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I fili del discorso
Il centro storico che resiste: intervista a Cristina Busnelli, artista del telaio a mano, titolare dell’Atelier Tessile in via Vittorelli. “È un luogo dove fioriscono le idee e i progetti ma anche gli incontri con le persone”
Pubblicato il 15 lug 2025
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È vero: ci sono, ed esistono da sempre, i figli d’arte. Ma ci sono anche i nipoti d’arte.
A questa seconda e particolare categoria appartiene Cristina Busnelli, volto noto bassanese, designer tessile e rinomata artista del telaio a mano.
Sua zia era infatti Renata Bonfanti, la Signora dei Telai, figura di primo piano dell’arte tessile del secondo Novecento.
Cristina Busnelli al suo telaio a mano (foto Alessandro Tich)
Dopo aver studiato Industrial Design alla Scuola Politecnica di Design di Milano, Cristina Busnelli ha imparato i segreti della tessitura al telaio proprio nel laboratorio della zia Renata, immerso nel verde delle colline della Pedemontana a Mussolente.
Qui ha appreso i fondamentali dell’attività della tessitura artistica: come si progetta un’opera tessile, come si produce e in che contesto storico-culturale collocarla, prima di prendere il telaio per le corna per cominciare un percorso autonomo di creatività con i filati.
Da allora, in questa sua continua ricerca di trasformare in oggetti i fili del discorso, l’artista tessile bassanese realizza solo pezzi unici e in quanto tali irripetibili: non solo “classici” del genere come gli arazzi e i tappeti ma anche borsette, accessori per la casa, cravatte e persino bijoux come collane, orecchini e bracciali.
Un festival di fibre naturali anche insolite, come il filo di agave o la fibra di banano, talvolta accostate anche ai metalli, per fare di ogni creazione una proposta particolare.
Il tutto progettato a seguito di approfonditi studi di abbinamento dei materiali e realizzato quotidianamente ed esclusivamente al telaio a mano che troneggia nell’Atelier Tessile che Cristina Busnelli, già nota in passato alle nostre cronache come assessore comunale alle Attività Economiche, gestisce ormai da più di due anni in via Vittorelli, nel cuore di Bassano.
“È un luogo dove fioriscono le idee e i progetti - afferma l’artista tessile e titolare dell’attività - ma anche gli incontri con le persone.”
Il suo negozio-laboratorio è un esempio del centro storico che resiste: un salotto cittadino dove non solo si alternano da una parte i punti vendita delle catene in franchising e, dall’altra, i locali vuoti dei negozi sfitti ma dove è anche possibile, come in questo caso, proporre qualcosa di diversificato e di esclusivo ai visitatori della città.
Cristina Busnelli: in centro storico a Bassano ci sono più di cento e passa negozi chiusi, con le strisce verdi dell’artista Freak of Nature segnate sulle vetrine, anche in questa via. Possiamo però dire che ci sono esempi, come il suo Atelier, che hanno deciso in qualche modo di andare in controtendenza?
Sì, io credo che la mia stessa storia sia un po’ tutta in controtendenza e questa ultima esperienza ne è la prova. Ho deciso di aprire perché in realtà era un sogno coltivato da lungo tempo e quando si sono create le condizioni ho trovato anche il posto giusto, con la luce giusta. Devo dire che sono stata anche incoraggiata da qualcuno, però era comunque un mio sogno. E io son contenta, a dispetto di tutto quello che si dice in giro di questa crisi. È vero, c’è crisi. Però è anche vero che c’è spazio per alcune produzioni. Io faccio delle cose che non fanno altri, gli oggetti tessuti a mano che restano pezzi unici e molte volte sono fatti su misura. Mi vengono fatte le richieste più strane, che mi permettono di uscire dagli schemi. Sono delle sfide che mi mettono in gioco e mi interessano molto.
Un esempio di “richiesta più strana”?
Uno zerbino. Uno dice: “ma perché tessere a mano uno zerbino, quando ce ne sono già tanti e costano anche molto meno?”. E invece io ho dovuto studiare il materiale giusto, la consistenza giusta perché dev’essere una cosa che pulisce i piedi, che non scivola, che resiste all’umidità e alle intemperie, quindi una serie di caratteristiche, e che fosse anche decorativa. Lo zerbino non l’ho mai visto nella casa a cui era destinato ma mi hanno detto che funziona e questo mi rende molto felice.
In questi tempi di meccanica, meccatronica e tecnologie digitali, perché mettersi tutti i giorni al telaio a mano?
