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Laura Vicenzi

Laura Vicenzi
Giornalista
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Interviste

A tu per tu con Pietro Grossi

La parola agli autori: la TOP SIX inizia con Pietro Grossi

Pubblicato il 19 giu 2010
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Nel presente in cui viviamo, dove possiamo disporre di nuove tecnologie, di sterminate banche dati, dove è in corso una sfida all’immaginazione e alla nostra capacità di gestione, qual è secondo te il ruolo della narrazione?

La narrazione, la narrazione… La narrazione mi sa che non morirà mai, fino a quando avremo dubbi sul mondo e ci arrabatteremo per uno scampolo di esistenza che ci soddisfi. Le storie che inventiamo e in cui ci lasciamo trascinare sono le storie che non riusciamo a vivere. Fino a quando non riusciremo a vivere tutte le storie possibili andremo al cinema e compreremo libri.

Pietro Grossi con Tobia Fiorese


La vita quotidiana spesso corre sui binari di un locale: ferma in stazioni banali, avanza anestetizzata dagli scossoni, obbedisce a fischi/squilli che imperano di ripartire. L’atto consapevole dello scrivere è il partire per un viaggio, un nastro trasportatore o una scalata per altre dimensioni?

L’atto consapevole dello scrivere è un modo come un altro per risolversi la vita. C’è chi costruisce e disegna case, chi stagiona ottimi prosciutti e chi racconta storie. Tutto qui. I luoghi poi in cui quelle storie portano sono la magia di un buon racconto, ma è tutta accidentale.

Al festival è in programma un dibattito sul tema del male: interessarsi del male, anche attraverso lo strumento di decifrazione della scrittura, può fare... bene?

Se il male, se il lato buio del mondo non ci fosse, non ci sarebbe letteratura. Se il mondo fosse un luogo brillante e dolciastro in cui tutto è comprensibile e funziona come deve, si chiamerebbe Paradiso, e non avremmo alcun bisogno di inventare storie per cercare di capirlo: staremmo tutto il giorno a mangiare e farci fare massaggi thailandesi e a inseguirci nudi per i prati. Della letteratura non sapremmo che farcene.

L’anno prossimo ci sarà un anniversario importante, i 150 anni dell'Unità d’Italia: come leggi e come scrivi il futuro del tuo Paese?

Leggo male il presente, nel senso che sono proprio miope. Figuriamoci il futuro.

Qual è l’idea, o l’intenzione, da cui è nato il libro che hai presentato al Piccolo Festival?

Non c’era nessuna idea o intenzione. Ero su una nave tra la Croazia e l’Italia e stavo cercando di dormire su un tavolo di formica insieme a un mio amico. Le nostre fidanzate, che sono piuttosto piccole, erano sdraiate poco più in basso su tre sedie. Di tanto in tanto essere piccoli aiuta. Ho immaginato una palla che rotolava sul panno verde di un tavolo da biliardo, e per levarmela di testa me la sono appuntata. Poi quando sono tornato a casa sono andato avanti. Un giorno un mio amico fisico, chiacchierando, mi ha spiegato che un buon modo per tentare di spiegare il principio di indeterminazione di Heisenberg era usare l’immagine delle palle da biliardo. Mi è sembrato improvvisamente di aver scritto una cosa più interessante del previsto, così ho pensato di ragionarci un po’ su.

Riscrivi tu la quarta di copertina del tuo libro, uscendo, se vuoi, dalla logica di un discorso promozionale

Non ci riuscirei, e per fortuna il mio editore lo sa: tutte le volte che mi sono trovato a scrivere qualcosa sui miei testi finiva sempre che l’unica cosa che mi veniva da scrivere era di non perdere tempo e comprare un libro migliore. Per fortuna mia e del mio conto corrente i miei risvolti li scrive qualcun altro.

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