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Ditonellapiaga allo Spin Time di Roma
Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Ex genitori ed ex figli? Al Remondini, il malessere incompreso
Lunedì 4 marzo, la stagione teatrale bassanese ha portato sul palco il dramma di Florian Zeller Il figlio
Pubblicato il 05 mar 2024
Visto 5.235 volte
Lunedì 4 marzo, la stagione teatrale della Città di Bassano, realizzata in collaborazione con il circuito Arteven, ha ospitato lo spettacolo Il figlio, tradotto e diretto da Piero Maccarinelli.
Sul palco del Remondini sono saliti come protagonisti Cesare Bocci e Galatea Ranzi, “genitori” del giovane Giulio Pranno, e poi Marta Gastini, a dare vita in un gioco delle coppie, ma con figli, al testo omonimo scritto dal drammaturgo e regista francese Florian Zeller, opera che ha debuttato a Parigi nel 2018.
Prodotto da Il Parioli e Teatro La Pergola, il lavoro mette in scena i drammi dell’adolescenza fragile e della sanità mentale, le incomprensioni tra le generazioni e all’interno delle coppie, la solitudine e il malessere generati da un teatrino delle convenzioni a cui è difficile sfuggire, proprio del mondo contemporaneo.
da Il figlio, con Cesare Bocci, Galatea Ranzi e Giulio Pranno
Ad accogliere sul palco, una scenografia nera, buia, illuminata da rettangoli-finestre sul nulla — creazione firmata da Carlo Di Marino con Javier Delle Monache, alle luci.
I riflettori sono puntati su una sorta di interno-notte che avvolge le abitazioni di due “famiglie”: una diventata ex, dove all’inizio abitano madre e figlio, una attuale, dove abitano l’ex marito di lei con la nuova moglie (ovviamente giovane e carina) e il nuovo figlio.
Le pareti nere si sfogliano come sipari d’occorrenza, dirigendo la visuale dello spettatore all’interno delle due case dove si svolgono le vicende. Protagonista è il figlio Nicola, diventato da grandicello figlio di divorziati, ragazzo che ha sofferto e continua a soffrire il balletto con variazioni di assetti affettivi che l’ha visto coinvolto, destabilizzante per il suo già fragile equilibrio mentale.
Cesare Bocci (volto noto anche grazie alla serie tv Il commissario Montalbano) è un doppiamente padre poco paterno in realtà, che si arrabatta a mantenere gli equilibri tra ciò che è stata e ciò che è la sua vita a strati, ancorata a due donne e ai loro figli. Galatea Ranzi-Anna è una donna ancora ferita e una madre troppo emotivamente affettiva per rappresentare una colonna portante, o anche solo un lampione luminoso a cui appoggiarsi, per Nicola.
I problemi sono quelli che si immagina, legati alla frequentazione “obbligata” tra i due ex genitori, poca gradita alla nuova moglie, tenuta in piedi dai problemi legati alla scuola, alla crescita e alle devianze di Nicola, che a sua volta non si dà pace, migra da una casa all’altra e tenta di adattarsi alla sua nuova vita di figlio in realtà poco conteso, più di peso.
Non ruota tutto intorno al “piccolo sole” che Nicola era stato: ora vengono prima i vagiti del neo-figlio neonato, progetti di viaggi a Portofino, carriere lavorative, finte allegrie da American Party — con tanto di performance da ballo fuori d’anca di papà, al ritmo di “A far l’amore comincia tu”.
Il ragazzo si rintana in camera, è una sorta di Hikikomori molto occidentale, ma il suo nido un giorno è invaso dalla “ragazza” di papà e quindi torna dalla madre, che gli vuole bene, ma cominciava a stare bene anche da sola… Tutto ordinario. Di straordinario, ma neanche poi tanto purtroppo, c’è la presenza di un coltello sotto il cuscino, di cicatrici sottovalutate su braccia e polsi, di un fucile da caccia in casa — che era del nonno, un padre di padre del tutto a tono.
Giulio Pranno, grazie anche a un aspetto da ragazzino un po’ alla Di Caprio da giovane, interpreta con i giusti toni e un assetto credibile Nicola, trova con scioltezza la misura per dare anima a questo personaggio di ragazzo vittima della depressione ben mascherata da passeggero disagio adolescenziale. Bocci e Ranzi vestono con sobrietà i panni grigi di due genitori comuni, un padre e una madre del tutto normali nei loro egoismi, nel loro conformismo e anche nell’incapacità di cogliere ciò che sul serio “non è normale”, che chiaro sfila davanti agli occhi.
Senza svelare il finale, che non è così scontato, un’ultima nota potrebbe essere data alle istituzioni, che fanno la loro comparsa da angolazioni sempre po’ in ombra (il liceo, il pediatra, l’ospedale — messi in rappresentazione da Riccardo Floris e Manuel Di Martino). Della società viene messa in luce pari inadeguatezza — in termini preveggenza, senza scomodare la prevenzione.
“Non è una questione d’amore”: è la frase-chiave dello spettacolo, pronunciata a un certo punto sul palco. Non lo è di sicuro.
Applausi calorosi per gli interpreti, dal pubblico bassanese.
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