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Luigi Marcadella
Giornalista
Bassanonet.it
Riparte l’inflazione: stipendi e consumi dei vicentini sotto pressione
Il calcolo della Cisl Vicenza: i costi aggiuntivi dovuti all’inflazione potrebbero superare i 1.600 euro per ogni famiglia
Pubblicato il 09 mag 2026
Visto 4.217 volte
L’inflazione ritorna al primo posto dei problemi per le famiglie italiane.
Dopo lo shock dei prezzi innescatosi nel 2022 con la guerra in Ucraina, ora i listini prezzi e il carrello della spesa subiranno i pesanti effetti energetici del conflitto USA-Israele-Iran.
Sale l'inflazione in provincia, prezzi in salita anche per la spesa.
Ad aprile, l’Istat ha registrato per l’indice nazionale dei prezzi al consumo un aumento del +1,2% su base mensile e del +2,8% su base annua (da +1,7% del mese precedente).
Per la Banca d’Italia l’inflazione al consumo nel 2026 dovrebbe attestarsi attorno al 2,6%: si tratta di previsioni che scontano una normalizzazione della guerra del Golfo e dei transiti energetici via Hormuz nella prima metà dell’anno. Se così non fosse, i numeri dell’inflazione potrebbe cambiare radicalmente. In peggio.
Nei giorni scorsi il Centro Studi della Cisl di Vicenza ha diffuso una simulazione degli effetti inflativi nel tessuto sociale vicentino: se il conflitto dovesse proseguire fino alla fine dell’anno, i costi aggiuntivi dovuti all’inflazione supereranno i 1.600 euro per nucleo familiare.
«A livello provinciale l’indice dei prezzi in 10 anni è aumentato del 22,1%, con una crescita particolarmente significativa nei prodotti alimentari (+32,6%), nei costi per la casa e le utenze (+38,8%), nei trasporti (+26,4%) e nei servizi ricettivi e ristorazione (+26,5%). Non si è trattato tuttavia di una crescita progressiva: un balzo particolarmente significativo (in media quasi 12 punti percentuali) è avvenuto tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, come conseguenza delle tensioni per la fornitura di energia e altri beni a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Come conseguenza, se fino al 2021 i redditi crescevano più dell’inflazione, sostenendo il potere d’acquisto, dal 2023 il forte aumento dei prezzi ha iniziato a erodere i redditi».
Come si arriverebbe a queste previsioni?
«I trasporti in particolare hanno registrato – scrive la Cisl - un incremento di 2,4 punti nel solo mese di marzo, e lo stesso andamento si osserva per le voci di spesa relativi alle abitazioni e alle bollette, che in un solo mese crescono di 1,9 punti. Per comprendere la portata concreta di questi incrementi, va sottolineato che la struttura della spesa delle famiglie venete mostra un peso particolarmente rilevante proprio per abitazione, utenze ed energia (33,39%) e per i trasporti (11,69%), che insieme rappresentano oltre il 45% della spesa complessiva».
Gli effetti della crisi energetica derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, dove passa una quota mondiale significativa di petrolio e gas liquido, stanno mettendo sotto pressione i prezzi dei combustibili e i livelli delle scorte di sicurezza delle principali potenze economiche. L’impennata dei prezzi energetici è destinata in tempi rapidi a trasferirsi nei prezzi al consumo, con il primo meccanismo di trasmissione veicolato dal sistema dei trasporti.
L’Ufficio Studi Cisl Vicenza stima che se la guerra terminasse immediatamente «l’inflazione registrata in provincia di Vicenza su base annua sarebbe comunque pari a +2,8%, con una conseguente spesa maggiore per famiglia di circa 480 euro. Se invece la guerra dovesse protrarsi anche solo per altri tre mesi, l’inflazione nel Vicentino arriverebbe al 4,2%, con una spesa aggiuntiva non preventivata di 960 euro per ogni famiglia vicentina. Infine, se la guerra proseguirà fino a fine anno, i costi aggiuntivi per ogni famiglia vicentina saranno pari in media a 1.650 euro. Considerando che il reddito medio da lavoro dipendente nel Vicentino nel 2025 è stato pari a 29.039 euro, equivalenti ad uno stipendio netto di circa 1.520 euro su 13 mensilità, significa che la guerra potrebbe costare a ogni famiglia vicentina oltre una mensilità netta».
Un quadro di aumento dei prezzi che in Italia troverà famiglie e lavoratori ancora una volta più penalizzati rispetto agli altri Paesi europei, principalmente a causa di una dinamica di salari e stipendi reali che non crescono dal 1990 come più volte ha ricordato l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico).
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