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Redazione
Bassanonet.it
Asparagi e Wowe
Da Colonia a New York, passando per Bassano. Il grande fotografo tedesco Wowe è tornato in città per esporre i suoi ritratti di personaggi famosi per Bassano Fotografia 19. “A Bassano, città di mia moglie, ho voluto far crescere i miei figli”
Pubblicato il 15-09-2019
Visto 5.258 volte
Andy Warhol, Frank Zappa, Michael Schumacher. Ma anche Sting, Suzanne Vega, Gianni Versace, Valentino, Chick Corea, Paolo Conte. C'è persino Ilona Staller, alias Cicciolina, insolitamente pervasa da una sensualità raffinata. Sono tutti qui, assieme a tanti altri, allo Spazio Corona in largo Corona d'Italia a Bassano, nuova area espositiva messa a disposizione dalla Pro Bassano in quella che fu la sede della storica Apt e poi dell'Ufficio Iat. Sono i volti celebri immortalati da Wowe, al secolo Wolfgang Wesener, tedesco giramondo originario di Colonia e residente a New York, grande e noto fotografo specializzatosi nel ritratto d'autore.
Quelli esposti a Bassano, in quella che è una mostra-evento della rassegna Bassano Fotografia 19 organizzata dalla Pro Bassano, costituiscono solo una piccola ma significativa rappresentanza delle centinaia di personaggi famosi - dello spettacolo, dell'arte, della moda, della cultura, dello sport, della politica - colti dall'obiettivo di Wowe nel corso della sua lunga carriera, un'ampia selezione dei quali è contenuta nei due tomi dell'elegante e voluminoso catalogo del fotografo.
“Il tema di quest'anno è quello degli sconfinamenti - afferma all'inaugurazione della mostra, alla presenza dell'autore, il curatore di Bassano Fotografia Mario De Marinis - e qui lo sconfinamento è tra mondo reale e mondo immaginario, per l'immaginazione suscitata da questi personaggi che non abbiamo mai incontrato e non potremmo mai incontrare.”
Wowe accanto ai suoi ritratti di Andy Warhol in mostra a Bassano (foto Alessandro Tich)
Il critico d'arte Mario Guderzo, conosciuto urbi et orbi come direttore del Museo Gypsotheca Canova di Possagno, riconosce invece nei ritratti fotografici di herr Wolfgang il punto di unione tra due espressioni fondamentali della fotografia: da una parte la rappresentazione ideale di un'immagine e di una figura e, dall'altra, la rappresentazione naturale delle persone, così come sono.
Il tutto, come sempre, nella frazione di un secondo.
Non incontravo Wowe (pronuncia: “Vove”, alla tedesca) da una vita e cioè da quegli anni '90 in cui a Bassano c'era anche lui, con la sua galleria in vicolo Jacopo da Ponte, a pochi metri dalla sede della mostra che oggi celebra il suo revival pedemontano.
Qui il coloniese di New York che parla correntemente l'italiano ha scritto un'importante pagina della sua vita, durata una decina d'anni, qui ha ancora tanti amici e conoscenti e da queste parti torna ancora spesso, in veste privata, potendo disporre della sua abitazione a Cavaso del Tomba. E quel suo passato che lo ha visto “catturato dalla realtà del Pedemonte e del Grappa”, come ha detto Mario Guderzo, emerge anche tra le foto dell'esposizione che al piano superiore, oltre alle celebrities, presenta alcuni intensi ritratti di personaggi del nostro territorio, ambientati nei luoghi di cui sono stati testimoni. Come ad esempio il cavalier Giuseppe Nardini, in armoniosa posa presidenziale davanti alle cisterne della sua distilleria o il sommo artista della ceramica Federico Bonaldi immerso tra gli oggetti del suo laboratorio.
Fra tutti i ritratti in mostra, uno in particolare, all'ingresso della sala al piano terra, è molto curioso: un ragazzo con la cresta sulla testa che compie un balzo con il filo dell'autoscatto in mano. “Chi è questo? Non lo riconosco”, chiedo all'autore. “Sono io - mi risponde Wowe -. È un autoritratto da giovane in Germania. Ero un punk.”
Il che la dice lunga sullo spirito del mio interlocutore.
Dunque Wowe, Bassano del Grappa cosa ha rappresentato per lei?
“È la città di mia moglie. Ho conosciuto mia moglie Paola a New York, abbiamo avuto due figli nati a New York e quando è nato il secondo abbiamo deciso che volevamo che crescano in Europa. Allora ci siamo trasferiti a Bassano, dove è nato il nostro terzo figlio. Bassano è una piccola città, ma qui c'è tutto. Poi qui ho tanti amici, anche qui oggi all'inaugurazione della mostra c'erano tantissimi amici che non avevo visto da molti anni, è sempre bello.”
Perché a un certo punto ha deciso di andare via?
