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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 3 - n. 9
La nostra rubrica torna in assetto modalità ascolto: nei gironi di Nato il giorno dei morti, del cantautore Lorenzo Del Pero
Pubblicato il 03-03-2024
Visto 5.010 volte
Un nuovo album sospeso tra musica e poesia, quello uscito da poco per VREC Music Label, etichetta veronese, la cui produzione è stata curata da Marco Olivotto e Flavio Ferri.
Ne è stato dato un assaggio al pubblico del Vinile, club storico di Rosà, sabato 2 marzo, in apertura del bel concerto pieno di energia di Giorgio Canali e i Rossofuoco, di cui abbiamo dato annuncio qui (shorturl.at/anPQV).
Al live, Del Pero si è esibito affiancato dallo stesso Marco Olivotto e da Simone Olivotto (il giovane figlio), quest’ultimo alla batteria.
Marco Olivotto, Lorenzo Del Pero e Simone Olivotto, al Vinile
Si tratta del terzo album realizzato in studio dal cantautore “poeta e bohémien” pistoiese, un disco importante per la sua carriera musicale, che segue l’apprezzato Dell’amore animale, dell’amore dell’uomo, dell’amore di un Dio, raccolta uscita poco prima dell’avvento della pandemia; il primo, che porta il suo nome, risale al 2013 e sancì la sua svolta cantautoriale dopo diversi progetti musicali ed esperienze vissute tra Italia e Europa di matrice molto rock.
L’1 di novembre è la sua data di nascita, ma è una nota a margine se la data che dà il titolo al disco è una di quelle elettive.
Chitarra e voce, quest’ultima strumento dalle potenzialità non comuni, sono le pietre angolari sulle quali Del Pero ha dato forma alla sua opera artistica, che parla pressoché ovunque il linguaggio della poesia — una poesia nero seppia, novembrina, evocativa di atmosfere decadenti, non priva di una certa ferocia.
Sono dieci le tracce contenute nel disco, arrangiamenti e melodie danno colore al cantautorato di Del Pero, che tra le sue storie cantate inserisce invettive, reprimende e rabbia, riguardo a certe derive della contemporaneità.
Di troie e di cani, che apre l’album, è una sorta di danza macabra, un dipinto da cui emergono immagini di nodi scorsoi e scimmie ballerine. “Son stanco e non so dormire” diventa più avanti, urlato, e mai potrebbe esserlo di meno, “Son stanco e non so morire”.
La culla della civiltà porta in atmosfere blues da night club, dove brillano le luci di motel-celle in affitto, tutto vi si muove a contrasto, mentre “il cuore si arrende innalzando steccati” di fronte al fallimento dei sogni di una società civile, umana.
Il teatro dei vinti, arruolati e al fronte percussioni e chitarra elettrica, è un lancio di pietre da dannati, da “cristi in galera”, da sommersi che vedono guardare altrove i salvati, gente che si “scalda al tepore di tante bandiere” spesso dorate, che tocca anche lustrare. Tante le immagini che popolano questo teatro, la scrittura attinge alla lettura e poi diventa canto. Anche qui, la voce si alza in condanna perenne di coloro che “non hanno mai lottato davvero”.
Nato il Giorno dei Morti, mette in scena in rock una natalità cruenta e menzoniera, sempre vestita di immagini religiose, ma anche raccontata con strumenti affilati da sala parto. È il pezzo che dà il titolo al disco ed è anche quello raffigurato nell’artwork di copertina (realizzato dal grafico Leonardo Bani) dove appare una madre-Madonna col bambino in braccio quasi già in posa da Pietà michelangiolesca, intorno un paesaggio tombale di quelli da ange du bizarre.
In Deponi le armi soldato, che inizia con un’aria fredda, corale, da soldati nella tormenta, si parla di sogni di pace e di libertà; in un crescendo di rabbia serrata, un uomo si rivolge a un soldato e gli affida suo figlio, che non voleva uguale a lui — sguardo, bocca, mani, non devono mai essere specchiati, o quello che si cerca è solo un atto di rinascita. L’invito a deporre le armi sa di tregua di Natale, atti non meno eroici di quelli compiuti in battaglia, gesti in cui l’umanità si rivela forte e fragile, un ritorno battesimale, in veste bianca.
Magdala è la “donna che ritorna al ventre”, quella che “batte due diverse strade”. Il testo cullato dal pianoforte parla ancora di pietre, di quelle da peccato, ed è tra i più ricchi di immagini poetiche: una lingua di velluto dai tratti erotici rima chissà come con una lumaca che sa di Pinocchio, intorno “risa di iene”, “banditi e coltelli”… Magdala vive in bilico, sul filo del rasoio.
Nel paese di Candele è bello perdersi, è abitato da tanti animali, aironi di cristallo, gazze ingorde di sogni, da crisalidi e “luce che avvolge di buia pietà”, parlano gli aruspici e vi scendono “notti che si schiudono con una carezza”. Si parla anche qui di pene e di processi, è un tema ricorrente negli scritti di Del Pero, insieme alla presenza di immagini legate al sacro.
In Il sogno di un profeta, dove “muore il dio della cometa”, qualcosa fa venire in mente Nada e i suoi ultimi lavori da donna che corre coi lupi — anime-malanime che bruciano ci sono.
Giugno è una canzone cruda, dove si parla di violenza e di rovi, “prendete e godetene tutti” canta del Pero, la storia addolcita, medicata da note di chitarra; è insieme un inno in preghiera, la donna ferita paragonata a un Cristo in croce.
