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Reportich
Intervista a Sigfrido Ranucci, grande giornalista d’inchiesta e conduttore di Report, protagonista di un affollato e interessante incontro alla Libreria Palazzo Roberti in città
Pubblicato il 09 apr 2024
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Con il nome che porta, Sigfrido, era destinato a combattere i draghi.
Sono i draghi (con la “d” minuscola, ci tengo a precisare) della politica, dell’affarismo, della grande industria, delle connivenze con la malavita, dei signori della guerra: quelli che sputano il fuoco dei poteri forti, sul piano nazionale ed internazionale.
Ma lui, indossando la tuta ignifuga dell’onestà professionale, è sempre riuscito ad andare a fondo nel suo compito di indagare la verità. Nonostante querele, denunce, minacce, interrogazioni parlamentari nei suoi confronti e persino falsi dossieraggi sul suo conto.
L’incontro con Sigfrido Ranucci alla Libreria Palazzo Roberti
Sigfrido Ranucci, grande giornalista d’inchiesta e conduttore di Report, è l’incarnazione di quello che dovrebbe essere lo scopo e anche la missione della nostra professione: quello di non dover rispondere a nessuno del tuo lavoro, se non al tuo direttore responsabile e soprattutto al pubblico che ti legge o che ti guarda in televisione.
E il pubblico lo sa, lo percepisce e lo apprezza, vista la grandissima partecipazione all’appuntamento con Ranucci alla Libreria Palazzo Roberti in città.
Salone centrale e salette laterali al piano nobile in “tutto esaurito” già mezz’ora prima dell’inizio dell’incontro, tanta gente rimasta al piano terra e tante altre persone sedute sulle scale per seguire la diretta video della conversazione con l’autore, trasmessa su uno schermo.
Anche chi non è riuscito a prendere posto al piano di sopra rimarrà fino alla conclusione, quando potrà finalmente salire nel salone dell’incontro per non perdersi il rito del firmacopie, con una lunga fila di ammiratori in paziente attesa di avvicinarsi a Sigfrido Ranucci per farsi autografare con dedica una copia del suo libro.
Il libro si intitola “La scelta”, è edito da Bompiani ed è il coraggioso autoritratto di un uomo che racconta la nascita, lo sviluppo e le incredibili vicissitudini di alcune tra le sue più importanti inchieste giornalistiche.
Tra queste c’è anche il suo scoop mondiale del reportage sull’uso delle armi chimiche da parte degli americani nella strage di Fallujah in Iraq, realizzato quando ancora lavorava per Rai News 24.
Anche se, e da giornalista che vive e lavora in Veneto è la cosa che più mi ha colpito perché non la conoscevo, uno dei momenti più difficili vissuti da questo professionista dell’informazione che ne ha viste di ogni - dalla guerra in Bosnia allo tsunami a Sumatra e alle macerie delle Torri Gemelle nel giorno successivo al crollo - è stata la vicenda che nel 2014 lo ha visto contrapposto all’allora sindaco di Verona Flavio Tosi, che aveva fatto di tutto per screditarlo e per bloccare un’inchiesta giornalistica che lo riguardava.
Il conduttore di Report è una persona cordialissima.
Prima dell’incontro, accompagnato dai due uomini della scorta, visita la Libreria con Lavinia Manfrotto, una delle tre sisters di Palazzo Roberti, a fargli da cicerone.
In mezzo agli scaffali coi libri la gente lo riconosce, vuole parlargli, si fa firmare il libro già comprato per l’occasione, chiede di fare una foto con lui. E lui accetta volentieri, non si tira mai indietro, sempre sorridente e disponibile.
C’è anche il vostro umile cronista: il mio compito è quello di intervistare l’atteso ospite nell’incontro di presentazione del libro, che sarà un grande successo grazie all’intervento dell’autore, in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico come se al posto del tavolo ci fosse un teleschermo.
Prima di iniziare la conversazione davanti alla folta platea, ci ritiriamo per qualche minuto in una sala della Liberia non aperta al pubblico per concordare due o tre cose in vista dell’incontro.
Sul pavimento, sotto una finestra, è appoggiato un treppiedi Manfrotto. Ranucci lo riconosce subito: è stato il primo giornalista Rai ad usare la telecamera per le sue inchieste e proprio quel treppiedi Made in Bassano è stato un suo prezioso strumento di lavoro.
Terminato invece l’incontro, mister Report trova anche il tempo e il modo di concedermi una breve intervista, nella quale, essendo colleghi, ci diamo del tu.