“Quando abbiamo preso la decisione di spostarci a Bassano avevamo anche deciso che quando i bambini sarebbero cresciuti saremmo tornati a New York, che per il mio lavoro è importante, perché tanti personaggi si trovano là. I figli sono ormai cresciuti, due vivono in Germania e uno a New York, ho divorziato e non c'erano più tanti motivi per rimanere qua.”
Questa predilezione per i ritratti dei personaggi famosi come nasce?
“Io, quando avevo deciso di fare il fotografo, allo stesso momento già sapevo che volevo fare i ritratti. Quando ancora studiavo all'università in Germania sono andato a New York. Dovevo starci solo per tre mesi, avevo programmato tre mesi per fare un po' di stage, e invece non sono mai più tornato. E là all'inizio ho fotografato nei night club, dove ho fotografato quasi tutti i personaggi famosi e così è nato il discorso di continuare a fotografarli. Conoscendone così tanti allora si perde anche un po' il timore di avvicinarli. Poi sono stato fortunato perché ho cominciato a lavorare per il Frankfurter Allgemeine Zeitung. Loro avevano un settimanale che usciva il venerdì e questa rivista, F.A.Z. Magazin, era famosa per la fotografia, il design, il layout e con l'aiuto di questa rivista sono riuscito a contattare tutti questi personaggi.”
Nella sua memoria qual è stato il personaggio più difficile da incontrare o comunque da fotografare?
“Diciamo così: ho una piccola lista di personaggi antipatici e antipaticissimi. Uno dei personaggi più antipatici è stato Alberto Tomba. Maleducato, mamma mia. Solo pensandoci mi incazzo.”
E invece tra gli incontri più positivi, tra i ricordi più belli?
“Quello del ritratto forse più importante che ho fatto, quello di Andy Warhol. Io mi ero detto: “Non vado via da New York se non ho fotografato Andy Warhol”. Come ho detto prima, avevo cominciato a fotografare nei night club di New York e lì l'ho incontrato tante volte, ci dicevamo “How do you do”, ci conoscevamo di vista.
Dopo un po' di anni, quando lavoravo per questa rivista tedesca, è arrivata l'occasione giusta. Loro avevano provato per anni a fare un servizio su Warhol, ma non avevano i contatti giusti. Allora ho detto alla rivista: “faccio io”. Sono riuscito a fotografare Andy Warhol non in un night club, ma sono proprio andato nel suo studio, che si chiamava “The Factory”. Abbiamo passato due-tre ore assieme e gli ho fatto le foto. Solo che lui dopo non voleva rilasciare un'intervista alla rivista, non gliene fregava niente. Allora l'art director del F.A.Z. Magazin ha fatto un layout con le foto, lo ha mandato alla Factory e Andy ha visto le foto e poi ha concesso due interviste. Le foto le ho fatte due mesi prima che se ne andasse e le interviste le abbiamo fatte una settimana prima della sua morte. La cosa incredibile è stato il fatto che dopo che lui aveva visto le foto ha detto “sì, faccio l'intervista”. Questo è stato il più grande complimento professionale che ho mai avuto.”
Lei mi ha detto che c'è un'altra storia che racconta spesso...
“Sì, una storia molto particolare. Con James Brown. Sono andato a fotografarlo ad Augusta, negli Stati Uniti, e l'appuntamento era nel suo ufficio, all'interno di un complesso con varie sale. Lui è arrivato con quattro ore di ritardo, era sotto l'effetto di qualche droga, incredibile. Abbiamo fatto le foto che si potevano fare, era molto difficile. Quando avevo finito, lui è uscito, è andato alla sua macchina, ha aperto il cofano e ha tirato fuori un fucile. Dopo è tornato nella stanza dove io e il mio assistente stavamo mettendo via le macchine fotografiche, mi ha puntato il fucile e mi ha detto: “Dovete andarvene via adesso perché la mia segretaria deve andare a casa”. Io gli ho detto: “Mr. Brown, facciamo in cinque minuti.” “Non ci vogliono cinque minuti”, ha risposto lui. E ce ne siamo andati via in meno di cinque minuti... Qualche giorno dopo c'era una conferenza della compagnia di assicurazione vicina al suo ufficio, con la partecipazione di tutti i loro agenti. A un certo punto si è aperta la porta ed è entrato James Brown ancora col fucile in mano e ha chiesto: “Chi ha usato il mio bagno?”. Loro hanno chiamato la polizia e la polizia ha inseguito James Brown per 45 minuti finché sono riusciti a fermarlo. Ha preso una condanna a sei anni di prigione per uso di droga, per l'incursione col fucile nella conferenza e per essere scappato.”
Un bel personaggino davvero. In definitiva, cos'è la fotografia per Wowe?
“Per me è un diario. Se vedo tutte le foto che ho fatto nella mia vita, è proprio un diario.”
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