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Bassano non è Mostar
A Bassano c'è chi ha proposto il gemellaggio tra il nostro Ponte Vecchio e il Ponte Vecchio di Mostar, in Erzegovina, Patrimonio Mondiale UNESCO. Vi spiego perché si tratta di un'ipotesi suggestiva, ma inappropriata
Pubblicato il 03 set 2017
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Lo Stari Most o Ponte Vecchio di Mostar è una delle meraviglie d'Europa. Del quasi cinquecentenario manufatto di pietra - ovvero della sua perfetta copia contemporanea - esistono migliaia di fotografie, ma solo ammirandolo dal vivo, e attraversandolo a piedi, se ne percepisce in pieno l'ardita ed elegante grandezza architettonica.
Uno strabiliante arco a campata unica sospeso a 24 metri di altezza nel suo punto culminante sopra la Neretva, il fiume azzurro che attraversa la Bosnia Erzegovina, scrosciante e insieme silenzioso testimone oculare nei secoli della sua martoriata storia. Lo Stari Most viene descritto come un ponte “a schiena d'asino”, ma la sua forma slanciata ricorda piuttosto l'agilità di una gazzella. In realtà di Stari, e cioè di “Vecchio”, quello che vediamo oggi ha solo il nome. Costruito nel XVI secolo in pieno dominio ottomano, venne commissionato nel 1556 dal sultano Solimano il Magnifico.
Lo costruì - mettendo insieme, con un sistema di incastri e tasselli, 456 blocchi di pietra bianca - tale Hajrudin Mimar, discepolo del grande architetto ottomano Sinan.
Il Ponte Vecchio (Stari Most) di Mostar. Foto Alessandro Tich
Edificato nel 1566, per 427 anni l'inconfondibile ponte di pietra ha svolto il ruolo di dominante sentinella di questo cruciale angolo dei Balcani. Fino a quando, il 9 novembre 1993, nel pieno della guerra nella ex Jugoslavia, non fu distrutto con una scarica di cannonate. Secondo la storiografia condivisa e le accuse del Tribunale dell'Aja, a cancellare il monumento simbolo dall'immagine della città furono i colpi della milizia croato-bosniaca. Ma ancora oggi, tra i croati di Erzegovina, questa versione dei fatti viene totalmente respinta.
Nel '93 Mostar era una città divisa in due, dove si combatteva strada per strada e casa per casa: ad ovest i croati cattolici e ad est i musulmani bosniaci, fazioni opposte di un conflitto fratricida dopo che entrambe, l'anno prima, avevano combattuto assieme per allontanare l'esercito aggressore serbo. Uno scenario di sangue e morte protrattosi fino al “cessate il fuoco” del 25 febbraio 1994. Sarebbero passati ancora dieci anni prima che tra le due sponde della Neretva, nel cuore della città vecchia, il grande arco ottomano di pietra avrebbe fatto la sua ricomparsa.
18 milioni di euro di capitali investiti e finanziati dalla comunità internazionale (al primo posto l'Italia, seguita da Olanda, Turchia, Consiglio d'Europa, governo bosniaco e Banca Mondiale). A sostegno dell'intervento, posto sotto l'egida dell'UNESCO, anche i contributi - tra gli altri - di World Monument Fund e Aga Khan Trust for Culture.
Sono i dati della ricostruzione del Ponte Vecchio di Mostar: un evento di portata mondiale. Affidata, come cinque secoli fa, alle cure dei turchi (ad effettuare i lavori è stata la ditta turca Erbu), la bianca mezzaluna di pietra è stata rifatta tale e quale a com'era prima.
Un perfetto clone, per realizzare il quale sono state utilizzate le pietre originali recuperate al 60 per cento nella Neretva dai soldati del contingente di pace Sfor e per il 40 per cento estratte nelle stesse cave utilizzate nel '500 dall'architetto di Solimano.
La struttura, pietra su pietra, è stata ricreata utilizzando metodi tradizionali di ancoraggio con serraforme, morsetti e perni. Il fatto che si tratti di una copia, ed anzi proprio per questo, non ne ha scalfito il significato storico: nel 2005 il ricostruito Stari Most è stato iscritto nel Patrimonio dei Beni dell'Umanità dell'UNESCO. L'inaugurazione del Ponte di Mostar restituito al suo vecchio splendore avvenne il 23 luglio 2004, dopo tre anni di lavori, alla presenza di 52 capi di Stato e altre autorità internazionali.
“Siamo presenti a Mostar - dichiarò nell'occasione il giapponese Koïchiro Matsuura, direttore generale dell'UNESCO - per riportare in vita un eccezionale patrimonio che dopo essere stato un bersaglio, deve diventare un segno di scambio, di riconoscimento, simbolo potente di una identità plurale fondata sulla fiducia reciproca.”
Non erano parole di rito, anche se il pronunciarle nel cuore dei Balcani, terra di fragili equilibri etnici e nazionali, è sempre e comunque una scommessa.
