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La Città Proibita
Chiudono temporaneamente le attività commerciali cinesi a Bassano. Chi resta aperto deve liquidare la merce o assistere al tracollo della clientela
Pubblicato il 29 feb 2020
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Giovedì scorso in tarda mattinata, durante il mercato, transitavo per via Roma a Bassano e ho incrociato un'anziana donna cinese. Non so e non saprò mai chi fosse, da dove arrivi e dove abiti. Del resto, per noi, i cinesi sono tutti uguali. Portava un cappuccio in testa e camminava a testa bassa, ma non così bassa da non farmi notare lo sguardo impaurito dei suoi occhi. L'incrocio di un secondo mi è bastato per percepire l'imbarazzato timore di quella signora, “connazionale” suo malgrado di quel virus che ci sta offuscando le menti al punto da vedere allarme giallo dappertutto. Giovedì scorso era anche fresca di stampa la notizia dell'aggressione subita nel bar del distributore di Cassola dal giovane cinese che, accusato dalla barista di essere “infetto”, si è preso una bottigliata in testa da un deficiente, altrettanto giovane, che si trovava lì a bere con due amici.
Tra gli effetti collaterali della psicosi da Coronavirus c'è anche questo: la sindrome cinese. Un irrazionale sentimento di ostilità latente nei confronti di una comunità invisibile che vive tra noi, diventata di colpo visibilissima. Ci si è messo ieri di mezzo anche il governatore Luca Zaia, con la sua dichiarazione che “noi veneti ci facciamo la doccia mentre sappiamo tutti che i cinesi mangiano anche topi vivi”, diventata virale come il Covid-19. Adesso il problema è ancora più visibile perché a Bassano, in questi giorni, diversi esercizi commerciali cinesi hanno chiuso i battenti. La chiusura è temporanea, nel senso che nei prossimi giorni o un po' più avanti riapriranno, ma è un segno inequivocabile delle preoccupazioni del momento, da parte nostra e da parte loro.
Non è possibile fare una stima o una percentuale delle chiusure dagli occhi a mandorla perché tra bar e piccoli laboratori di sartoria, mettendoci dentro anche i parrucchieri e i negozi di riparazione smartphone, è assai difficile stilare un censimento delle attività a gestione orientale.
L'avviso del Susy Bar in piazzale Cadorna (foto Alessandro Tich)
Tuttavia basta fare quattro passi per il centro e immediati dintorni per capire l'entità del fenomeno. Nel settore della ristorazione, hanno chiuso i tre ristoranti giapponesi a gestione cinese Asuka in largo Parolini, G-Sushi in viale delle Fosse e Sakura in viale Venezia. All'ingresso dell'Asuka è affisso il seguente avviso: “Nonostante l'ordinanza del Ministro della Salute non limiti la nostra attività e il nostro servizio, abbiamo deciso di sospendere l'attività come scopo preventivo a tutela della salute dei nostri dipendenti e clienti.”
“Non vogliamo provocare nessun tipo di allarmismo - continua l'avviso -, tuttavia il nostro esercizio favorisce l'aggregazione di persone ragion per cui abbiamo deciso di chiudere temporaneamente il locale Asuka Bassano finché la situazione non sarà tornata alla normalità.” “Siamo fiduciosi - conclude la comunicazione - di ripartire al più presto con la nostra attività con tutta la serenità e la professionalità che cerchiamo di trasmettere a tutti i nostri clienti. A presto. Lo staff.” Dello stesso tono l'avviso esposto all'ingresso del G-Sushi, che tuttavia ha fissato una data di riapertura: “Avvisiamo la gentile clientela che, in merito alla situazione attuale, per salvaguardare la sicurezza generale riteniamo opportuno sospendere la nostra attività da lunedì 24 febbraio a lunedì 2 marzo.” “Altre eventuali decisioni - prosegue il testo - verranno comunicate sulla base degli sviluppi futuri. Cordiali saluti, il personale.”
Chiudono anche i bar a conduzione cinese. Nel cuore del centro storico, in via Roma nella laterale che porta alla Biblioteca Civica, il bar 37.2 C° (che indicando una misura da termometro potrebbe ben dirsi, citando Zaia, di essere “sul pezzo”) ha serrato le porte per questa settimana. Scrive l'avviso: “Abbiamo deciso di di rimanere chiusi fino all'1 marzo per prevenzione. Vi aspettiamo al nostro ritorno.” Porte chiuse, fino a nuovo ordine, anche al Susy Bar di piazzale Cadorna. La titolare Liu Miao Miao (come non ricordarsi un nome così? Lo leggo sempre sugli scontrini quando ci vado a bere il caffè) ha pure esposto un cartello che informa che “a causa della situazione sanitaria circostante, abbiamo preso la decisione di sospendere l'attività in via precauzionale per questione di sicurezza”. “Ringraziamo in anticipo della comprensione”, aggiunge l'avviso, che si conclude con una frase che seppure priva dell'articolo esprime chiaramente i sentimenti del momento:
“In bocca a lupo a tutti!!!”.
