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Rieccomi qua. Lo so bene che è da un po' di tempo che non scrivo del Ponte di Bassano, ovvero di quello che è stato l'estenuante leitmotiv delle cronache cittadine, e di Bassanonet in particolare, degli ultimi quattro anni. A parte due cazzatine di passaggio (allagamento temporaneo del cantiere e affidamento installazione della rete antivolatili), non ne scrivo propriamente dallo scorso 25 gennaio, per l'esattezza. Vale a dire dai giorni successivi alla delibera dell'ANAC che ha evidenziato imbarazzanti difetti e carenze dell'ente pubblico sulla validazione del progetto e sul conseguente avvio dell'appalto e che l'Amministrazione comunale è riuscita a trasformare, nelle proprie comunicazioni ufficiali, in un documento a proprio favore.
Non ne scrivo da allora anche perché, in realtà, in questo periodo sul Ponte c'è stato poco da scrivere. Stiamo attraversando la fase della ripresa effettiva dei lavori, del compiuto raddrizzamento del manufatto, dell'imminente intervento di ripristino della prima delle due stilate sul lato est. Siamo cioè nella fase dei “tutti bravi, impresa e Comune, finalmente le cose funzionano”. Scrivere che le cose finalmente funzionano anche perché sono mutate le condizioni di “intoccabilità” del progetto esecutivo non è politicamente corretto.
Così com'è totalmente scorretto osservare che il nuovo appaltatore Inco Srl è riuscito nell'impresa di proporre e di imporre delle importanti varianti di progetto grazie all'improvvisa “apertura” allo stravolgimento di alcune fondamentali prescrizioni progettuali del prof. Modena da parte dei competenti uffici comunali. Guai a dirlo: chi osa sottolinearlo - come è il mio caso - viene tacciato di essere un tifoso della Vardanega, argomento di comodo e molto caro alla sempre attivissima setta di Dietrology.
Foto Alessandro Tich
Non parliamo, poi, della propaganda mediatica messa in campo dall'Amministrazione comunale sulla “rinascita” dell'intervento di restauro, senza più macchie e senza più intoppi. Un'abile strategia per cancellare, nell'ultimo miglio di mandato amministrativo, il ricordo di quattro anni di problemi e di ritardi causati alla radice da una gestione pubblica dell'appalto di progetto a dir poco sconcertante. Inoltre nei giorni scorsi, sul Giornale di Vicenza, il consigliere comunale di maggioranza Alessandro Faccio, in quota PD, ha dichiarato che quello del Ponte degli Alpini è un tema “forse passato di moda o non più spendibile”, proprio perché ora il restauro sembra procedere bene.
Dunque Tutto va ben, Madama la Marchesa. Ma l'intervento dell'architetto Antonio Guglielmini sulla nuova “trave monster” che sarà collocata sulle fondamenta del manufatto, da noi pubblicato nel cliccatissimo articolo precedente, ha risvegliato in me l'istinto del cane da guardia. E a questo punto, in questo clima di generale soddisfazione per l'andamento dei lavori, vanno dette alcune cose.
Vi confesso un retroscena: originariamente avevo l'intenzione di pubblicare questo editoriale nella rubrica “Il Tich Nervoso”. Invece lo pubblico in evidenza nel canale “attualità” perché su questa questione non sono nervoso, ma molto di più: sono imbestialito. Amo Bassano e amo il mio Ponte, come noi tutti, e sono il primo a gioire nel vederlo progressivamente “riprendersi” e sottoporsi all'atteso restauro.
Ma quando leggo sulla stampa locale le serafiche affermazioni degli amministratori pubblici secondo i quali per il piano di restauro “non c'è nessun stravolgimento” e quando vedo su YouTube eminenti ingegneri che dichiarano in Tv che il progetto del prof. Modena “sta per essere realizzato esattamente come previsto” e che quello che è cambiato sono solo “alcune modalità costruttive”, sorge in me quanto meno un'accorata rivendicazione del dubbio.
Lascio stare in questa sede la prima sostanziosa variante al progetto Modena, che prevedeva di sollevare il Ponte dall'alto con una struttura a “ponte Bailey” durante i lavori di ripristino delle stilate e che invece vede oggi il Ponte sollevato dal basso, come peraltro proposto anche dal precedente appaltatore, con l'attuale “castello” di sostegno che parte dall'alveo. Si tratta infatti di un'opera “provvisionale”, e cioè transitoria, di cui poi a lavori finiti non rimarrà traccia.
