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In Capa al mondo
Inaugurata al Museo Civico di Bassano la grande mostra retrospettiva di Robert Capa, padre del fotoreportage di guerra del '900, per celebrare i 70 anni dell'agenzia Magnum Photos da lui fondata
Pubblicato il 15 set 2017
Visto 3.748 volte
È possibile trovare l'equilibrio nel caos? Robert Capa lo faceva. Riuscendo nella straordinaria impresa di costruire, in una frazione di secondo, un'accurata architettura visiva anche attorno a scene di violenza e di morte, in mezzo alle quali si trovava e che sapeva cogliere nell'attimo fuggente. Occhio e obiettivo: le due armi non convenzionali con le quali il suo nome è diventando leggenda, alimentando discussioni sulla sua opera ma anche sulla sua breve ma intensa vita che perdurano ancora oggi. È il destino dei miti: quello di essere eternamente “reinterpretati”, a prescindere.
Discussioni e riflessioni che saranno ulteriormente aggiornate in occasione della grande mostra fotografica “Robert Capa Retrospective”, inaugurata oggi al Museo Civico di Bassano del Grappa e in programma fino al 22 gennaio 2018.
Per una straordinaria messa a fuoco sulla figura e sulle immagini di quello che è universalmente riconosciuto come il più grande fotoreporter di guerra di sempre, ma che oltre ad inventare il linguaggio del fotogiornalismo in contesto bellico ha scritto anche la sintassi della fotografia in bianco e nero del '900.
Foto Alessandro Tich
Organizzata dal Museo Civico in collaborazione con Magnum Photos, la Casa dei Tre Oci di Venezia e Manfrotto, la mostra è allestita in occasione delle celebrazioni dei 70 anni dalla fondazione della stessa Magnum Photos: l'agenzia di fama mondiale che proprio Capa fondò nel 1947 assieme ad altri mostri sacri dello scatto del calibro di Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David “Chim” Seymour e William Vandivert.
Esposte 97 fotografie in bianco e nero che ripercorrono i maggiori conflitti del XX secolo: dalla guerra civile spagnola (1936-1939) alla resistenza della Cina all'invasione giapponese (1938) e dalla Seconda Guerra Mondiale (1941-1945) al primo conflitto arabo-israeliano (1948) fino alla guerra francese in Indocina (1954) dove Capa trovò la morte, a 40 anni, per lo scoppio di una mina anti-uomo. L'ultima foto scattata prima della morte è esposta nella rassegna: ritrae una colonna di soldati francesi in avanzamento nel delta del Fiume Rosso. Ma sono presi di spalle, non era ancora l'inquadratura che il grande fotoreporter voleva. “Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”, era il suo motto. Vicino, anche troppo: per volerli fotografare da un'altra angolazione, posò il piede su una mina che lo uccise.
Capa è conosciuto soprattutto per le sue fotografie dei campi di battaglia scattate da una prospettiva “tanto vicina al suolo da riuscire a sentirlo tremare”. Ma l'altra faccia del suo lavoro di documentazione consiste nella testimonianza delle sofferenze dei civili innocenti, specialmente dei bambini. Drammatici e insieme stupendi ritratti umani di cui, nella mostra bassanese, è esposta una significativa selezione. Che le fotografie immortalino soldati o civili, sono tutte caratterizzate dallo stesso grado di intimità e immediatezza, compassione ed empatia. È in questo modo che l'orrore della guerra diventa un fatto personale prima ancora che storico, raccontato con primi piani di gesti e di espressioni del volto.
“La mostra - dichiara la direttrice del Museo Civico Chiara Casarin, curatrice dell'esposizione assieme a Denis Curti, direttore artistico della Casa dei Tre Oci - solleva una riflessione sui contenuti. Oggi, e quotidianamente, i fotografi ci mostrano immagini che più sono violente e meno rispettose delle persone e più funzionano. Robert Capa ci ha insegnato che si può fare il contrario, con grande rispetto di chi viene fotografato e per il destinatario di quelle immagini. Un occhio dignitoso, rispettoso e attento anche all'eleganza di quello che viene comunicato.”
L'ebreo ungherese Endre Ernő Friedmann, nato a Budapest nel 1913, da ragazzo ancora non sa che la sua vita sarebbe stata dedicata all'arte della fotografia e al racconto della guerra in prima linea. Deve scappare dal suo Paese per cause politiche neanche ventenne, senza i genitori. Stabilitosi a Berlino, con l'avvento del Nazismo è costretto a riparare a Parigi.
Qui sceglie di fare un lavoro che si può fare anche se non conosci bene la lingua del Paese che ti ospita: il fotografo, per la nota agenzia fotografica “Alliance Photo”.
E conosce Gerda Taro - l'amore della sua vita, nonostante i tanti flirt che gli sono attribuiti - con la quale inventerà lo pseudonimo che lo consegnerà agli annali: Robert Capa. Fascinoso nell'aspetto e viveur di carattere, farà amicizie importanti (tra queste, Pablo Picasso ed Ernest Hemingway). La sua prima prova del fuoco è la guerra civile spagnola, dove la tanto fulminea quanto controversa (ancora oggi) istantanea del “miliziano ucciso” gli conferisce fama internazionale. In Spagna viene uccisa la compagna Gerda e Capa decide nel 1938 di emigrare in Cina e di trasferirsi a New York un anno dopo.
