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UNESCO un attimo
Terminate le celebrazioni per la restituzione del monumento alla città, e col nuovo sogno di farne un Patrimonio dell’Umanità, cosa resterà del restauro del Ponte?
Pubblicato il 11 ott 2021
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“Cosa resterà di questi anni 80?”, cantava Raf nel tempo che fu. E io rilancio: “Cosa resterà di questi anni di restauro del Ponte di Bassano?”.
È la domanda che mi pongo e che vi pongo in questo che è il momento della quiete dopo la buriana. Ci siamo lasciati alle spalle anche la Fiera Franca e le celebrazioni per la restituzione del Ponte alla città, durate quattro mesi, sono terminate.
A dire il vero resta ancora in sospeso il punto interrogativo dell’eventuale recupero del gran spettacolo finale della “Musica sull’acqua e per i Reali fuochi d’artificio”, programmato per la serata di mercoledì scorso 6 ottobre e poi annullato all’ultimo momento per il maltempo. Sul Ponte Nuovo, una delle postazioni che erano state previste per il pubblico dell’evento musical-pirotecnico, c’è ancora il cartello che avverte dell’“obbligo di tenere la mascherina anche durante lo spettacolo” e che non è stato rimosso, forse in attesa di una nuova data in cui riallestire i pontoni dei fuochi sull’acqua.
Foto Alessandro Tich
Ma qualora e quand’anche lo spettacolo venisse recuperato, sarà solamente una ciliegina da aggiungere a una torta già ampiamente mangiata e digerita.
Questa mattina ho attraversato il Ponte ancora imbandierato a festa, con il solito ciclista di turno che vi è transitato al mio stesso momento senza scendere dalla bicicletta (ma li incontro tutti solo io?) ed era un inno al piacere: c’era un bel sole accompagnato da una gradevole brezzolina che spirava sul Brenta. Sembrava quasi che il nostro Monumento Nazionale stesse respirando, liberato dal fatto di non trovarsi più al centro dell’attenzione.
Ma è proprio lo spegnimento dei riflettori sul Ponte dai tanti nomi che impone una breve riflessione sulla memoria, o per meglio dire sull’oblio, di ciò che è stato.
La cosa che vorrei ricordare e sottolineare, in questa occasione, è che quella a cui abbiamo assistito domenica 3 ottobre è stata l’inaugurazione di un restauro. Un restauro concluso dopo anni di inenarrabili (anzi: narrate anche fin troppo, soprattutto su questo portale) vicissitudini.
Al punto che ciò che è accaduto dal 2015 in poi ha fortemente messo alla prova il ripristino e consolidamento della nostra pazienza nei confronti di una vicenda che per lungo tempo è sembrata senza fine e che, proprio per questo, ho ribattezzato Pontenovela.
Ma il restauro del Ponte è stato anche un terreno di applicazione unico nel suo genere di ingegneria strutturale avanzata con riferimento al recupero dei Beni Culturali: discussa, criticata, talvolta anche osteggiata nel dibattito cittadino e persino contraria a sé stessa (progetto esecutivo originario e successiva variante di progetto dopo il cambio di appalto) eppure segno inequivocabile dei nuovi tempi che, volenti o nolenti, contraddistinguono gli innovativi equilibri tra l’“antico” e il “moderno” nei beni pubblici da ripristinare.
Non si potrebbe altrimenti spiegare il permissivismo con cui la Soprintendenza ha autorizzato l’inserimento di così tanto acciaio sotto il legno, rendendo il Ponte “altra cosa” rispetto a ciò che era prima, anche se meno esposto in futuro alla necessità di periodiche manutenzioni straordinarie proprio perché non più interamente di legno.
Ma comunque sia e comunque la si pensi, è stato un restauro di notevolissima portata, in proporzione alla portata del bene da restaurare. Ma è proprio l’aspetto che nel corso delle celebrazioni e nella giornata inaugurale non è stato per nulla evidenziato.
Andate a rileggervi gli interventi delle autorità alla cerimonia inaugurale al Castello: si è parlato della storia, della simbologia, del senso di comunità, del “significato di unità” e ovviamente anche dell’alpinità del Ponte restituito, ma non è stata detta una parola sul restauro, vale a dire il vero oggetto del taglio del nastro. C’è stato solo un telegrafico accenno, da parte del sindaco Pavan, agli “anni di cantiere e di preoccupazione dei sindaci che mi hanno preceduto”. Niente di più.
Lo stesso sindaco dal palco ha ringraziato tutti, ma il nome della Inco, la ditta trentina che nel 2018 ha preso in mano il complesso cantiere e lo ha poi portato a termine quest’anno, non è stato mai pronunciato.