Perché in realtà noi siamo anche molto corporei. Siamo mani, testa, cuore, abbiamo cinque sensi. E la tessitura, da questo punto di vista, è una delle arti più vicine alla corporeità. Perché i tessuti si toccano, si annusano, hanno anche un suono se strofinati. Io ho fatto un arazzo che, se mosso leggermente, suonava, faceva sentire un rumore. C’è un bisogno di questa corporeità e lo vedo da tanti segnali. Un’altra cosa importante, per esempio, è che una casa con i tessili è una casa nella quale dal punto di vista acustico si sta meglio. Non sempre si ha coscienza di questo. Io l’ho raccontato in una piccola tessitura che rappresenta una casa in miniatura, un progetto per il Fuorisalone di Milano. E lì ho raccontato non solo l’emergenza abitativa ma anche il bisogno che abbiamo del contatto con il mondo tessile, che nel caso dei filati naturali deriva dall’ambiente vegetale o animale. Non possiamo scollegarci completamente, perché poi il nostro corpo ci dice che non va bene. Senza rifiutare il progresso: è dare valore a questa attività, in questo contesto.
In questa sua attività e passione, c’è anche un po’ di “eredità” di sua zia, Renata Bonfanti?
Sicuramente. Anche se, come ci dicevamo quando avevo la fortuna di apprendere da lei il mestiere, il mondo è completamente cambiato rispetto a quando ha lavorato lei. La produzione, il rapporto col cliente: tutto è cambiato, però è vero che io comunque ho assorbito da lei tante cose. Mia zia era molto lucida, molto attenta, molto presente nella vita sociale. Lei con i suoi arazzi raccontava il suo mondo e questa è un’eredità che sento di avere avuto. Anch’io con i miei lavori racconto quello che ho visto, che ho sentito, quello che mi è stato trasferito, quello che in qualche maniera ho respirato a tutto campo.
Lei per formazione è un industrial designer. L’industrial designer è quello che progetta oggetti in serie. Però qui gli oggetti sono tutti pezzi unici. E allora come la mettiamo?
Tutto è nato perché, approfondendo la tessitura, ho visto che è un mondo così vasto e così complesso che provavo e provo ancora la necessità di esplorarlo continuamente. E quindi, dai primi arazzi, che erano rigorosamente geometrici e anche riproducibili, anche se con qualche variazione perché fatti a mano e non sono mai identici a sé stessi, sono passata via via a delle forme che neppure io riesco più a rifare. Se mi chiedono di rifare un arazzo, io vado in crisi, come mi è capitato l’anno scorso con un cliente americano che aveva visto un mio arazzo e lo voleva in altre dimensioni. L’ho un po’ modificato ma è stato più faticoso di un arazzo disegnato e fatto ex novo. E quindi è proprio il desiderio di esplorare nuovi mondi, nuove forme, nuovi accostamenti di materiali e nuove tecniche che mi ha portato a fare pezzi unici.
Con tutto il mondo che continua a correre di fretta là fuori e lei che sta qui al telaio, non si sente un po’ Penelope?
Intanto Penelope disfava molto, ma lo disfava per amore. È una storia molto bella. Diciamo che fuori il mondo qualche volta mi guarda con curiosità. Quello da cui devo difendermi ogni giorno è un’immagine antica. È vero che io ho un’immagine antica, perché uso uno strumento antico. Però io voglio fare gli oggetti contemporanei, che dicano qualcosa oggi, che si indossino oggi, che si usino per le case d’oggi. Io non voglio fare la presentazione del passato, non mi vesto in costume, non amo neanche tanto certe forme di folclore che restituiscono un’immagine distorta del passato e non sempre veritiera. È un continuo confrontarmi con un mondo che a volte fa fatica a comprendere, però nel momento in cui tu entri qui e io spiego, racconto, si apre un dialogo e ci si capisce. Dopo ci sono anche persone che per cultura e per esperienza non hanno bisogno di spiegazioni, entrano e subito apprezzano. Però c’è anche la persona che ha bisogno di essere accompagnata. E da questo punto di vista credo che sia importante che io sia qui fisicamente, in modo che uno veda che c’è anche un altro modo di lavorare e che ci sono anche altre forme di produzione.
Insomma, qui dentro si tessono anche relazioni…
Sì, molto, devo dire. Perché è un posto che ha sempre la porta aperta, dove appunto entrano persone che raccontano, anche molte persone dall’estero. Sono venuti dall’America, dalla Cina, dalla Germania, dall’India, anche dal Tibet e dai Paesi più strani, e con loro c’è stato un bellissimo incontro. Ho un quaderno dove ho raccolto molte delle loro storie. Mi lasciano un messaggio, una dedica, rigorosamente nella loro lingua e quindi con i caratteri più diversi. E i caratteri mi interessano molto, sono una parte della mia ricerca sulle scritture. Sono tutti incontri che mi hanno molto arricchito e ai quali sono molto grata.
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