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Ora che lo stato di emergenza sanitaria da Covid-19 finirà il 31 marzo e adesso che il governo ha stabilito che dal prossimo 1 maggio cesserà l’obbligo del green pass, posso anche scriverlo. Tanto, con l’effetto socialmente divisivo generato dalla pandemia, qualunque cosa si scriva su questo argomento provocherà comunque opinioni divise.
In linea di principio io sono favorevole al green pass, vale a dire alla certificazione vaccinale. Ho scritto “in linea di principio” e lo sottolineo. Sul piano generale, cioè, la ritengo una misura necessaria, per varie ragioni che qui sarebbe dispersivo elencare.
Così la penso io e basta, siamo in un Paese democratico e chiunque è libero di dissentire. Sarà perché, col sangue mezzo asburgico che mi ritrovo, sono stato educato a rispettare le regole, per quanto - come in questo caso - così invadenti nella vita quotidiana. A patto che delle regole si faccia un buon uso e non un abuso.
Foto Alessandro Tich
Infatti se da un lato, come milioni di altri miei consimili, mi sono sottoposto obtorto collo al ciclo vaccinale anti Covid con conseguente carta giustificativa da tenere in tasca o nel telefonino, dall’altro non posso chiudere gli occhi su alcune conseguenze estreme che le regole sul green pass hanno comportato per diversi aspetti della nostra convivenza civile.
L’obbligo per le persone sopra i 50 anni del green pass rafforzato per l’accesso ai luoghi di lavoro, ad esempio, non solo è discutibile: è anticostituzionale.
Non serve essere un costituzionalista per affermarlo, basta applicare un minimo di logica di base. Il provvedimento ha infatti mutato l’articolo 1 della Carta Fondamentale, che va riscritto così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul green pass”. Da odierne dichiarazioni governative sembra che la fine di questa limitazione possa essere anticipata al 1 aprile, ma fino al termine effettivo del regime certificatorio per lavorare bisognerà comunque presentare il green pass base.
E vai ancora di tamponi, a 15 euro l’uno se non di più. Credetemi: penso di avere sbagliato professione e se rinasco faccio il farmacista.
Queste ed altre cose, nell’ultimo anno, hanno oltremodo esacerbato il clima sociale.
Ci siamo divisi in due blocchi incomunicabili: quelli pro e quelli contro. Est e Ovest.
In mezzo, il Muro del Vaccino. Ovvero della sua certificazione europea.
Chi si è dissociato e chi ha manifestato, chi si è accapigliato (uso un eufemismo) nei social, chi ha legittimamente protestato e chi invece ha strumentalizzato, chi tutto e chi il contrario di tutto eccetera. Al diavolo la solidarietà nazionale: abbiamo dichiarato la guerra del Donpass.
Sinceramente, con la fine del regime obbligatorio della certificazione verde, spero che finisca anche questo periodo di contrasti senza fine, perché non ne posso più e penso di essere in buona compagnia.
Ormai ci abbiamo fatto il callo e l’abitudine, ma i rituali della Green Pass Republic hanno anche condizionato i nostri rapporti, per così dire, normali. E mi fermo alla nostra sola realtà locale, moltiplicabile per tutte le altre realtà del nostro Bel Paese.
Ci siamo suddivisi, per dirla alla Clint Eastwood in “Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo”, in due categorie. E cioè: i controllori e i controllati. Più che gli incontri tra le persone, hanno preso il sopravvento gli incontri tra smartphone: quello da cui mostrare il nostro green pass e quello con l’app per verificare la validità in corso della certificazione. Cappuccino, brioche e telefonino a portata di salvietta: è cambiato persino il rito della colazione al bar.
Ma almeno in un pubblico esercizio sai già quello che ti aspetta. In altri negozi invece il cartello che impone il green pass e avverte che “saranno eseguite verifiche a campione” ti fa restare emozionatamente in sospeso.
Poi ci sono anche le preoccupazioni in eccesso di esercenti terrorizzati dai possibili controlli delle forze dell’ordine. Qualche settimana fa sono entrato in una pizzeria di Bassano per chiedere se c’era un tavolo per otto persone. L’uomo dietro al bancone mi ha chiesto immediatamente: “Ce l’avete tutti il green pass?”. Domanda legittima, per carità. Ma magari aver detto prima un “buongiorno” o un “prego, accomodatevi” sarebbe stato più cortese. È difficile che in quella pizzeria io ci ritorni.
C’è poi una categoria di controllori del green pass un po’ particolare: quelli dalla memoria corta. Mi capita ad esempio di recarmi spesso in municipio a Bassano per seguire le conferenze stampa dell’amministrazione comunale e per poter accedere a Palazzo bisogna ovviamente essere muniti di certificazione verde. E ogni volta che mi trovo davanti all’usciere a cui avevo già mostrato il mio validissimo green pass qualche giorno prima, glielo devo mostrare di nuovo. Mi sembra quasi di rivivere la celebre scena del film “Non ci resta che piangere” quando Benigni e Troisi si trovano a passare ripetutamente davanti al confine della signoria e un integerrimo guardiano continua a domandare: “Chi siete? Da dove venite? Dove andate? Un fiorino!”.
La butto un po’ sul ridere, perché i rituali da controllo del green pass vanno anche presi con un certo spirito.
C’è poi la categoria dei controlli preventivi ai confini della realtà.
Accade alle poste centrali di Bassano del Grappa: da qualche giorno l’erogatore all’ingresso dei bigliettini con il numero che indica il tuo turno ha cambiato modalità di utilizzo. Bisogna infatti prima esibire il green pass e puntarlo su un lettore ottico in alto a destra della macchinetta. Solo quando il lettore riconosce la validità del tuo QR Code, finalmente compare sul display la videata di tasti per prenotare il numero. Incredibile.
La cosa ancora più incredibile è che il riconoscimento del certificato non è immediato, nel senso che devi essere tu in grado di puntare il tuo green pass in modo adeguato e a distanza giusta dall’occhio digitale. Si va dunque per tentativi, con altre cinque o sei persone che attendono pazientemente (si fa per dire) dietro di te. Viva la semplificazione burocratica.
Comunque: no green pass, no bigliettino. E mi immagino il caso di una persona anziana non accompagnata, priva di certificazione, che deve recarsi in posta a Bassano per ritirare la pensione. Un caso limite, appunto, ma ci sono anche quelli.
Comunque sia, sono situazioni e anche stranezze con cui dobbiamo fare i conti ormai da tanti mesi. Anche per questo, per quanto sul certificato vaccinale vi abbia già detto come la penso, non vedo l’ora che tutto questo finisca.
Sarebbe l’occasione per cominciare finalmente a pensare ad altro e, per tutti noi indistintamente, di fare un pass avanti.
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