Canova
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Anna TrevisanAnna Trevisan
Giornalista
Bassanonet.it

Sociale

La memoria dell’acqua

Un viaggio-intervista nel mare dell’accoglienza diffusa

Pubblicato il 29-06-2022
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SPRAR non è il nome di un asteroide.
Nemmeno di una nuova stella o di un buco nero. SPRAR è un acronimo inventato dai legislatori italiani per nominare un sistema di accoglienza delle persone migranti: un sistema di cosiddetta “accoglienza diffusa”, che prevede cioè l’accoglienza delle persone non in grandi centri – oggi chiamati CAS- ma in strutture di piccole e medie dimensioni.
Lo SPRAR è stato istituito con la legge n° 189 del luglio 2002: la cosiddetta legge Bossi Fini.

Antonio Silvio Calò, la sua esperienza di accoglienza è diventata famosa anche oltre i confini nazionali

Nel corso degli anni questa modalità di accoglienza diffusa ha cambiato nome diverse volte, facendo impazzire i giuristi, gli operatori, i media, l’opinione pubblica e, molto probabilmente, anche i migranti: da SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) - è diventato SIPROIMI (Sistema di Protezione per Titolari di Protezione Internazionale e per i Minori stranieri non accompagnati) per volere della legge Salvini (Decreto legge n° 113 del 4 ottobre 2018). Due anni dopo, l’acronimo SIPROIMI - è diventato SAI - Sistema di Accoglienza e Integrazione - con la legge n° 130 del 21 ottobre 2020.
Insieme agli acronimi sono cambiati nel tempo anche i beneficiari.
I beneficiari dello SPRAR erano non solo i migranti già in possesso di un permesso di soggiorno di protezione internazionale o di un permesso di soggiorno di protezione umanitaria ma anche i richiedenti asilo, vale a dire i migranti in attesa di ricevere un permesso di soggiorno. Con il SIPROIMI i richiedenti asilo hanno smesso di beneficiare del servizio di accoglienza diffusa, destinato unicamente ai titolari di un permesso di protezione internazionale e i minori non accompagnati. Con il SAI sono stati ripristinati tra i beneficiari anche i richiedenti asilo ma solo per i servizi di primo livello: accoglienza materiale, assistenza sanitaria, assistenza sociale e psicologica, mediazione linguistico-culturale, corsi di lingua italiana, consulenza legale e di orientamento al territorio.
Dei servizi di secondo livello, “finalizzati all’integrazione”, che prevedono anche servizi di orientamento al lavoro e alla formazione professionale, beneficiano però solo e soltanto i titolari di protezione internazionale.
Quella che invece non è mai cambiata è l’adesione su base volontaria da parte degli Enti Locali.
Significa cioè che ogni Comune era ed è libero di decidere se aderire o meno al sistema di accoglienza diffusa nel proprio territorio. Ecco perché l’accoglienza diffusa era e resta un’eccezione in Italia, dove quasi sempre viene preferita la gestione centralizzata dell’accoglienza tramite i CAS, spesso oggetto di polemiche e scandali legati alle condizioni di vita al di sotto degli standard minimi.
Di SPRAR e buone pratiche di accoglienza diffusa si è parlato a Bassano lo scorso 20 giugno in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, grazie ad un incontro organizzato da Centro Giovanile, Caritas e Ass. Casa a Colori.
Ad aprire le danze Chiara Parolin per Casa a Colori, l’associazione che gestisce da decenni l’accoglienza in città per conto della Prefettura di Vicenza formalmente tramite CAS ma di fatto attraverso forme di accoglienza diffusa. “Vorremmo diventare ufficialmente SAI ma non dipende da noi” – ha commenta con rammarico.
I volontari di Caritas Michela Piccoli e Ivano Zortea hanno raccontato invece del progetto nato per iniziativa di Caritas e Comunità Sant’Egidio, “Rifugiato a Casa mia”, grazie al quale, nel 2018, è stato creato un corridoio umanitario per l’Italia dal Corno d’Africa. “Abbiamo sperimentato un modo efficace e sicuro di far arrivare in Italia i profughi, evitando loro di venire intrappolati nella filiera della criminalità organizzata, che purtroppo esiste e che troppo spesso gestisce i cosiddetti viaggi della speranza” -dice Piccoli. “Ci sono stati degli incontri preliminari con i volontari delle parrocchie coinvolte nel progetto, per far conoscere loro la storia delle persone che stavano per arrivare qui e prepararli al meglio ad accoglierle” -aggiunge Piccoli. Le coppie di rifugiati hanno dato alla luce anche dei bambini e oggi una di queste famiglie ha lasciato l’Italia per vivere nel Regno Unito.

