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Aurora Bertollo
Contributor
Bassanonet.it
Le vecchie mura delle Grazie
Nel corso dei secoli il panorama urbano di Bassano ha subito profondi cambiamenti: tra i più significativi, vi è l’abbattimento a fine Ottocento delle mura del lato nord, che ha sancito una sorta di dibattuto passaggio della città alla modernità
Pubblicato il 06 mar 2026
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Bassano si presenta come una summa di epoche diverse sovrapposte e combinate fra loro, dove il presente sembra quasi sospendersi, pronto a fondersi con frammenti e fantasmi di epoche lontane che ancora aleggiano nei dettagli di questa città.
Tra i più antichi depositi del tempo si annovera la cinta muraria bassanese, che a partire dalla fine del X secolo fino all’epoca lieta del dominio veneziano nel Cinquecento, avvolge il centro cittadino in un abbraccio progressivamente sempre più ampio, in grado di comprendere, man mano, il continuo moltiplicarsi di caseggiati e borghi, porte e pusterle, diventando testimone di saccheggi ed epidemie, periodi alternati di fame e prosperità, contese tra guelfi e ghibellini, l’arrivo dei francesi e poi degli austriaci.
E se per molti quella «cupa cinta», come la definì il politico bassanese Andrea Secco, richiama i tempi sinistri di Ezzelino III, maledetto dalla storia e dalla memoria popolare, è curioso scoprire come in realtà essa abbia per molto tempo rappresentato, al contrario, un simbolo di libertà, quasi di potere democratico, del popolo bassanese.
Mura nord prima della demolizione, vecchia contrà delle Grazie. Foto concessa da Musei Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa ©
La prima cinta muraria fu infatti edificata non per volontà di un signore, ma su iniziativa dei cittadini che, preoccupati per la propria sicurezza, costruirono la fortificazione servendosi dei ciottoli del Brenta uniti a laterizi, assumendosi poi i compiti di manutenzione e sorveglianza, e rafforzando in questo modo i legami di solidarietà cittadina e coesione collettiva.
Molto tempo dopo, in particolare nel corso del XIX secolo, la rivoluzione industriale, l’incombere della modernità, il venir meno della necessità difensiva e l’assenza di precise leggi in grado di tutelare il patrimonio storico-culturale, portarono all’adozione di misure drastiche che mutarono definitivamente l’aspetto di numerose città italiane, inclusa Bassano.
Come recita la simpatica espressione popolare «come ti ho fatto, ti disfo», furono in parte gli stessi bassanesi a domandare il parziale abbattimento delle alte mura sul lato nord della città.
Fino ad allora la fortificazione sorgeva imponente e invalicabile a picco sul pendio, ricoperta da una graziosa edera che numerosi visitatori stranieri non mancavano di annotare nei propri diari di viaggio.
Se già negli anni Trenta dello stesso secolo quell’originaria possanza era stata parzialmente attenuata dalla costruzione di un camminamento esterno, fu solo nella seconda metà dell’Ottocento che la questione delle mura delle Grazie generò un vero e proprio battibecco pubblico.
Vi erano dunque coloro che, nel tentativo di proteggere ciò che fino a quel momento aveva protetto loro, rimarcavano non solo il valore storico ed estetico, come fece l’archeologo veneziano Giacomo Boni, ma anche quello scientifico, definendo la costruzione come un vero e proprio museo mineralogico. La controparte invece, appoggiata soprattutto dal Consiglio comunale, insisteva sul rischio legato a quel pietrame pericolante e sui vantaggi igienico-sanitari che l’abbattimento avrebbe comportato, garantendo una maggior circolazione d’aria. Un’altra questione centrale era senza dubbio quella economica: da un lato, mettere in sicurezza le mura sarebbe costato troppo; dall’altro, anche abbatterle avrebbe comportato spese ingenti.
Nel frattempo, la Giunta commissionava continui studi e perizie, rallentando così l’avvio dei lavori, comportamento che veniva denunciato più volte da Oscar Chilesotti come una sorta di tentativo di boicottaggio.
Alla fine, i protettori dell’antichità, dovettero arrendersi alla proposta della veronese ditta Laschi, addetta alla demolizione, che si offrì di abbatterle gratuitamente.
E fu così che a partire dal 1° marzo 1887, gli operai iniziarono a forare con dell’esplosivo circa 200 metri di muraglia, per poi procedere al suo crollo orientando la caduta delle macerie con l’aiuto di alcune travi.
Le dispute proseguirono anche dopo l’abbattimento, questa volta in merito alla toponomastica. I clericali, in particolare, contestavano la proposta di denominare il nuovo viale Venti Settembre per il suo riferimento alla fine del potere temporale della Chiesa, proponendo invece di intitolare la strada a Umberto I, primo re dell’Italia unita.
Alla fine, prevalse il riferimento alla presa di Roma, e il viale fu battezzato come Venti Settembre, titolo che mantenne sino alla tragica vicenda del rastrellamento del 1944, quando fu rinominato Viale dei Martiri.
In pochi però sanno che le vecchie pietre della muraglia continuarono in qualche modo a sopravvivere, poiché furono utilizzate da quella stessa ditta veronese per la ricostruzione e l’ampliamento della caserma Santa Chiara (oggi meglio conosciuta come Cimberle-Ferrari) rendendosi in questo modo, ancora una volta, spettatrici dello scorrere della storia.
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