Come corrispondente in Europa documenta la Seconda Guerra Mondiale: tra i suoi scatti ricordiamo lo sbarco delle truppe americane in Normandia a Omaha Beach, la liberazione di Parigi e l'offensiva delle Ardenne.
Nel 1947 fonda a Parigi la Magnum Photos: e il nome, a quanto pare, è dovuto al fatto che la decisione di dare vita a una agenzia fotografica di tipo cooperativo è stata presa dal gruppo di fondatori davanti a una bottiglia Magnum di champagne.
Alla presentazione della mostra, con l'intervento anche del sindaco Riccardo Poletto e dell'assessore alla Cultura Giovanni Cunico, c'è pure Andréa Holzherr, exhibition manager di Magnum Photos.
“Robert Capa ha tutti gli ingredienti di un mito - afferma -. Ha vissuto una vita intensa, ha avuto famose amanti, beveva alcolici costosi ed è morto giovane. Se Magnum Photos è oggi un'agenzia mitica è perché il suo fondatore è stato un mito. Ma non era nato come un mito. Negli anni '30 a Parigi lottò tutti i giorni per trovare il denaro per mangiare e per dormire. Ha dovuto inventarsi la sua vita. Endre Friedmann ha inventato Robert Capa, ha inventato il fotografo di guerra, il copyright per la fotografia e la fratellanza tra i fotografi che condividevano questi valori.” Conferma Marco Pezzana, AD di Manfrotto, sponsor tecnico della mostra: “L'interpretazione dei valori con cui queste foto sono state scattate è coerente con il ruolo che per noi deve avere la fotografia sana: nel momento drammatico, non la ricerca dello scoop ma della dignità per l'uomo.”
Eliminando le barriere tra fotografo e soggetto, le opere di Capa raccontano quindi la sofferenza, la miseria, la crudeltà e il caos della guerra. E quasi un centinaio dei suoi scatti, che da foto sono divenute icone, sono adesso qui a Bassano nell'unica grande mostra allestita per i 70 anni della Magnum.
“Ci sono state richieste per ospitare la mostra da tutto il mondo, Cina compresa - rivela il co-curatore Denis Curti -. Le foto esposte sono state ottenute, tramite il procedimento del gelatin silver print, direttamente dai negativi originali.”
Il percorso espositivo parte dalle foto scattate dal 19enne Capa nel 1932 a Copenhagen a una conferenza dell'esule rivoluzionario russo Leon Trotsky, dove nessuno dei fotografi da tutto il mondo intervenuti per l'occasione fu fatto entrare, perché Trotsky non voleva essere fotografato. Ma tra il pubblico c'era quel giovane ungherese che - con una piccola Leica portata in tasca - lo immortalò, conquistando la prima pagina del quotidiano Berliner Tageblatt: davvero un promettente inizio per la futura leggenda del fotoreportage.
Seguono le sezioni dedicate alle foto scattate in Francia (1936-39), Spagna (1936-1939), Cina (1938) e Seconda Guerra Mondiale con un primo particolare focus sulle immagini degli eventi bellici in Gran Bretagna, Italia e Nord Africa tra il 1941 e il 1943. Seguono ancora la Francia (1944) dove il fotografo fu presente allo sbarco del D-Day in Normandia e la Germania (1945) dove si lanciò col paracadute assieme alle truppe americane per consegnare ai posteri la documentazione visiva della distruzione del Paese.
Altre sezioni sono dedicate all'Europa Orientale (1947-1949), Israele (1848-1950) e Indocina (1954), la sua ultima missione.
Conclude il percorso l'altro lato del Capa fotografo: acuto ritrattista di personaggi famosi con i quali poteva vantare rapporti di amicizia. Come Pablo Picasso, appunto: la famosa foto “iconica” del celebrato pittore che nel 1948 scorta sulla spiaggia portandosi dietro un ombrellone la giovane compagna e musa ispiratrice Françoise Gilot, col nipote di Picasso Javier sullo sfondo, è un'opera del fondatore della Magnum: capolavoro di equilibrio, prospettiva ed armonia di forme in movimento. Oppure Ernest Hemingway, del quale sono esposte due intense inquadrature. Non manca - tra gli altri - la star di Hollywood Gary Cooper, immortalato mentre sembra danzare camminando in bilico su un tronco con la canna da pesca in mano. Intrigante la foto di scena di Ingrid Bergman, che ebbe con Capa una tormentata storia d'amore, colta nel set del film del '46 “Arco di Tronfo”.
E di particolare impatto è il ritratto del grande scrittore John Steinbeck, in primo piano nella foto sul cui sfondo, nello specchio di una stanza, è immortalato anche il fotografo che la scatta.
L'arte di disegnare con la luce, con Robert Capa, dimostra l'essenza stessa della fotografia: quella di fermare il momento per renderlo un'emozione senza tempo.
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