È come se il tema del restauro fosse stato “rimosso”: dato per scontato, messo in secondo piano, archiviato nella categoria “preoccupazioni del passato” e soppiantato, nella retorica celebrativa inaugurale, dai significati simbolici e identitari del Monumento Nazionale.
Cosa che non si è avvertita solamente domenica 3 ottobre. Anche nella mostra celebrativa “Palladio, Bassano e il Ponte. Invenzione, Storia, Mito” al Museo Civico, prorogata fino al 25 ottobre e di cui proprio la Inco - forse non proprio opportunamente - è lo sponsor principale, il restauro del Ponte viene presentato “di sfuggita”. Il progetto e i lavori sono cioè illustrati in alcuni pannelli esplicativi collocati nel corridoio da cui si accede all’ingresso della mostra e non hanno la centralità, o perlomeno il rilievo, che meritano.
Per cui, marzullianamente, alla domanda che mi faccio e cioè “Cosa resterà di questi anni di restauro del Ponte di Bassano?” mi rispondo io stesso: rimarrà ben poco. Anzi, non rimarrà un bel nulla.
Ora infatti, sull’onda lunga dell’entusiasmo celebrativo per la restituzione del Ponte alla città, si sta già pensando al prossimo grande obiettivo da perseguire: l’avvio dell’iter per il riconoscimento del Ponte palladiano (che è “palladiano” solo quando serve) a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Il governatore Luca Zaia, nel suo intervento sul palco alla celebrazione di inaugurazione al Castello, ha “bruciato” la notizia al sindaco Pavan che invece voleva darla in anteprima alla cittadinanza alla prossima cerimonia di San Bassiano. Ma tant’è: siamo già in modalità World Heritage.
Il percorso per aspirare a un simile risultato è lungo e complesso e, se mai sarà avviato dall’amministrazione comunale, non potrà concludersi entro l’attuale mandato amministrativo. Inoltre i criteri adottati dall’UNESCO per accettare le candidature e poi, eventualmente, per nominarle nella prestigiosa lista dei Patrimoni dell’Umanità sono molto selettivi. Tra questi, i beni culturali candidati devono “rappresentare un capolavoro del genio relativo umano”. E il nostro Ponte, da questo punto di vista, può giocare le sue carte. Ma si richiede anche - tra le altre cose - che il bene candidato sia “un eccezionale esempio di edificio o ensemble architettonico o tecnologico o paesaggistico che illustri uno stadio significativo o stadi significativi nella storia umana”.
È il caso, ad esempio, del nostro nuovo “gemello”: il Ponte di Mostar o Stari Most, dichiarato Patrimonio nell’Umanità nel 2005, un anno dopo la fine della sua ricostruzione che ne ha restituito l’originaria bellezza, distrutta dalla guerra nel 1993. Ma la sua stessa ricostruzione è avvenuta sotto l’egida dell’UNESCO ed è stata compiuta per riprodurre lo Stari Most esattamente com’era, e come è stato per 427 anni, prima del conflitto nella ex Jugoslavia: con la stessa concezione costruttiva dei turco-ottomani e con gli stessi e identici blocchi di pietra. Per la serie: tale e quale.
Riguardo al nostro Ponte di Bassano, invece, sappiamo bene che non è andata così.
Il suo legno è infatti “bugiardo”, come quello di Pinocchio: sotto la massicciata - vale a dire all’interno delle stilate e delle fondamenta - presenta un nuovo grande scheletro in acciaio inossidabile, con tanto di maxi travi reticolari di fondazione e non solo, che ne fa un pittoresco cyborg rivestito di elementi lignei, in onore a quell’ingegneria strutturale avanzata di cui ho parlato più sopra.
La qual cosa, come opera di architettura, lo rende del tutto diverso dal “Ponte di Palladio” o comunque dal Ponte che più o meno dagli stessi anni di quello di Mostar ci è stato tramandato fino a questo ultimo restauro, pur con le modifiche e con le “aggiunte tecniche” delle ricostruzioni avvenute nei secoli. E potrebbe essere, questa, una seria discriminante per i requisiti di “edificio o ensemble architettonico che illustri uno stadio significativo nella storia umana” richiesti per concorrere ed essere nominato Patrimonio dell’Umanità.
Spero che non sia così e spero soprattutto sinceramente di essere smentito dai fatti, ma è un incognita che in prospettiva UNESCO non va sottovalutata. Quello del Ponte di Bassano sarà un restauro presto dimenticato, ma potrebbe riemergere all’improvviso quando meno te lo aspetti.
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