Mostar, capoluogo dell'Erzegovina e secondo centro della nazione dopo la capitale Sarajevo, è stata da sempre un punto di incontro, e ciclicamente di scontro, tra il Cristianesimo della popolazione croata e l'Islam della popolazione musulmana.
Oltre al Ponte (“Most”) da cui prende anche il nome, il suo skyline è caratterizzato dagli svettanti minareti delle moschee, da cui i muezzin diffondono con l'altoparlante le preghiere quotidiane. Ma che sono tuttavia dominati dai 107 metri tutti cattolici del nuovo esagerato campanile, molto più alto di quello originario distrutto a cannonate nel '92, della piccola chiesa del monastero francescano situato poco lontano dalla città vecchia.
Oggi è una città che nel suo centro storico, che pure si fregia del titolo UNESCO, vive essenzialmente di turismo. Flussi turistici che sono il frutto diretto e inevitabile della nomina a Patrimonio dell'Umanità, ma che indirettamente, soprattutto per il pubblico europeo occidentale, sono conseguenti anche alla vicinanza (40 chilometri) di quella Las Vegas del turismo spirituale - stracolma di investimenti nei settori immobiliare, delle strutture ricettive e del commercio, hotel a 4 stelle con centro benessere e Spa compresi - che si chiama Medjugorje.
Sullo storico Ponte di Mostar ricostruito, dalla mattina alla sera e soprattutto nella stagione estiva, passa una teoria ininterrotta di visitatori di tutte le lingue, giapponesi compresi. Per la gioia delle centinaia di chioschi e negozietti che vendono souvenir di ogni sorta e dei locali pubblici nelle immediate vicinanze del monumento.
In alcuni di questi, però, anche se fa molto caldo non chiedete birra: sono a gestione musulmana e non si vendono alcolici. Tra gli scorci caratteristici e nelle strette viuzze che portano allo Stari Most, negli orari di punta, si fa fatica a camminare.
La gente fa anche il bagno nel fiume e, pagando qualche spicciolo, giovani intraprendenti si tuffano dalla cima del Ponte per la gioia delle foto dei turisti.
Sono le scene che si ripetono tutti i giorni, in alta stagione, per una città che sta cercando di conquistare - e in buona parte ci è già riuscita - un bene apparentemente banale, ma in realtà inestimabile: la normalità.
È tutta un'altra visione rispetto al novembre del 1995 - nei giorni successivi all'Accordo di Dayton che decretò la fine ufficiale della guerra in Bosnia Erzegovina - quando chi vi scrive, con un cameraman al seguito, partecipò alla prima spedizione in terra bosniaca ed erzegovese dell'associazione umanitaria bassanese “Dobro Jutro Sarajevo”.
Passando anche per Mostar, di rientro da Sarajevo verso la Croazia: all'epoca una città fantasma, soprattutto nel settore est a maggioranza musulmana. Col ponte demolito già da due anni e una provvisoria passerella sospesa sul fiume per passare da una sponda all'altra, case distrutte o incendiate, aree off-limits per pericolo mine, ovunque segni di scoppio di granate, auto che giravano crivellate di colpi di mitra.
Anche allora, ai pochissimi occidentali che si avventuravano da quelle parti, si vendevano dei souvenir: dei sassi della Neretva con la riproduzione della silhouette del Ponte Vecchio e la scritta delle sue date di nascita e di morte: 1556-1993. Emozionante la scritta, di mano anonima, su una lapide di pietra appoggiata sulla riva: “Don't Forget”, “Non dimenticate”. Detto, fatto: quella scritta me la ricordo ancora oggi. Ritornandovi ora, quella lapide non l'ho più rivista ma in compenso se ne sono aggiunte altre, con lo stesso messaggio, anche ai piedi della scalinata del Ponte, in mezzo ai ricordini per turisti che si possono acquistare per una manciata di marchi bosniaci, o meglio ancora di euro.
Segno inequivocabile di una ferita della storia che, anche se ben nascosta, non si è ancora rimarginata. Tra gli edifici rimessi a nuovo dalla ricostruzione postbellica restano ancora, qua e là, delle macerie di palazzi o case incendiate o bombardate, quasi a monito di una recente tragedia impossibile ancora da cancellare.
E su una parete del lungo corso del centro che porta alla città vecchia, una mano anonima ha scritto: “Mai dimenticare, mai perdonare Srebrenica. 11.7.1995”.
Il riferimento è al massacro di oltre 8000 musulmani bosniaci messo in atto a Srebrenica dalle truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladić. Il Ponte di Mostar è rinato, la voglia di mettere una pietra sul passato ancora no.
C'è un sottile filo rosso che lega tutta questa storia alla città di Bassano del Grappa.