A conclusione della serata ha preso la parola un ospite d’eccezione: il prof. Antonio Silvio Calò, che dell’accoglienza ha fatto la sua ragione di vita. Con un gesto extra-ordinario, infatti, nel 2015 insieme alla sua già numerosa famiglia ha deciso di accogliere a casa propria, in provincia di Treviso, sei migranti dell’Africa subsahariana.
Nella prefazione al suo libro Si può fare. L’accoglienza diffusa in Europa, l’ex presidente del Parlamento Europeo David Sassoli - ha definito il gesto della famiglia Calò come “possibile e indispensabile”.
Nel 2018 lo stesso Sassoli ha chiesto e ottenuto la nomina del prof. Calò a Cittadino Europeo dell’anno e nel 2015 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato il professore al Quirinale per consegnare a lui e alla sua famiglia l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Eppure il professore parla della sua storia come di una storia “semplice, semplicissima, una storia come tante” e ci tiene a precisare che non è la sua storia ma una storia collettiva e plurale, una testimonianza di qualche cosa che è già accaduto e del quale lui è solo un portavoce, perché tutto è nato e cresciuto insieme alla sua famiglia, senza la quale nulla sarebbe mai stato possibile. E, dopo aver ascoltato gli interventi di chi lo ha preceduto, commenta dicendo di sentirsi “parte di queste testimonianze, non a parte”.

Qui di seguito la nostra intervista al prof. Calò.

Ci racconta la genesi di questo gesto “possibile e indispensabile”? Quando è iniziato tutto e perché?
Tutto di fatto è iniziato l’8 giugno 2015, quando sono arrivati da lontano i nostri figli. Sono passati sette anni ormai da quel giorno. Quella è diventata una data storica per la nostra famiglia ma è ancora un tempo vicino, anche perché, proprio l’8 giugno di quest’anno, è nato il nostro primo nipotino. La decisione di accogliere queste persone, però, l’avevamo già presa mesi prima, il 18 aprile 2015. Più precisamente quando si è consumata una delle tragedie più grandi del Mar Mediterraneo: il naufragio di un barcone nel quale morirono più di 700 persone migranti. Ricordo che anni dopo quel barcone fu esposto anche a Venezia alla Biennale Arte come atto di pubblica denuncia e monito [per iniziativa dell’artista svizzero Christoph Buchel, nel 2019 N.d.R.].
Quel 18 aprile 2015 non lo dimenticherò mai. Ero a scuola e stavo ascoltando le notizie durante una pausa tra una lezione e l’altra. I notiziari trasmettevano delle immagini impressionanti. Ormai erano anni che vedevamo immagini come quelle. Di fronte ad immagini così di solito ci si commuove e ci si sente impotenti, oppure ci si volta dall’altra parte. Ma c’è anche un’altra risposta possibile: lasciarsi scalfire la coscienza da questi fatti, da queste persone, da questi morti. Non è facile, ma è quello che è successo a noi. La nostra coscienza civile e la nostra coscienza cristiana sono entrate in corto circuito.
Mi ricordo che fui talmente scosso da quelle immagini che uscii fuori da scuola, montai in macchina, e mentre guidavo iniziò il mio “conflitto di coscienza”, che si risolse in un’immagine ulteriore. Immaginai che i miei quattro figli scappassero e che arrivassero davanti ad una porta. Immaginai che bussassero a questa porta per mettersi in salvo ed io pregavo con tutto me stesso che quella porta si aprisse. Quando quest’immagine si era ben delineata dentro di me, ero orami arrivato a casa. Mi ricordo che aprii la porta di casa e lanciai con rabbia nella stanza la mia cartella. Dissi a mia moglie: “Stanno morendo tutti. Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo mettere a disposizione la nostra casa”. Mia moglie non rispose nulla ma incrociando i nostri sguardi ci siamo capiti al volo. Ma non potevamo immaginare di fare una cosa del genere senza avere il sì dei nostri quattro figli. Così gli telefonammo subito e ricevemmo il regalo più grande: tutti risposero di sì, con entusiasmo. Quell’entusiasmo dura ancora oggi. L’11 luglio prossimo nascerà la bambina di uno dei nostri figli africani. I genitori mi hanno detto che la chiameranno Nicoletta come mia moglie, perché così, quando le persone chiederanno il motivo di questo nome italiano, raccontare la nostra storia stupenda.

