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Lorna Geremia
Contributor
Bassanonet.it
Rental Family: i sentimenti si affittano, l’umanità no
Una riflessione tenera sulla solitudine moderna, dove anche l’affetto diventa un servizio a pagamento
Pubblicato il 14 mar 2026
Visto 3.103 volte
Recensione
In un presente iperconnesso e disincantato, dove le emozioni sembrano filtrate dalla luce blu degli smartphone, “Rental Family” arriva come un delicato balsamo per l’anima.
Il nuovo film della regista Hikari osserva con sguardo delicato un tema universale: quanto l’emotività sia il fondamento delle relazioni umane e quanto, nonostante le convenzioni sociali o culturali che tentano di soffocarla, sia impossibile farne davvero a meno.
A guidarci in questo racconto è Brendan Fraser, che torna sullo schermo con una prova intensa dopo il trionfo di “The Whale”, interpretazione che gli è valsa l’Oscar nel 2022.
In Rental Family Fraser è Philip, un attore americano di medio talento emigrato in Giappone nel tentativo di reinventarsi. Il destino, tuttavia, lo intrappola in una curiosa caricatura di sé: un volto riconoscibile solo per aver preso parte allo spot di un dentifricio diventato virale.
Un “meme” vivente più che un attore.
Philip vive in un paese che gli resta profondamente estraneo. Ha imparato una lingua nuova ma non riesce a penetrare davvero il tessuto sociale che lo circonda. È il classico straniero malinconico: pochi legami, nessun vero amico, una quotidianità fatta di piccoli lavori e di una solitudine che tenta di anestetizzare pagando brevi momenti di intimità.
La svolta arriva quando un’agenzia di “famiglie a noleggio, un fenomeno realmente diffuso in Giappone, gli propone un impiego singolare: recitare nella vita degli altri. Philip diventa così, di volta in volta, il padre necessario a una bambina che deve entrare in una scuola prestigiosa, l’amico autentico di un ragazzo nerd, persino il giornalista incaricato di raccogliere i ricordi di un attore anziano la cui memoria si sta dissolvendo.
In una Tokyo ultramoderna, dove la pressione sociale impone standard di perfezione quasi disumani, le persone finiscono per pagare qualcuno che interpreti i ruoli mancanti nelle loro vite.
Da qui nasce la domanda più inquietante del film: stiamo davvero andando verso un mondo in cui mostrare i propri sentimenti diventa motivo di vergogna? Un mondo in cui preferiamo affidarci a emozioni surrogate, piuttosto che affrontare la vulnerabilità della realtà?
Philip si ritrova presto intrappolato in questo dilemma etico. Perché recitare sentimenti è semplice, ma separarli da ciò che si prova davvero lo è molto meno.
Quando la bambina che dovrebbe “assistere” comincia a chiamarlo papà, l’attore avverte tutta la vertigine della sua posizione: quella di un uomo che teme di essere un impostore anche quando è sincero.
Non ci sono colpi di scena spettacolari né effetti speciali. Solo la realtà, osservata con una sincerità quasi disarmante. La forza del film di Hikari sta proprio qui: nella capacità di affrontare un tema fragile senza scivolare nel sentimentalismo.
Il risultato è un’opera sorprendentemente rasserenante, una carezza narrativa che suggerisce come, prima o poi, le maschere che indossiamo siano destinate a cadere.
Del resto, come scriveva Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila: nella lunga traiettoria della vita incontreremo molte maschere e pochi volti. Rental Family sembra ricordarci che proprio quei pochi volti, imperfetti, ma autentici, sono ciò che rende davvero umana la nostra esistenza.
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