Chiude l’album Penitenziàgite, detto alla dolciniana, dove il cantautore si rivolge, inutilmente e lo sa, a coloro che non possono capire che mettono atto persecuzioni e violazioni da distruttori, perché non sanno il bene. La parola è molto bella, coniuga l’atto di pentirsi con il fare, pentirsi un padrenostro e a capo non è contemplato in questo piccolo regno senza dio. Nel brano è inserito anche un intermezzo parlato, il cui contenuto richiama i temi di Verrà la pioggia, canzone di denuncia e manifesto dell’album del 2019.
Cosa ascolta si capisce. Cosa ama leggere, Lorenzo Del Pero?
Amo leggere di tutto. Dai saggi storici ai romanzi. Sono stato un lettore vorace, e un ascoltatore di musica vorace. Tra i libri, ho letto con passione gli autori della beat generation (Kerouac, Ferlinghetti…) e poi John Fante, Dylan Thomas; ho amato Stevenson e Jack London, ma anche molti scrittori francesi. Ho letto tanta poesia, da Yeats a Montale; tra gli italiani, oltre ai grandi maestri mi sono avvicinato alle scritture “scapigliate”, ho apprezzato Boito ad esempio, ma la nostra lingua ha sempre faticato ad affrancarsi dalla tradizione letteraria aulica, mentre nella cultura anglosassone si è riusciti a operare una rivoluzione nei riguardi della scrittura, ad assumere un tono colloquiale. I testi delle canzoni: sono anch’essi una lettura interessante e formativa, o almeno lo sono stati in certi anni. Ho ascoltato molto Bob Dylan, Neil Young, Simon&Garfunkel, ma anche i Black Sabbath. Tra gli italiani Guccini, gli esponenti del nostro cantautorato. Sono e resto un amante delle belle parole.
Le atmosfere da opera maudit ci sono, ben chiare, ma sembra che in sottofondo si agitino richiami a “ordine e pulizia” che non appartengono del tutto al quadro. Una vita sul filo del rasoio, come quella di Magdala, anche la sua?
Le canzoni, come ogni opera artistica, sono invenzioni letterarie. Anche quando parliamo apertamente di autobiografia, di tratti autobiografici, c’è sempre una visione alterata: la nostra. Abbiamo un rapporto viziato con la percezione che abbiamo di noi, coi meccanismi della memoria. Più che ordine e pulizia direi che trasudano un desiderio di giustizia sociale che non sembra interessare a chi ci governa oltre a una naturale antipatia per ogni forma di potere — quando il potere non è amministrato con spirito di servizio e ragionevolezza.
Le immagini che riguardano le donne sono molto belle, le storie sono spesso crude ma sguardi e parole che le raccontano sono pieni di delicatezza.
Amo le donne. Sono convinto che siano geneticamente superiori a noi uomini. Probabilmente perché costrette a lottare quotidianamente e storicamente per i diritti loro negati da una società ancora, purtroppo, maschilista e patriarcale.
Nei testi delle canzoni c’è una sorta di messa in scena della scrittura molto accurata: il suo rapporto con la parola scritta è sempre funzionale al canto?
Per me la scrittura è un processo naturale. Suono la chitarra e canto da quando avevo sette anni. Per me suonare, comporre testi, è come camminare o respirare: un’urgenza naturale che mi accompagna da sempre. Quello che scrivo non è sempre funzionale alla composizione in musica, alla scrittura di canzoni. Molto rimane sulla carta.
Personalmente, ho molto apprezzato il suo Vola il corvo, ascoltato nei giorni del lockdown. Cosa rimane di quella esperienza nelle sue corde, che hanno una soglia di sensibilità tattile? Non ne siamo usciti bene.
Non ne siamo usciti bene. Lo slogan “ne usciremo migliori” che si leggeva ovunque nel periodo pandemico, è servito forse a motivare un sentimento popolare di resilienza. Io, personalmente, non ci ho mai creduto.
“Riascoltati” i testi, viene da chiedersi: ci sarà un tempo, un’età dell’oro, che chiama da qualche altrove e che ci fa provare (a chi le fa provare) tanta indignazione per le malefatte del presente, tanta nostalgia?
Non lo so. Il progresso tecnologico di sicuro non aiuta. A canzoni non si fanno rivoluzioni, cantava Guccini. Ho speranza che questo disumano abbrutimento sfoci, prima o poi, in un nuovo rinascimento, ma allo stesso tempo ho molti dubbi a questo riguardo.
Questo è un prodotto artistico, un’opera di ingegno rivolta a un mercato che è quello musicale odierno. Come è stata accolta?
Dalla critica in modo entusiastico. Sono uscite recensioni a dir poco lusinghiere, che si scontrano con la realtà di un mercato che non esiste più. Chi compra ancora cd o vinili? Una esigua percentuale di appassionati. L’ascolto della musica non è più un valore culturale. Ed stato soppiantato da altre forme di linguaggio, soprattutto nei giovani. Parlo sempre dei mezzi legati alle corse della tecnologia, e soprattutto del mondo dei social. I ragazzi vivono in una dimensione frammentaria, creata da immagini e da sintesi di concetti. La loro formazione avviene in modo diverso rispetto a quello della generazione che li ha preceduti, che aveva più contatti con un ambiente culturalmente valido, che impegnava il tempo. Ciò si rispecchia anche nell’ambito musicale.
C’è qualche progetto in cantiere, per il prossimo futuro?
Ho già scritto molte canzoni nuove. In futuro ci saranno altri dischi, per chi li vorrà ascoltare. E ho in programma di pubblicare un libro di poesie che non sono mai diventate canzoni. Vedremo. Spero anche di trovare un po' di serenità.
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