Mi concentro invece sui due elementi distintivi del progetto strutturale esecutivo che rimarranno per sempre (o almeno fino a nuovo ordine, in un futuro lontano e indefinito) nella struttura del Ponte Vecchio.
Il primo è l'arcinota maxi trave reticolare di impalcato in acciaio inox e legno lamellare, inserita dal progettista per contrastare le azioni orizzontali dovute alla spinta idraulica del fiume e per contenere le spinte sismiche orizzontali e vincolata (agganciata) direttamente alle due spalle del Ponte. Con la variante di progetto che sarà invece realizzata, la maxi trave - per dirlo in parole semplici - verrà solamente “appoggiata” nell'impalcato senza più ancoraggio diretto alle due spalle. Dal punto di vista politico, si tratta di un escamotage che consente di svincolarsi dalle sabbie mobili della (in)disponibilità della spalla Nardini e della irrealizzabilità della conclusione della perizia Rizzo. Mentre sotto il profilo tecnico costituisce una fondamentale modifica al progetto esecutivo dell'ing. Modena, che proprio sull'ancoraggio diretto della maxi trave alle spalle, con l'azzeramento della funzione di contenimento alle spinte orizzontali dei rostri, aveva tarato e elaborato l'intero suo modello strutturale di calcolo. Potremmo raccontarcela come vogliamo: ma questa è la realtà.
Si aggiunge adesso la questione della nuova trave reticolare di fondazione in acciaio inox, che a livello dell'acqua trasformerà il nostro monumento simbolo in un Cyborg degli Alpini. Riguardo alle sostanziali modifiche rispetto alla trave di fondazione progettata dall'ing. Modena, rimando alle considerazioni messe in evidenza dall'arch. Guglielmini e pubblicate nell'articolo precedente.
Basterà ricordare che nel progetto esecutivo, così come è scritto a pagina 44, “l'intervento di consolidamento studiato per le fondazioni del Ponte degli Alpini prevede il trasferimento dei carichi alle fondazioni esistenti, costituite da quattro coppie di pali in calcestruzzo armato per ciascuna stilata, attraverso una struttura reticolare saldata composta da profili tubolari in acciaio inossidabile”.
La nuova trave inox non poserà più invece sulle 8 teste di palo di ciascuna stilata, bensì su due nuovi plinti in calcestruzzo eseguiti a monte e a valle delle stilate.
Saranno anche dati digeribili ai soli addetti ai lavori, ma significano pure un'altra cosa: anche in questo caso, nel secondo elemento distintivo del progetto strutturale, le prescrizioni del prof. Modena vengono disattese.
In più, se davvero si corresse il rischio - come lamentato da Guglielmini - che nei periodi di magra del Brenta il “mostro” metallico affiori lateralmente alla vista, verrebbe meno anche la prima indicazione della relazione storica del progetto di restauro architettonico, affidata al chiarissimo prof. Giovanni Carbonara: “Mantenere sostanzialmente immutata l'immagine del Ponte, così come ci è pervenuta dalla ricostruzione del 1948”.
E se poi risultasse effettivamente impossibile, come segnalato sempre da Guglielmini, “alloggiare” all'interno della nuova trave reticolare la storica trave di soglia ottocentesca del Casarotti, verrebbe meno anche il secondo principio prescritto dal prof. Carbonara: “Conservare quanto più materiale antico possibile”. Principio che invece, nel progetto esecutivo del novembre 2015, aveva portato il progettista ad inglobare all'interno della trave di fondazione i resti della trave lignea del Casarotti.
Insomma: progetto Modena? Progetto Modena un corno. Nel senso che i suoi due elementi più importanti (maxi trave di impalcato e maxi trave di fondazione) permangono nell'impostazione generale dell'intervento di restauro, ma con varianti di progetto introdotte in corso d'opera che ne riscrivono completamente gli aspetti strutturali. Rendendo modificabile ciò che prima era intoccabile: convenzione Comune-Nardini docet.
Comunque sia, dopo secoli, il consolidamento statico del Ponte si baserà per la prima volta sull'introduzione di due grandi corpi estranei, già previsti dal progettista e ora ri-trasformati da ulteriori evoluzioni ingegneristiche.
Non so se il sommo Andrea Palladio si stia rivoltando nella tomba. Quello che è certo è che si sta rivoltando il progetto originario.
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