Non tutti gli esercizi cinesi chiusi fanno riferimento alla situazione in corso, motivando la decisione con un generico “chiuso per ferie”. È il caso della sartoria Anna, riparazione-stireria di via Marinali, che nonostante il nome italiano è a conduzione orientale e che avvisa la chiusura per ferie “da giovedì 27.02.2020 a lunedì 09.03.2020.” Tuttavia, per i clienti che le hanno affidato vestiti da stirare o da riparare prima di giovedì scorso, proprio questo pomeriggio è aperta “per il ritiro dei lavori in negozio”.
Entrata sbarrata anche dai cinesi che riparano smartphone in via Verci, che informano: “Negozio per momento chiuso fino al 1 marzo”.
Tra i cinesi che hanno chiuso bottega c'è anche Luca, titolare del negozio Parrucchiere Remondini in via Remondini, chiamato così dai suoi colleghi e clienti italiani perché il suo nome cinese, ci dice uno di loro, “è impronunciabile”. “A causa della situazione sanitaria circostante - ha scritto fuori dal suo negozio - sospendiamo l'attività per qualche giorno.
È un contributo alla comunità a ridurre al minimo la diffusione delle malattie virali. Ringraziamo per la comprensione. 25/02/2020. Ci scusiamo per il disagio. Per info contattare Luca al n. …”. Cosa si intenda però per chiusura di “qualche giorno”, dipende sempre dalla situazione in corso di evoluzione. Un commerciante italiano della via mi racconta che lo stesso Luca, riferendosi alla comunità cinese, gli ha detto: “Riapriremo quando lo decideremo tutti insieme.”
In questo periodo di chiusure da ordinanza fino al 1 marzo, in cui ogni città del Veneto è diventata una Città Proibita, si aggiungono così le chiusure volontarie della micro-Chinatown in riva al Brenta. Non tutti però hanno serrato i battenti.
Il magazzino cinese Ipei Fashion di viale Vicenza è rimasto aperto, anche se questa mattina, al mio passaggio davanti alle vetrine, risultava praticamente vuoto.
Aperto anche il magazzino Iperpei in via Colomba, a pochi metri dal Susy Bar di piazzale Cadorna. All'Iperpei è tuttavia in corso la liquidazione totale, con sconti fino al 50% su tutta la merce. Per questo qui i clienti non mancano e alla cassa si formano piccole code di acquirenti. Qualificandomi come giornalista, chiedo alla donna alla cassa, che risulterà poi essere la moglie del titolare, come stiano andando le cose. “Abbiamo tante cose da pagare, non prometto di chiudere”, è la sua risposta. Poi però si pente di parlare col cronista e mi dice: “Giornalista, io non fa voce”. La diffidenza prende il sopravvento. Ma è il classico “no comment” che dice molto più di mille parole.
C'è anche chi è rimasto aperto nel settore food&drink, come dicono quelli che vogliono parlare figo. Ad esempio il ristorante cino-sushi Hisyou sul Ponte Nuovo, il ristorante orientale Shun in viale Vicenza o la rosticceria take away La Giada sotto Porta delle Grazie. Ma anche per loro si registra il tracollo della clientela che, in questo periodo di psicosi, ha colpito tutti i ristoranti nel nostro comprensorio incondizionatamente. Chi non chiude, eroicamente, è anche lo “storico” ristorante cinese CoCo di viale delle Fosse. La titolare, che risponde al nome di Yu, mi accoglie molto cortesemente e sfodera un classico sorriso orientale che nasconde tuttavia una situazione da piangere. La signora Yu mi riferisce di aver perso dall'80% al 90% della clientela e che ciò sta accadendo non da adesso, ma già da quando sono comparse le notizie sul virus dalla Cina e cioè dalla metà di gennaio. Ma non chiude. “Finché Comune no ci dice di chiudere, anche se no c'è nessuno, noi no chiudere”, mi dichiara. Le chiedo che cosa pensi di tutta questa situazione. Mi risponde: “Speriamo che smettere veloce tutta cosa. In Cina, Italia, tutto mondo.”
Dalla Città Proibita per il momento è tutto, a voi la linea.
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