Nei mesi scorsi, come riportato da articoli sulla stampa locale, c'è stato infatti chi ha proposto di stringere un gemellaggio ufficiale tra il Ponte di Bassano e il Ponte di Mostar, già tutelato dall'UNESCO, per accelerare il riconoscimento del Ponte degli Alpini a Patrimonio dell'Umanità. Si tratta di Gianni Posocco, persona conosciutissima in città, storico presidente del gruppo delle “Arti per Via” e da sempre attivo nel campo della collaborazione tra istituzioni culturali in Italia e nel mondo.
Secondo Posocco, come da dichiarazioni sul Giornale di Vicenza, “le analogie tra il Ponte di Bassano e quello di Mostar sono sorprendenti”.
Innanzitutto per il nome: entrambi vengono chiamati “Ponte Vecchio”. Poi per l'età: “I due manufatti sono coetanei - spiega l'ideatore della proposta - e, nella forma attuale, risalgono entrambi al XVI secolo.”
Le coincidenze riguarderebbero anche i loro autori: “Il ponte di legno di Bassano - continua Posocco - fu firmato da Andrea Palladio, il massimo architetto dell’epoca. Un’archistar, però, era anche l’ottomano Sinan, al quale (o alla cui scuola) si rivolse il sultano Solimano il Magnifico.”
Inoltre “entrambi i monumenti sono stati distrutti nel XX secolo da eventi bellici”.
“Un’altra somiglianza - sottolinea il presidente delle “Arti per Via” - sta nelle grandi azioni di solidarietà che li hanno riportati allo splendore originario: per Bassano la mobilitazione delle penne nere dell’ANA che hanno così messo idealmente la firma sul monumento che porta il loro nome, per la Bosnia l’intervento dell’UNESCO che, a guerra conclusa, ha permesso la ricostruzione.”
Infine la ciliegina sulla torta: “Lo Stari Most, il Ponte Vecchio dei Balcani è stato reinaugurato il 22 luglio del 2004.” Data che è anche il “compleanno” di Bassano.
Da qui la proposta, lanciata al Comune di Bassano del Grappa, di aprire un dialogo con la città di Mostar. “Per Posocco - aggiunge l'articolo del quotidiano locale - un’alleanza con la città bosniaca, unita all’humus palladiano del Vicentino, già premiato dalle Nazioni Unite, sarebbe una carta pesante da giocare negli uffici dell’UNESCO.”
Quella di Gianni Posocco - di cui da sempre riconosco la capacità di visione oltre i ristretti confini dell'universo locale - è un'ipotesi davvero affascinante. Peccato però che sia inappropriata.
Dire infatti che il Ponte Vecchio sul Brenta e quello sulla Neretva siano “gemelli”, per tutte le coincidenze riscontrate, è tanto suggestivo quanto azzardato.
Innanzitutto mi duole ricordarlo, ma l'attuale Ponte di Bassano non è il Ponte di Palladio.
Il manufatto che vediamo oggi, figlio della ricostruzione del 1948, è quello che ci è stato tramandato dalle precedenti ristrutturazioni del Ferracina prima e del Casarotti poi, che hanno apportato modifiche importanti e irreversibili all'originale progetto palladiano e alle sue stesse funzioni architettoniche. Convincere l'UNESCO che non è così non sarebbe un'impresa facile.
È inoltre vero che il buon Sinan è stato l'“archistar” ottomano della sua epoca. Ma lo Stari Most di Mostar non è “firmato” da lui, bensì - come già detto - dal suo bravissimo e meno celebrato allievo Hajrudin Mimar.
C'è poi una piccola, ma fondamentale imprecisione. L'inaugurazione del Ponte ricostruito di Mostar - con tanto di cerimonia di Stato, stampa di tutto il mondo al seguito e fuochi d'artificio - non avvenne il 22 luglio 2004, ma il 23. È solo un giorno di differenza, ma cambia tutti i punti di riferimento circa le presunte “congiunzioni astrali” tra le due città.
Allargando il tiro, c'è poi l'inesorabile confronto riferito al “prestigio” riconosciuto in generale, e rispettivamente, ai due storici ponti.
Quello di Mostar - al di là del riconoscimento dell'UNESCO, e non da oggi - è indiscutibilmente un monumento di fama internazionale. Mentre il Ponte di Bassano non è ancora neppure riuscito ad ottenere il titolo di Monumento Nazionale (apposito Comitato costituitosi nel febbraio 2015, parlamentari vicentini più volte chiamati in causa, risultati a tutt'oggi non pervenuti).
E se poi vogliamo dirla tutta, il nostro Ponte Vecchio è un manufatto costruito per l'unione delle due sponde di Bassano e di Angarano. Mentre quello di Mostar è da sempre riconosciuto quale simbolo dell'unione tra Oriente e Occidente: un concetto molto labile, nel corso dei secoli e anche in questi tempi che stiamo vivendo, ma comunque dal valore universale.
Per questo teniamoci stretto il nostro adorato Ponte degli Alpini, continuiamo a seguire con attenzione le vicende che lo riguardano e auguriamoci che il restauro in corso ce lo restituisca anche più splendido di prima. Ma evitiamogli, proprio per il grande rispetto che merita, paragoni imbarazzanti.
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