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L'universo dei non-libri
FluxBooks: alla Bevilacqua La Masa di Venezia una mostra dei libri Fluxus del collezionista Luigi Bonotto. In una seconda mostra, le rielaborazioni di artisti giovani. Un esempio della rete culturale internazionale che potrebbe sorgere a Bassano
Pubblicato il 05 mar 2015
Visto 3.987 volte
Dimenticatevi i libri così come sono normalmente concepiti.
Perché non stiamo parlando di normali contenitori di parole, con una copertina e un numero definito di pagine di identica misura, ma di veri e propri oggetti d'arte. Che prendono le forme più insolite, a volte scorporandosi in manufatti e materiali differenti, per diventare essi stessi una creazione artistica.
Sono i libri di “FluxBooks: From the Sixties...”: la mostra alla Galleria della Fondazione Bevilacqua La Masa, in piazza San Marco a Venezia, che fino al 26 aprile espone i libri del movimento artistico Fluxus provenienti dalle collezioni della Fondazione Bonotto di Molvena.
L'imprenditore e collezionista d'arte bassanese Luigi Bonotto accanto a "Rezept bibliotek" di Daniel Spoerri, una delle opere esposte a Venezia (foto Alessandro Tich)
Curata da Giorgio Maffei e Patrizio Peterlini, la mostra accende i fari su una delle espressioni meno conosciute al grande pubblico, ma tra le più significative, delle tendenze artistiche e socio-culturali in continua e inarrestabile trasformazione degli anni '60 e '70 del secolo scorso.
Una rivoluzione che ha tracciato un fecondo filone di innovativa e irriverente sperimentazione, gettando le basi per la diffusione di quella che sarebbe stata chiamata arte concettuale.
“Fluxus - spiega Giorgio Maffei - è stato un avvenimento d'arte amplificato, con molte facce possibili e una lettura non universale, promosso da artisti uniti dall'idea della democrazia dell'arte. Il libro d'artista esce dalla logica struttura dell'oggetto per diventare opera d'arte. Intercetta arte concettuale e arte povera e punta anche sulla rappresentazione del colore, tutti caratteri dominanti della storia dell'arte del secondo '900. Sono oggetti che non vogliono comunicare un messaggio, ma che vanno guardati così come si guarda un dipinto, una scultura, un video. Ognuno di questi libri rappresenta il proprio tempo e i sentimenti e bisogni che gli anni '60 e '70 hanno espresso.”
Nelle cinque aree tematiche della rassegna sono così rappresentate le cinque “funzioni” dei libri di Fluxus: libri come libri (ma con ardite innovazioni nell'impaginazione), libri come memento (ricordo e documento di una performance o di un happening), libri come plot (canovaccio da utilizzare per un un gioco, un'azione artistica), libri come scatola e libri come oggetto.
Sono in definitiva - come sottolineano i curatori - dei “libri contenitore”, molti dei quali sono “una cassetta degli attrezzi per una performance da sviluppare” presentando “un campionario di invenzioni artistiche e possibilità tipografiche”.
Potremmo definirli, se vogliamo, dei non-libri: perché pur trattandosi di books tutto sollecitano a fare, fuorché essere comodamente sfogliati sulla poltrona di casa. La mostra espone i FluxBooks prodotti da oltre una quarantina di artisti nell'arco temporale che va dalla costituzione del movimento, all'inizio degli anni Sessanta, fino alla morte del suo ideatore George Maciunas alla fine degli anni Settanta. E diverse, tra gli oggetti-books esposti, sono le chicche o le rarità assolute.
Yoko e gli altri
Non mancano in mostra le interessanti curiosità, anche e soprattutto a beneficio dei non addetti ai lavori, che sono poi i destinatari della rassegna e ai quali è comunque garantito uno stimolante effetto-sorpresa.
C'è ad esempio quello che potremmo definire l'anti-catalogo di Daniel Spoerri (“Topographie”, 1962), fatto di tutte parole e di una sola tavola schematica, che descrive in modo ossessivo tutto quanto è posato sul tavolo dell'artista in una camera di albergo di Parigi in una data ora di un certo giorno.
O la “Fluxyearbox 1” di George Maciunas (1964), antologia di “oggetti piatti” di vari artisti Fluxus contenuti in un insieme di buste a cartoncino.
Oppure la partitura del “Concert for piano and orchestra. Solo for piano” di John Cage (1960): 63 fogli sciolti che possono essere eseguiti, completamente o in parte, da qualsiasi numero di musicisti.
Tra le varie originalità in rassegna - impossibile elencarle tutte -, “Water Yam” di George Brecht (1963): un libro-scatola contenente un numero variabile di piccole schede stampate (antesignane degli odierni post-it) recanti le istruzioni per l'esecuzione di un evento.
E' della partita anche Geoffrey Hendricks con la sua “Sky Anatomy”: la “anatomia del cielo”, progetto nato come libro per bambini che nel corso di un ventennio si è trasformato in una serie di serigrafie su carta e su tela fino a completarsi nel book in copia unica realizzato per Luigi Bonotto.
