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Tesso e volentieri
Non ci capisco ma mi adeguo. Piccolo viaggio ai confini dell’ignoto: visita curiosa alla mostra “Tessere. Arte contemporanea” organizzata da Dif.fusione alla chiesa di San Giovanni a Bassano
Pubblicato il 12 lug 2024
Visto 11.341 volte
Lo confesso: non ho resistito.
Nella chiesa di San Giovanni a Bassano è allestita fino al prossimo 28 luglio “Tessere. Arte contemporanea”, la nuova mostra collettiva dell’associazione Dif.fusione con il puntino in mezzo.
E così, colto da un ennesimo impulso di attrazione verso l’ignoto, non ho potuto mancare di andare a visitarla.
Foto Lucrezia Pegoraro
Le odierne provocazioni della creatività artistica esercitano su di me un misterioso richiamo, per quanto quasi mai - e non sono certamente l’unico - riesca a comprenderle al volo e forse il loro valore aggiunto (ma aggiunto a cosa?) sta proprio nel fatto di essere volutamente incomprensibili o perlomeno permeate di significati nascosti.
Per questo, ogni volta che metto piede in una esposizione come “Tessere”, mi pento di quella volta che non ho comprato un libro che avevo visto esposto nella vetrina di una libreria di Padova. È stato scritto da Francesco Poli ed era intitolato “Non ci capisco niente. Arte contemporanea, istruzioni per l’uso”.
Non ci capisco, dunque, ma mi adeguo.
Dipende anche dal tipo di opera esposta.
Per le installazioni mi arrendo già in partenza: sembrano fatte apposta per installare dubbi di interpretazione e per lasciarci interdetti.
Mentre per i quadri, anche quelli apparentemente più astrusi, posso vantare un mio personale criterio di valutazione artistica altamente scientifico, validato dalle commissioni di esperti della Biennale di Venezia e del MoMA di New York.
E cioè li giudico in base a come starebbero sulle pareti di casa mia.
Va anche detto che da questo punto di vista la mostra di Dif.fusione mi viene incontro, perché l’allestimento è costituito in gran parte da dipinti.
E sotto questo particolare profilo, tra gli undici artisti contemporanei che espongono le opere a San Giovanni, quello che meglio corrisponde ai miei gusti di arredatore domestico è Tobia Ravà.
In particolare, una sua pregevole tela, pardon “sublimazione su raso acrilico”, con un bosco di alberi multicolori che si stagliano sul terreno composto da segni e da simboli numerici ispirati alla “ghematrià” delle correnti mistiche dell’ebraismo, ben si abbinerebbe alla tonalità grigia del divano del mio salotto.
Dipinti più o meno adatti per i muri di casa a parte, in mostre di arte contemporanea come questa c’è anche tanto da imparare.
Basta avere la curiosità di andare un po’ più a fondo sul percorso creativo che ha generato le opere esposte per scoprire nuovi e per noi inesplorati mondi simbolici e linguaggi espressivi, ghematrià compresa, e ghemancarià altro.
Osservo con piacere che quello di “Tessere” è un allestimento felice.
Diversamente da “Messe”, la precedente mostra collettiva d’esordio a San Giovanni dell’associazione Dif.fusione con il puntino, il cui ingresso era ristretto da una serie di pannelli divisori per poi aprirsi “a sorpresa” sullo spazio espositivo, l’immagine d’insieme della nuova esposizione appare già in tutta la sua interezza oltrepassando il portone della chiesa: Effetto Wow assicurato.
Le opere sono visivamente valorizzate da un’illuminazione adeguata e una colonna musicale ad hoc, dif.fusa nell’aere dell’ambiente espositivo con composizioni di Giorgio Salomon Piperito e di Bottega Sonora, aiuta il visitatore ad entrare nel “mood” del contemporaneo.
Curata da Claudio Brunello, Pietro Gasparotto e Aurora Sindico, su progetto grafico di Francesca De Marchi Olivieri, la mostra - grazie anche alla formula magica dell’ingresso libero - sta riscontrando un lusinghiero successo di pubblico.
