Alessandro Tich
Direttore responsabile
Bassanonet.it
Pubblicato il 07-04-2020 21:12
in Il "Tich" nervoso | Visto 2.280 volte

Un Ballo in Maschera

Fenomenologia delle mascherine, nuovi oggetti-simbolo di questo momento storico totalitario

Un Ballo in Maschera

Foto Alessandro Tich

Venghino siòri venghino, il Ballo in Maschera sta per iniziare.
Lo spettacolo si ripete tutti i giorni, si ripeterà chissà ancora per quanto tempo ed è inserito regolarmente nel cartellone di questo momento storico totalitario in cui siamo tutto, fuorché dei liberi cittadini. Non lo saremo neanche quando l’emergenza sanitaria da Covid-19 - o perlomeno questa sua prima grande fase pandemica - sarà di fatto conclusa perché rimarremo schiavi, per lungo tempo, delle sue conseguenze economiche. Perché è ora di dirlo, una volta per tutte: col cavolo che @andràtuttobene, alla faccia di chi ha inventato questo slogan così insulso e così ipocrita, che non è sicuramente un piccolo imprenditore, un artigiano, un lavoratore autonomo o un professionista con partita Iva.
Intanto noi italiani, tutti i giorni, continuiamo a mascherarci. Ci mascheriamo da popolo unito e solidale, con una retorica che ha superato ogni limite, per coprire l’istinto egoista di conservazione individuale che un’emergenza del genere, che ci mette da soli contro tutti, umanamente instilla. E uscendo di casa, nei casi previsti e non solo, con o senza l’autocertificazione in tasca, ci mascheriamo ancora di più, coprendoci naso e bocca con quella mascherina da fissare alle orecchie senza la quale sei automaticamente percepito come un untore. Davanti sul viso rimangono liberi solo gli occhi, per guardarci con sospetto reciproco al di là dei convenevoli.
A parte alcune Regioni (Lombardia e Toscana) dove è obbligatorio indossarla già all’esterno della porta di casa, qui da noi nei negozi, negli uffici postali e negli altri pochi presìdi commerciali e di servizio rimasti aperti, se non ce l’hai addosso e non sei neanche munito di guanti, non ti fanno neppure entrare. Attualmente non siamo persone: siamo dei numeri in maschera. Quei numeri che, ad esempio, devi prendere agli erogatori di biglietti all’esterno dei supermercati per aspettare con pazienza, e a debita distanza da tutti gli altri tuoi consimili, il tuo turno di entrata. Inutile opporsi alle esagerazioni di quest’epoca di restrizioni giustificate ma oppressive: la mascherina è anche un bavaglio psicologico contro la libertà di espressione.

Il popolo delle mascherine, intanto, è una dimostrazione concreta della fantasia tipicamente italiana, che non si smentisce neppure negli attuali problematici frangenti.
Ne portiamo addosso di tutti i tipi e di tutti i colori, dopo che per settimane questo cosiddetto “dispositivo di protezione” era diventato introvabile. Poi sono arrivate le soluzioni fai da te della Regione, di molti Comuni e delle aziende del settore tessile e moda che hanno riconvertito le linee di produzione per realizzare e rendere disponibili questi oscuri oggetti del desiderio.
C’è chi va in giro con le mascherine “vere”, diventate una sorta di status symbol: quelle della 3M, ad esempio, che più che mascherine sono dei “respiratori filtranti”, muniti di valvola e a forma di conchiglia, in grado di proteggere l’utilizzatore dagli agenti esterni. Chapeau.
C’è poi chi, per andare a fare la spesa, è riuscito a procurarsi delle mascherine chirurgiche, che hanno la funzione di impedire che chi le indossa contamini l’ambiente. Chapeau 2, la vendetta. Tutto il resto - compreso il fai da te degli enti pubblici e delle aziende riconvertite - fa parte della categoria “poco utile, ma meglio che niente”. Ciò che non è tecnologia filtrante o dispositivo medico chirurgico non viene infatti considerato come dispositivo di protezione individuale. Si può e anzi si deve indossare - perché con questi chiari di Luna qualcosa su naso e bocca bisogna pur mettere -, ma accanto all’obbligo “di rispettare la distanza minima di un metro tra le persone”. Per la serie: devi attenerti alle stesse regole che devi seguire se tu la mascherina non ce l’avessi. Semplicemente strepitoso.
Di questo ampio gruppo di mascherine “alternative” e diversamente utili fanno parte anche quelle della Regione Veneto, col Leone di San Marco stampato sopra, realizzate dal colosso dell’editoria e stampa Grafica Veneta e benedette urbi et orbi dal governatore Zaia.
Un oggetto da collezione, prima ancora che di prevenzione.
Sulle mascarete made in Veneto si sono già scritti fiumi di inchiostro e sono scoppiate anche delle polemiche, proprio per il fatto che non si tratta di dispositivi medici e non proteggono dunque dal contagio, non impedendo a una persona infetta (anche asintomatica) di trasmettere la malattia. Ma la mascherina di Luca Zaia resta comunque una genialata assoluta: rappresenta infatti il primo caso al mondo di manifesto elettorale direttamente indossabile dagli elettori.

Non c’è che dire: ciascuno di noi, individui soli sbattuti tra i flutti dell’emergenza, ha la propria esperienza personale in fatto di mascherine da indossare.
Sin dagli inizi di quest’era del Covid-19 - essendo stati questi prodotti, per l'appunto, introvabili nelle farmacie - io personalmente utilizzo delle mascherine in carta a due veli che avevo già a casa e che pur non essendo dei dispositivi medici assolvono egregiamente alla funzione di sentirmi con la coscienza a posto, nei confronti dei miei simili, quando scendo in strada a far fare un giretto al cane entro il raggio imposto di 200 metri o quando varco l’ingresso di un supermercato col numerino del mio turno di entrata. Sono state prodotte ad Hong Kong e distribuite in Italia da un’azienda della Lombardia. Ma guarda un po’. L’unico inconveniente, nell’indossarle, è che talvolta mi si appannano gli occhiali. Ma poco importa, in questo periodo in cui il sistema ci ha appannato anche la mente.
Poi ho anche le mascherine di riserva. Me le ha omaggiate il Comune in cui risiedo, per il tramite della Protezione Civile, dandomene 5 per il mio nucleo famigliare. Sul foglio di accompagnamento c’è scritto, con onestà, che “non sono da considerarsi presidi medici”.
Pazienza. Inoltre non so chi le ha fatte e di che materiale sono fatte. Non è comunque tanto dissimile, anche se un po’ più spesso, dalla carta da cucina che conservo in credenza.
La forma - vedasi la foto pubblicata sopra - è come quella delle maschere della Regione.
Il “dispositivo” cioè non si applica alle orecchie con gli elastici, ma attraverso delle fessure laterali in cui ficcare le orecchie stesse. Non certo il massimo della comodità e, visto che ci siamo, anche dell’estetica. Se indosso infatti questa mascherina (che in realtà è una mascherona) le sue due ali esterne si prolungano ai due lati ben oltre le mie orecchie e sembro il Maestro Yoda di Star Wars. Ero già ben cosciente del fatto che - come ci ripetono in televisione dalla mattina alla sera - quella in atto contro il Coronavirus è una guerra, ma che fosse anche stellare non lo sapevo ancora.

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