Ci sono poi i books trasfigurati in altre cose. E' il caso, fra gli altri, di Necklace. Si tratta di un libro a forma di collana, composta dalle rotelline numeriche di un calcolatore degli anni '50: un pezzo unico di Bob Watts che dopo la Biennale del 1970, per la quale fu realizzato, viene esposto a Venezia per la seconda volta 45 anni dopo.
E Yoko Ono? L'artista giapponese-statunitense, amica personale del collezionista bassanese e uno dei primi aderenti al movimento Fluxus, conosciuta nel pianeta Terra come la vedova di John Lennon, a una rassegna del genere non può mancare.
Sono esposte infatti la prima edizione (1964) e le edizioni successive di Grapefruit (“Pompelmo”), piccolo libro “di istruzioni e disegni”, precursore dell'arte concettuale, in cui Yoko Ono ha incluso una selezione di meditazioni poetiche. Particolare suggestivo per il pubblico beatlesiano: diversi pensieri espressi nel libro, uscito due anni prima del primo incontro documentato della artista con John Lennon, iniziano con la parola Imagine.
Luigi Bonotto, al vernissage per la stampa della mostra veneziana, ci confida di avere informato la Ono della rassegna in piazza San Marco e di avere ricevuto, dalla medesima, la seguente risposta: “Dear Luigi, you're always in my heart” (“Caro Luigi, sei sempre nel mio cuore”).
Largo ai giovani. E in quanto a Bassano...
Quello tra l'imprenditore e mecenate bassanese e gli artisti Fluxus, del resto, non è un semplice rapporto tra “collezionista” e “collezionati”.
E' molto di più: una rete di relazioni intessute - è proprio il caso di dirlo, visto l'attività della sua azienda - in anni e anni di frequentazione diretta, dal periodo d'oro del movimento fino a tutti gli anni '90.
“Degli artisti esposti - rivela ancora Bonotto - quasi tutti hanno frequentato casa mia, che era diventata un ostello di artisti. In tanti anni, ne saranno passati 7-800. Li portavo in azienda e qui nascevano progetti e idee nuove. Durante il giorno gli artisti incontravano i fornitori, i clienti, gli operai. Vivevano la quotidianità di quella che io amo chiamare un “casa-capannone”, costruendo relazioni in questo ambiente di lavoro. Gli operai, agli inizi, vedevano questi ospiti come persone “stravaganti”, poi ci hanno fatto l'abitudine.”
Ma anche questo, del resto, era Fluxus: un'espressione creativa che scendeva dalla cattedra per confrontarsi col mondo reale, da cui trarre spunti, idee e suggestioni. E che ancora al giorno d'oggi viene studiata, ripresa e reinterpretata in versione 2.0.
Contemporaneamente alla mostra in piazza San Marco è infatti allestita la mostra parallela “FluxBooks:...to the Future”, ospitata a Palazzetto Tito, vicino al Ponte dei Pugni a San Barnaba.
L'esposizione, curata da Stefano Coletto e Angela Vettese, presenta le creazioni realizzate da un gruppo di giovani artisti della Bevilacqua La Masa - provenienti da Italia, Croazia e Germania - che hanno reinventato i libri d'artista storici, individuati nei soggiorni e nelle residenze di studio, svoltesi tra febbraio e maggio 2014, presso la Fondazione Bonotto.
Mettendo in atto, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, quelli che sono gli scopi della Fondazione di Molvena: divulgare l'azione Fluxus e delle altre avanguardie sperimentali, promuovere attività e opere intellettuali e artistiche contemporanee e - in generale - promuovere e sviluppare a livello internazionale un nuovo ragionamento tra arte, impresa e cultura contemporanea.
Una polo di rapporti culturali e artistici mondiali che in futuro dovrebbe avere il suo centro proprio nella città di Bassano del Grappa.
Come ben sappiamo, lo spazio individuato ad accogliere definitivamente la sede della Fondazione Bonotto, con la prospettiva di diventare un “Centro Culturale Multifunzionale”, è il fabbricato dell'ex Macello posto sull'omonima via sulla riva destra della Brenta. Un progetto pronto da anni: con spazi espositivi, una biblioteca pubblica, uno spazio per residenze di artisti e studiosi, un laboratorio, un bookshop, una sala multimediale e quant'altro.
Ma questa è anche la storia di un cantiere travagliato, paragonabile - ma per motivi del tutto diversi - alla sofferta genesi del Polo Museale Santa Chiara.
E' proprio vero: da anni ci riempiamo la bocca sulla necessità di creare a Bassano nuovi elementi di richiamo per i flussi e gli intescambi internazionali e nuovi poli di attrazione per il turismo culturale, al quale la città si ritiene vocata. Ma se il privato propone, è il settore pubblico che dispone.
E a Bassano, molto spesso, il Fluxus delle cose sembra andare in direzione opposta.
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