La conferma del fatto che non sono l’unico ad essere attratto dal misterioso ed arcano richiamo di un’arte che erroneamente si pensa per pochi.
Che poi siano in pochi a coglierne immediatamente l’essenza, è un’altra faccenda.
Per fortuna visito la mostra accompagnato da Claudio Brunello, uno dei tre curatori, senza il quale capirei una percentuale di significati che non supererebbe la soglia minima del 3% dei voti validi.
In sintesi e in sostanza, il percorso espositivo di “Tessere” ha una sua logica nascosta e si tratta della “ricerca dell’uomo”, un po’ come il caro e vecchio Diogene con la sua lanterna nell’antica Grecia.
Uomo che “c’è e non c’è” fino alla fine.
Si parte con il grande paesaggio di “montagna incantata” di Silvia De Bastiani, natura allo stato puro dove l’uomo è totalmente assente.
Poi spuntano le prime tracce di attività umana con i segni e i numeri di Tobia Ravà e i labirinti simbolici di Saul Costa.
L’uomo ancora non c’è, ma c’è stato, negli ambienti interni ricchi di dettagli ma del tutto privi di figure umane, dipinti rispettivamente da Raffaele Minotto e da Carlo Martini: sontuose sale di ville nobili per il primo, stanze dismesse di luoghi abbandonati per il secondo.
La natura e la sostenibilità a fronte dei cambiamenti climatici causati anche dall’uomo sembrano quasi urlare dalle opere di Silvia Canton, realizzate con materiali recuperati dagli alberi schiantati dalla tempesta Vaia.
L’uomo compare alla fine del percorso, nei dipinti di Memo Vanzo, ma è una figura ambigua e distorta, alla ricerca di una propria identità.
Un genere umano ancora incompleto, come ammoniscono le sagome di lamiera appena accennate di Andrea Meneghetti che con abile gioco di luce si sdoppiano nelle loro ombre.
Possiamo finalmente spegnere la lanterna. Ma non del tutto.
Perché ci sono ancora le installazioni, quelle che se non hai il curatore della mostra che te le spiega rimarrebbero inspiegabili.
Come quella al centro dell’esposizione: il cerchio di sedie bianche e di sedie nere firmato da Giuliana Cobalchini, anche qui senza la presenza degli uomini, dove su ogni sedia compare una diversa figura geometrica creata con aghi chirurgici.
È l’allegoria dell’assenza di dialogo, del bianco contro il nero a prescindere, delle differenti opinioni che in realtà mai si incontrano e sono anzi sempre pronte a pungere, senza mai ricercare una forma geometrica di pensiero in comune.
Per non parlare della grande installazione sull’altare di San Giovanni, originale assemblaggio delle opere di quattro artisti.
Su un lato, l’inquietante lupo di Alberto Salvetti sembra quasi essere messo a guardia della natura che reclama il suo spazio. Al centro, la sagoma accennata in lamiera di “Afrodite dopo il bagno” di Andrea Meneghetti guarda “Il grande nido” di Giuliana Cobalchini, con un buco nero al centro che rappresenta il mistero della religione al di là del credo di ciascuno. Sul lato opposto, quattro automi “cyberpunk” di Franz Chi sembrano del tutto alieni dal bisogno di spiritualità dell’uomo e un piccolo monitor ai loro piedi è privo di segnale.
Che cosa vorrà dire, complessivamente, cotanta unione di messaggi cifrati?
Vuol dire tutto ciò che ciascuno di noi è libero di comprendere delle quattro provocazioni artistiche messe assieme.
Lo conferma anche il famoso critico d’arte contemporanea Ago Capìo.
A proposito: “Tessere” come infinito del verbo “tessere”, per trovare e ricucire il filo conduttore tra un’opera e l’altra, oppure come “tessere” di un mosaico rompicapo da ricomporre?
A voi la scelta.
Per quanto mi riguarda, tesso e volentieri.
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