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Giorgio Perlasca, un italiano scomodo
Agli “Incontri Capovolti” a Bassano, la scrittrice Carlotta Zavattiero traccia un documentato ritratto dello “Schindler italiano”. “Un italiano scomodo perché non ha mai ceduto a compromessi”
Pubblicato il 28 gen 2011
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“Giorgio Perlasca è stato un italiano scomodo per tante ragioni. E' stato sempre se stesso senza mai cedere a compromessi. In questo senso è un esempio per tutti”.
Chi lo afferma è Carlotta Zavattiero, giornalista e scrittrice padovana, autrice - assieme al giornalista investigativo australiano Dalbert Hallenstein - del libro “Giorgio Perlasca, un italiano scomodo”.
Un avvincente e documentato viaggio nella memoria che ripercorre la vita e la personalità del cosiddetto “Schindler italiano”, che a suo rischio e pericolo - spacciandosi per un diplomatico spagnolo - salvò la vita a settantamila ebrei ungheresi di Budapest sottraendone alcune migliaia alle deportazioni e sventando il piano dei nazisti magiari per incendiare il grande ghetto della capitale. Un'azione per la quale non si considerò mai un eroe, ma solo l'autore di “un atto umanitario che non centrava niente con la politica”.
Carlotta Zavattiero con Marco Bernardi all'"Incontro Capovolto" su Giorgio Perlasca
Finendo nell'oblio per più di quarant'anni finché, nel 1990, una celebre puntata di “Mixer” fece scoprire a milioni di italiani l'incredibile storia del commerciante padovano, rintracciato solo tre anni prima da un gruppo di donne ungheresi da lui salvate e nominato da Israele “Giusto tra le Nazioni”.
Consacrato, nel 2002 - dieci anni dopo la sua morte - dalla fiction televisiva “Perlasca. Un eroe italiano” con Luca Zingaretti, il nome di Giorgio Perlasca ricorre puntualmente, ogni 27 gennaio, nelle rievocazioni del Giorno della Memoria. Eppure sono ancora tanti gli aspetti della sua avventurosa esistenza, non priva di contraddizioni, che vanno riscoperti e raccontati. Lo ha confermato l'intervento di Carlotta Zavattieri, ospite ieri sera al ristorante Trevisani dell'ultimo degli “Incontri Capovolti” organizzati dalla libreria La Bassanese.
Incalzata dalle domande di Marco Bernardi, l'autrice ha tracciato un interessante ritratto di questo italiano che aderì giovanissimo al fascismo per poi allontanarsene dopo l'adozione, nel 1938, delle leggi razziali di Mussolini.
“Perlasca era un uomo di grande fascino, ma anche un uomo solo - ha detto la scrittrice -. La realtà della sua vita, raccontata anche nello sceneggiato in Tv, è stata edulcorata dalla famiglia. Da ragazzo era un classico “vitellone” di provincia, che aderì al fascismo da adolescente e che partecipò, come volontario fascista, alla guerra di Spagna dal '36 al '39. La Spagna gli rimase per sempre nel cuore, ma è qui che cominciò a elaborare il suo pensiero critico nei confronti del regime fascista. E dopo le leggi razziali, uscì dal partito”.
Stufo di imbracciare le armi, Perlasca si mise a fare il commerciante per un'azienda di import-export di carni nell'Europa dell'Est. E qui, in Ungheria, lo colse l'8 settembre 1943. Schieratosi dalla parte del re e di Badoglio, diventò automaticamente nemico dei nazisti ungheresi.
“Comincia qui la sua fuga senza identità - ha spiegato Carlotta Zavattieri -. A Budapest c'era però la legazione spagnola alla quale, come congedato della guerra civile di Franco, poteva rivolgersi per chiedere aiuto. E con l'aiuto del suo amico Angel Sanz Briz, segretario della legazione, cambio nome in Jorge Perlasca, sedicente diplomatico spagnolo.”
E' in questa veste che l'intraprendente padovano compie il suo miracolo. Perché “nelle situazioni di emergenza e nei momenti di pericolo - come ha rimarcato l'autrice - escono le qualità innate dell'uomo”.
L'improvvisato diplomatico, con il timbro della legazione, rilasciò oltre cinquemila “lettere di protezione” che permisero ad altrettanti ebrei ungheresi e alle loro famiglie di rifugiarsi nelle “case protette” del ghetto internazionale e di altri punti della città. Evitando inoltre, con un clamoroso bluff - convincendo il reggente nazista Ernő Vajna di presunte ritorsioni del governo di Madrid sugli ungheresi residenti in Spagna - il previsto massacro dell'incendio del ghetto.
Tornato in Italia, emarginato e dimenticato, l'”eroe solitario” di Budapest condusse una vita di stenti. Quando la sua storia fu scoperta, venne accolto freddamente dalla Chiesa. “Al suo funerale - ha sottolineato la scrittrice - non ci sono state neanche le condoglianze del vescovo di Padova.” E anche lo Stato italiano non ha eccelso per riconoscenza. “Il processo di riconoscimento di Perlasca - ha ricordato Carlotta Zavattieri - fu compiuto in Ungheria, In Spagna, in Israele e negli Stati Uniti. L'Italia è arrivata per ultima”.
"Nella sua tomba - ha concluso l'ospite - Perlasca ha voluto solo una lapide in ebraico con la scritta "Giusto tra le Nazioni". Era un nazionalista, deluso e amareggiato dalle istituzioni della sua nazione".
Ma è questo è il destino degli italiani scomodi.
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