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C'è anche Giovanni tra i partecipanti alla cerimonia di commemorazione dell'Eccidio del Grappa in viale dei Martiri a Bassano, nel 69simo anniversario di quella tragedia.
Giovanni è Giovanni Cavallin, classe 1927, di Pove del Grappa. 86 anni portati alla stragrande: parola sciolta, battuta facile e mente brillante, soprattutto nel rievocare il tempo oscuro e ormai lontano della guerra che per lui, ad ascoltarne i ricordi, sembra ancora ieri. Lo incontriamo al primo leccio all'inizio del viale, a ridosso di quella Torre delle Grazie che reca la lapide a memoria degli impiccati e dei fucilati di quella infame rappresaglia nazifascista.
Uno di questi si chiamava Fiorenzo Puglierin, era un anno più vecchio di Giovanni ed era pure lui di Pove. Si conoscevano bene: e non solo perché erano cresciuti nello stesso paese. Erano infatti entrambi marinai: allievi della scuola della Marina Militare dei C.R.E.M. (Corpi Reali Equipaggi Marittimi) di Pola, in Istria. “Lui era nocchiere, io motorista navale”, ci spiega il nostro interlocutore.
Giovanni Cavallin accanto al leccio dell'amico impiccato Fiorenzo Puglierin (foto Alessandro Tich)
Il loro doveva essere un destino comune. Arrestati dai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre del '43, Giovanni e Fiorenzo si ritrovarono in un convoglio di prigionieri diretto in Germania.
“A un certo punto qualcuno sui binari ha sganciato il nostro vagone - racconta Cavallin -. Lui è scappato e si è liberato, io invece non me la sono sentita. L'ho sempre ammirato per il coraggio che ha avuto.”
Giovanni era quindi rimasto in mano ai tedeschi, deportato in quattro diversi campi di concentramento. Fiorenzo invece era tornato a casa per andare a combattere sui monti contro l'oppressore.
Ma il motorista navale Cavallin, al termine della sua prigionia, è rientrato in patria con la sua pelle. Ed è ancora qui, oggi, a rammentare con fierezza la sua storia e il suo calvario di soldato e deportato. Parlando all'occorrenza anche un po' di russo, di tedesco e di francese: imparare le lingue, in quell'Europa lacerata dal conflitto, era anche una necessità di sopravvivenza.
Il nocchiere Puglierin, all'età di 18 anni, è finito invece impiccato a quel primo leccio del viale. “Lo avevano preso - ci dice l'amico e commilitone - con la promessa di inviarlo a un campo di lavoro della Todt.”
“Quando sono rientrato in Italia io però non sapevo che lui era stato ucciso e non sapevo niente di quello che era successo a Bassano - racconta il sopravvissuto -. Gli americani mi hanno scaricato dal camion proprio qui su questo viale. Gli alberi non erano come li vediamo oggi, non c'era nessun ricordo di quello che era accaduto. Ma c'era un giornale, buttato sulla strada, con il titolo: “Le gloriose giornate di Bassano”. Lì, purtroppo, ho appreso la notizia.”
Da allora viale dei Martiri, per Giovanni Cavallin classe '27 di Pove, è molto più di un sacro luogo della memoria. E' quasi un'estensione della sua stessa esistenza, frequentata con gli stessi sentimenti che si possono provare nel pregare alla tomba di un fratello.
E anche dopo la conclusione della cerimonia di oggi, finita la messa celebrata dall'arciprete don Renato Tomasi, mentre il corteo si avvia verso il Castello degli Ezzelini sede dell'orazione ufficiale del presidente provinciale dell'A.N.P.I. Mario Faggion, il marinaio povese resta ancora vicino a quel leccio, abbracciandone il tronco e guardando per l'ennesima volta quella foto con la scritta “Puglierin Fiorenzo 26. 9. 1944”. “La foto l'ho messa io - ci confida orgoglioso -, con la divisa da marinaio.”
Due giovani leoni che continuano ancora, come allora, ad incontrarsi.
E che lasciano idealmente lo spazio ad altri giovani: i ragazzi del Liceo Artistico di Nove, che hanno elaborato dei progetti di nuovi supporti per le croci dei Martiri del Grappa. E' il pezzo forte della mostra “Giovani ricordano altri giovani martiri”, inaugurata oggi e aperta fino al 20 ottobre nella finalmente restaurata e accessibile al pubblico Torre delle Grazie.
Un piccolo, ma significativo omaggio delle nuove generazioni, che grazie a un diciottenne che si chiamava Fiorenzo Puglierin, e a tantissimi altri come lui, non hanno il pensiero di dover scappare da un treno per conquistare la libertà.
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