gomma e rotaia, si ragiona sullo snodo Valsugana, si pensa a potenziare la viabilità complementare oppure ci incastreremo in un meccanismo senza uscita. Se io progetto un territorio, delle infrastrutture e decido se investire su gomma o ferro, cambio anche la conformazione di come ci si sposta, di come si vive e anche di come si costruisce, perché c'è anche un tema di sostenibilità degli edifici. Una delle cose che stiamo aspettando da quando io ero piccola, quindi dagli anni 80, è un biglietto integrato bus-treno che permetta agli studenti e ai pendolari di spostarsi con maggiore facilità. E siamo ancora lì. E siamo ancora all'investimento sul cemento, perché anche la legge sul consumo di suolo zero in realtà è una legge che permette un certo tipo di cementificazione. Quello che sta succedendo a livello ambientale anche nel nostro territorio è che un territorio fragile fa i conti con bombe d'acqua e nubifragi al punto che non sa come affrontarli. Allora ci vuole programmazione e prevenzione. La stessa programmazione ci vuole per le imprese, per il tessuto economico.
Ovvero?
Non posso fare un bando, l'anno delle elezioni, da 3 milioni di euro, che funziona “a clic” e quindi chi primo arriva meglio alloggia e non programmare, per piccole e anche piccolissime imprese, la possibilità di cambiare un macchinario, di fare degli investimenti verdi. Per questo serve una programmazione e una visione, che è quella che è mancata e sta mancando in ambito ambientale, infrastrutturale e anche per le imprese e l'economia. C'è poi la questione di genere, tema che mi sento di portare avanti in termini di battaglie sui diritti delle donne.
Questo smart working sembra aver risolto tutto il problema del lavoro delle donne, in realtà rischiamo di regredire sul fronte dei diritti conquistati con fatica. C'è il tema della violenza sulle donne sul quale investire, a Bassano noi abbiamo un centro antiviolenza importante.
Quindi pensare a una corsia preferenziale nell'assegnazione degli alloggi popolari per le donne che decidono di abbandonare i partner violenti, con un reddito minimo per aiutarle: sono strumenti concreti.
Lei corre in un territorio dove l'“humus” leghista e di centrodestra è comunque importante. Come si pone nei confronti dell'elettorato?
Credo che per le persone che fanno politica, che dovrebbe essere sempre un servizio, parli la propria storia personale. Quello che ho cercato di fare in questi anni è esserci per la mia comunità e ora vorrei esserci per la mia Regione e Provincia, in particolar modo per il territorio bassanese. Qui si sta consumando in realtà uno sgretolamento di progetti collettivi: dalla “Grande Bassano” al Marchio d'Area, ai progetti culturali di ampio respiro, al consorzio dei vigili. Ci sono una serie di progetti che coinvolgevano più Comuni e che un po' alla volta si stanno impoverendo. Noi abbiamo bisogno del contrario: di allargare e dare responsabilità.
Io ho promesso due cose alla mia comunità quando mi sono candidata a sindaco: che ci sarei stata e che avrei costruito un polo scolastico assieme alla mia squadra. È un polo che oggi c'è, costato 7 milioni di euro, di cui 6,5 milioni di fondi europei e di restituzione del Gse perché è un edificio a impatto zero. Ed è un edificio che spiega quanto sia importante investire sulle nuove generazioni. Se non invertiamo il paradigma per cui io do servizi alle famiglie, rischiamo di diventare delle piccole, medie ma anche grandi comunità-dormitorio nelle quali le persone non trovano opportunità. È quello che vorrei fare anche adesso: esserci e, per quelle che sono le mie competenze e possibilità, essere un punto di riferimento. E anche studiare, perché la politica è responsabilità quando la fai a livello locale e quando hai più cittadini a cui rendere conto ti devi sentire ancora più responsabile perché hai problemi più ampi, visioni importanti e l'occasione di migliorare la vita delle persone che vivono nel tuo territorio.
Un bell'impegno, insomma...
Lo so, ma non mi fa paura. Io sono l'ultima figlia, credo, di mugnaio in provincia di Vicenza. Mia madre è un'operaia ceramista, mio papà è stato un ceramista ma prima di tutto portava i sacchi da quintale e mezzo di farina sulla schiena. Mi hanno insegnato a casa che quando si lavora, si lavora. E lo si deve fare con onestà e mettendoci la faccia. Ed è quello che voglio fare, restando la persona che sono.
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