Sigfrido Ranucci, cosa significa essere oggi un giornalista d’inchiesta?
Intanto devi avere la capacità di fare lo slalom tra le fake news che viaggiano sulla rete. Perché oggi il serbatoio più grande d’informazione è la rete, che è un grande strumento di libertà ma io la definisco una sorta di bibliotecario ubriaco che non sai quale notizia vera e certificata può darti. Manca chi ti dice che quella notizia è “Doc” perché l’algoritmo gira in una maniera tale da privilegiare la notizia più interessante, cioè quella che è più cliccata, piuttosto che quella più verificata.
Sulla base però della tua esperienza, qual è il prezzo da pagare?
Intanto il prezzo da pagare è alto, perché in un mondo globalizzato le reazioni che si hanno possono venire da vari gruppi anche stranieri e tu lo percepisci solamente alla fine. Per contrastare oggi i poteri politici, imprenditoriali, farmaceutici, devi essere strutturato e prepararti ad affrontare qualcosa che è globalizzato. E quindi è importante avere anche l’umiltà di essere solamente la pedina di un gruppo giornalistico, che può essere quello di un consorzio giornalistico. Oggi qui in Italia c’è poco utilizzo di consorzi giornalistici internazionali. In America, se tu pensi, ci sono invece alcuni consorzi che hanno ricevuto addirittura il Premio Pulitzer. Qui vengono considerati, spesso anche dalla giustizia, come una sorta di enclave clandestina che dà o mette a disposizione notizie quasi rubate o acquisite illegalmente, attraverso i propri archivi o i propri database. Credo che ci voglia un cambio rivoluzionario da questo punto di vista, un approccio diverso al ruolo del giornalista, alla capacità di utilizzare determinati strumenti.
Noi come telespettatori abbiamo un’immagine forse stereotipata di una Rai lottizzata, in mano alla politica. Come è possibile che esista una trasmissione come Report?
Report ha intanto una storia incredibile, circa trent’anni di storia. E ha avuto il pregio, la capacità e la forza di rimanere fedele a sé stesso: cioè il romanzo fedele dei fatti, in base all’intuizione e all’idea di Milena Gabanelli. Io oggi sono semplicemente un custode di questo Dna. Dopodiché, la lottizzazione in Rai c’è sempre stata. È ovvio che uno possa auspicare che vengano cambiati i criteri di assegnazione delle responsabilità solo in base alla meritocrazia e non all’appartenenza politica. Tuttavia io credo che il problema più grande - fatta salva la lottizzazione che c’è, c’è stata e credo purtroppo continuerà ad esserci - sia quello della qualità di chi dirige e di chi è responsabile e autore di un programma. E poi, sicuramente, per svincolarla dalla politica ci vuole la riforma della Rai perché oggi è consegnata mani e piedi alle decisioni politiche, anche nelle risorse finanziarie. Quando invece l’Europa ci dice che dovremmo fare il contrario.
Che impressioni ti porterai di Bassano del Grappa tornando a Roma?
È una cittadina che mi ha incantato, un po’ per il tipo di atmosfera che c’è. Una di quelle atmosfere che ti colpiscono e ti entrano nell’anima. Ho la sensazione di un’acqua cheta che butta giù i ponti, a proposito del Ponte di Bassano. E poi il tantissimo affetto della gente. Tu pensi che sia gente fredda, un po’ riservata. E invece ho trovato un calore incredibile nell’incontro di oggi in Libreria, animato da tre libraie straordinarie, le sorelle Manfrotto, che anche nel nome mi ricordano la mia attività, perché il padre Lino ha inventato questo treppiedi che è stato straordinario e utilissimo nella realizzazione delle mie inchieste.
Così scrive Sigfrido Ranucci all’inizio del suo libro, che parla anche di incontri con alcune persone appartenenti al mondo della vita quotidiana - il vagabondo, il tassista, la insegnante di sostegno, eccetera - che poi avrebbero giocato un ruolo nella conduzione delle sue inchieste:
“Ogni persona che passa nella nostra vita ha un compito. Chi se ne va ha finito il suo. Ma tutte le persone che incontriamo nella vita ci insegnano qualcosa. Alcune persino a non essere come loro.”
Ebbene: questo incontro così interessante e così diretto, dal punto di vista umano e professionale, mi ha davvero insegnato qualcosa.
E qui finisce, egregi lettori, il mio Reportich.
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