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Elvio Rotondo
Contributor
Bassanonet.it
Hormuz, traffico marittimo quasi azzerato
Il blocco dello stretto potrebbe provocare un ulteriore aumento dei prezzi di beni e servizi a livello globale
Pubblicato il 07 mar 2026
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Lo Stretto di Hormuz è una delle rotte marittime più importanti al mondo e rappresenta il punto nevralgico per il transito del petrolio e gas. Ogni mese circa 3.000 navi lo attraversano e quasi il 20% del petrolio e del gas mondiale transita attraverso questa stretta via marittima nel Golfo.
Si trova tra Oman ed Emirati Arabi Uniti da un lato e l'Iran dall'altro. Secondo quanto riportato da Analisi Difesa, la navigazione nello stretto è particolarmente complessa, poiché deve attenersi agli schemi di separazione del traffico approvati dall’International Maritime Organization (IMO). Questi prevedono due canali di navigazione larghi circa un miglio ciascuno, separati da una zona cuscinetto (buffer zone) di due miglia. I canali ricadono nelle acque territoriali di Iran e Oman e, in prossimità della penisola omanita di Musandam, si trovano interamente nelle acque territoriali dell’Oman. Le norme delle Nazioni Unite consentono agli Stati di esercitare la sovranità sulle proprie acque territoriali fino a 12 miglia nautiche dalla costa.
Circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio transita attraverso lo stretto - Reuters
Nel suo punto più stretto, misura circa 33 chilometri, un fattore che lo rende particolarmente vulnerabile ad attacchi o blocchi. Con una profondità massima di circa 200 metri, è abbastanza profondo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo.
L’interruzione della navigazione nello stretto potrebbe avere conseguenze pesantissime sull’economia globale. L’Iran dispone di diversi strumenti di interdizione, tra cui droni, missili antinave da batterie costiere, mine, sottomarini e imbarcazioni veloci armate.
La minaccia è considerata concreta: centinaia di petroliere risultano bloccate su entrambi i lati del passaggio che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Secondo il Joint Marine Information Center, nelle ultime 24 ore sarebbero stati osservati solo due transiti commerciali, riguardanti esclusivamente navi cargo e non petroliere. L’incertezza e le tensioni legate alla risposta iraniana agli attacchi statunitensi e israeliani hanno già spinto al rialzo i prezzi del petrolio.
Un blocco prolungato potrebbe far aumentare ulteriormente il costo dei beni e dei servizi in tutto il mondo, colpendo in particolare le grandi economie asiatiche — tra cui Cina, India e Giappone — fortemente dipendenti dal greggio che transita attraverso questa via marittima. Nel frattempo, sembra che la Cina sia in trattative con l’Iran per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz alle navi che trasportano petrolio greggio e gas naturale liquefatto dal Qatar. All'inizio della settimana, il governo iraniano aveva dichiarato che nessuna nave appartenente agli Stati Uniti, a Israele, ai paesi europei o ai loro alleati sarebbe stata autorizzata ad attraversare lo Stretto di Hormuz; nella dichiarazione, tuttavia, non veniva fatto alcun riferimento alla Cina.
Nel 2025, secondo le stime dell’US Energy Information Administration (EIA), attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, per un valore complessivo annuo di quasi 600 miliardi di dollari. Il petrolio non proviene solo dall'Iran, ma anche da altri Stati del Golfo come Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Gli analisti avvertono che più a lungo permarranno le minacce alle navi in transito, maggiore sarà l’impatto sui prezzi del petrolio e sui costi di trasporto.
Le rotte alternative
La persistente minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz ha spinto, nel corso degli anni, i paesi del Golfo a sviluppare rotte di esportazione alternative.
L'Arabia Saudita gestisce un oleodotto lungo 1.200 km in grado di trasportare fino a 5 milioni di barili di petrolio greggio al giorno e in passato avrebbe riadattato temporaneamente un gasdotto per il trasporto di greggio.
Riyadh starebbe cercando di deviare parte delle esportazioni di greggio verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per aggirare lo Stretto di Hormuz. Il 4 marzo scorso il Ministero dell’Energia del Pakistan, in un comunicato stampa, ha dichiarato che Islamabad ha chiesto all’Arabia Saudita di convogliare le forniture di petrolio proprio attraverso il porto di Yanbu. Riyadh ha assicurato che sosterrà il Pakistan nel soddisfare il suo fabbisogno energetico di emergenza.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno collegato i loro giacimenti petroliferi interni al porto di Fujairah, sul Golfo di Oman, attraverso un oleodotto con una capacità giornaliera di almeno 1,5 milioni di barili.
Tuttavia, secondo Reuters, anche deviando il petrolio lungo queste infrastrutture alternative si registrerebbe comunque un calo dell’offerta stimato tra 8 e 10 milioni di barili al giorno
Quanto durerà il conflitto?
Resta ora da capire cosa aspettarsi e quanto potrà durare il conflitto. L’obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti appare molto diverso rispetto a quello perseguito in Iraq negli anni passati. Il segretario alla difesa americano, Hegseth, ha dichiarato: “Le nostre ambizioni non sono utopistiche, ma realistiche, limitate ai nostri interessi e alla difesa del nostro popolo e dei nostri alleati. Non siamo in Iraq. Non si tratta di una guerra senza fine. È esattamente il contrario. Questa operazione ha una missione chiara, devastante e decisiva: distruggere la minaccia missilistica, distruggere la marina militare, impedire all'Iran di sviluppare o possedere armi nucleari”. Secondo quanto dichiarato, l’operazione “Epic Fury” non include obiettivi di ricostruzione nazionale o di esportazione della democrazia.
Il fronte dell’informazione
Infine, un altro aspetto di questa guerra — così come dei conflitti più recenti — è la crescente difficoltà nel distinguere l’informazione reale dalla propaganda e dalle cosiddette fake news. In particolare, in questo conflitto ormai esteso a buona parte del Medio Oriente, ci si ritrova spesso a chiedersi se le notizie e i video diffusi online siano autentici o manipolati. Alcuni contenuti sono palesemente falsi; altri lo sono in modo più sottile e richiedono un occhio allenato per essere smascherati. L’intelligenza artificiale viene spesso utilizzata per alterare filmati esistenti o per crearne di completamente nuovi, capaci di raggiungere milioni di visualizzazioni. Tra gli esempi più eclatanti c’è un video, mostrato dalla BBC, che ha totalizzato 70 milioni di visualizzazioni e che pretenderebbe di mostrare un missile iraniano mentre colpisce un jet da combattimento statunitense: in realtà, le immagini provengono da un videogioco. E casi simili di manipolazione continuano a circolare online.
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