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Caffè senza zucchero
Le imprese e la crisi: Gianluca Trintinaglia, barista a San Giuseppe di Cassola, lamenta lo scarsa solidarietà tra i colleghi della zona. “Nel mio settore manca la cosa basilare: la collaborazione”. “Il confronto oggi aiuta, non separa”
Pubblicato il 18 lug 2015
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Il problema di come opporsi alla crisi - parola abusata, che chi vi scrive non ama, ma che purtroppo è ancora attuale - dipende anche dalle piccole cose.
E cioè da come ciascuno di noi affronta le sfide di tutti i giorni, rese ancora più ardue dai tempi che stiamo vivendo, in rapporto con sé stesso e con gli altri: e un atteggiamento positivo, nonostante tutto, può aiutare a cacciare le streghe dalla nostra testa.
Ne trovo conferma, chiacchierando davanti a un bicchiere di acqua minerale fresca, con Gianluca Trintinaglia. E il bicchiere me l'ha dato lui: perché Gianluca, 30 anni, fa il barista. E, come tutti, ha la sua battaglia quotidiana da combattere. Una famiglia (la moglie Tiziana, che lavora pure dietro al bancone del bar, e due simpaticissime figlie piccole) da portare avanti, un mutuo da pagare, un'attività in proprio da gestire. Cose normali, che appartengono alle persone normali. Ma che da qualche anno a questa parte, per chiunque, sono diventate quasi degli atti di eroismo.
Gianluca Trintinaglia con la moglie Tiziana dietro al bancone del suo bar (foto Alessandro Tich)
Gianluca prima ha fatto il panettiere e poi il camionista. Quindi due anni fa ha abbandonato il volante per mettersi alla guida del Coffe Break, un bar in viale Venezia a San Giuseppe di Cassola. E' alla sua prima esperienza nel settore ed è l'ultimo arrivato in zona. Nel quartiere, nel giro di poche centinaia di metri, bar e gelaterie infatti non mancano. E fortunatamente, trattandosi di una via di passaggio, di lavoro - chi più, chi meno - ce n'è per tutti. Potrebbe essercene di più, per carità: ma con questi chiari di luna bisogna sapersi accontentare.
Eppure Gianluca Trintinaglia il suo sassolino nella scarpa ce l'ha.
E non riguarda il suo lavoro in quanto tale, ugualmente impegnativo come quello di tutti gli altri baristi (“tante ore, disponibilità, orari flessibili e saper cogliere la palla al balzo”), ma quella che a suo dire è l'incapacità della sua categoria, e più in generale dei commercianti della zona, a costruire uno spirito di solidarietà necessario e sufficiente a confrontarsi in modo più positivo con le difficoltà del momento.
“Ci sono le difficoltà che viviamo ogni giorno, le bollette salate e le tasse sempre più elevate, e ci lamentiamo tutti - mi dice -. Ma noto intanto che tanti artigiani, ad esempio elettricisti e idraulici, e anche impresari e muratori, si sono raggruppati per lavorare insieme, senza guardare chi fa di più e chi fa di meno e chi prende di più e chi meno. Nel mio settore manca invece la cosa basilare: la collaborazione.”
“Tra i bar della zona - precisa - esiste ancora il guardarsi l'uno con l'altro. C'è il collega che si sofferma fuori e guarda quanta gente ho io, come sto andando e se ho più clienti o meno di lui. Qualche altro collega prima ti parlava, e poi se lo incontri per strada fa finta di non vederti. Questa cosa non va. Non capisco cosa c'è da “studiare” negli affari degli altri. Al contrario, se io vedo gente fuori da un altro bar sono contento per lui, e se sono in un momento di pausa vado lì a consumare qualcosa.”
Quindi cosa fare per fare il salto di qualità, e creare uno spirito di “rete” tra operatori dello stesso comparto, altrimenti destinati ciascuno ad andare per la propria strada?
Ecco la piccola ricetta anti-crisi del barista di viale Venezia: “Essere semplici, terra-terra, immedesimarsi nel lavoro come se fosse il primo giorno e avere rispetto reciproco. Fare il proprio, ma scambiarsi anche dei consigli tra colleghi, per darsi una mano e confrontarsi. Il confronto oggi aiuta, non separa.”
“Se fossimo tutti uniti, mettendo l'orgoglio da parte e scendendo uno scalino più sotto, si lavorerebbe tutti meglio - sottolinea Gianluca -. Mi chiedo perché non è possibile andare avanti assieme, tutti allo stesso livello, perché siamo tutti nella stessa barca. Mi chiedo anche perché è così difficile organizzare assieme qualche evento o manifestazione, ne beneficerebbero tutti i locali.”
“Ad esempio - spiega - la “Notte Bianca” qui a San Giuseppe non c'è più. Sarebbe bastata un po' di collaborazione tra i commercianti della via e la “Notte Bianca” si sarebbe ancora fatta.” “Ai tempi di mio nonno - aggiunge - queste cose non succedevano, gli imprenditori sapevano aiutarsi. Sono idee di vecchio stampo, ma sempre attuali.”
E in quanto al fatto di “studiare” i colleghi-concorrenti per vedere quanti clienti hanno e come stanno andando con gli affari, l'esercente di San Giuseppe rovescia diametralmente la questione.
“Ripeto che se io vedo gente in un bar vicino al mio - ribadisce - io sono contento. E così dovrebbero essere i colleghi nei miei confronti. Bisogna sempre pensare al detto: “gente porta gente”. Questo vuol dire che se il mio locale è affollato, è affollato anche nell'attività a fianco. E io non posso essere qui per tutti, ma per la mia fetta di clienti. C'è spazio e lavoro per tutti. E sarebbe bello collaborare tutti, perché l'unione fa la forza. Io ci ho provato ogni tanto a lanciare il messaggio, ma inutilmente.”
“Inutile lamentarsi che le cose non vanno - conclude Gianluca Trintinaglia - se siamo noi stessi a mancare di un rapporto comunicativo e di rispetto tra persone.”
Chiaro e limpido, come l'acqua minerale che ho finito di bere. Anche se l'impressione che raccolgo - da questa ennesima testimonianza sui modi possibili per prendere la crisi per le corna - è quella di un caffè senza zucchero.
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