Colpisce la sua convinzione nel chiedere il coinvolgimento dell’Europa nella questione dell’accoglienza. Lo si evince non solo dal titolo del suo libro di recente pubblicazione - Si può fare. L’accoglienza diffusa in Europa -ma anche dal fatto che, per scriverlo, lei si sia rivolto ad una giornalista olandese, Silke Wallenburg e che abbia chiesto a David Sassoli e Romano Prodi di firmare, rispettivamente, la prefazione e la postfazione. Perché è così importante per lei l’Europa?
Perché non possono essere solo Paesi come l’Italia o Cipro o la Grecia a farsi carico dell’accoglienza dei migranti in Europa. Non è corretto scaricare solo su questi Paesi la questione. A Sassoli e a Prodi ho chiesto di schierarsi come uomini politici, di sporcarsi le mani, di prendere posizione. Grazie all’appoggio del mio compianto amico Sassoli, il 7 luglio apriremo un tavolo di lavoro all’ONU. E vorrei parlarne anche con l’Unione Africana. Ricordiamoci sempre che noi europei siamo solo il 20% della popolazione mondiale e che il mondo non siamo noi, siamo ANCHE noi.

Che cosa non funziona nel sistema attuale di accoglienza in Italia?
L’errore fondamentale è stato ed è quello di voler concentrare tutte insieme centinaia di persone, provenienti da luoghi lontani e diversi, di metterle in caserme, ad esempio, che spesso sono luoghi molto vicino a centri abitati. Questa scelta ha prodotto tra gli abitanti dei paesi intorno la percezione di un’invasione in corso. E poi non dimentichiamoci che in Italia c’è stato il Fascismo, esisteva una rivista intitolata La Razza... Questa è storia.

L’esperienza di accoglienza della sua famiglia è diventata un punto di riferimento esemplare nelle buone pratiche di accoglienza diffusa. Questo modello lo avete battezzato “6+6x6”. Come funziona?
Ho sempre pensato che un’accoglienza diffusa fosse la carta vincente. Certo, una famiglia che accoglie è l’eccezione, non può essere la regola. L’accoglienza deve essere gestita dallo Stato e dai Comuni. Ho immaginato quindi che ogni Comune potesse accogliere dei nuclei di migranti, rispettando però l’equilibrio tra il numero di abitanti e il numero di persone accolte, perché non è accettabile che un Comune di 5000 abitanti accolga centinaia di persone. Essendo stato assessore di un Comune di 5000 abitanti so che si può gestire l’accoglienza di 6 persone. Così ho immaginato che per ogni Comune di 5000 abitanti venisse accolto un nucleo di massimo 6 persone; per un Comune di 10 mila abitanti venissero accolti al massimo due nuclei 6 persone; per un comune di 15 mila un massimo di tre nuclei, e così via. E questo rapporto di equilibrio l’ho chiamato: “6+6”. Ora, se noi pensiamo che in Italia ci sono 60 milioni di abitanti e in Europa 510 milioni di abitanti, il problema profughi con il modello “6+”6 sarebbe già risolto: ogni Paese europeo si prenderebbe carico di un numero di persone in proporzione al numero della propria popolazione e si eviterebbe che alcuni Paesi si sovraccarichino e che altri ricevano pochi migranti.
Il 6 x6 indica invece i 6 esperti che ho coinvolto nella presa in carico quotidiana dei 6 profughi: il mediatore culturale, lo psicologo, l’avvocato, l’insegnante di italiano, l’assistente sociale, il medico. Tutti questi esperti sono stati pagati in modo trasparente, alla luce del sole, perché -come ho scritto anche nel libro- “rendere trasparente e visibili tutte le fasi dell’accoglienza fa sì che anche le persone accolte diventino visibili”. La gente all’inizio pensava che ci arrivassero direttamente i soldi in tasca. Non è così: in Italia non esiste una legge che permette ad un privato cittadino di ricevere fondi per l’accoglienza, si è obbligati a rivolgersi ad una cooperativa. Di volta in volta, chiedevamo alla cooperativa solo i soldi necessari per pagare il vitto e il comprensibile rincaro delle bollette. Tutto il resto veniva destinato per pagare i 6 esperti coinvolti. Perché, ricordiamoci, lo Stato deve pagare chi lavora per accogliere, visto che fa un servizio a tutta la comunità.

“Partiamo dal presupposto che uno Stato che si prende sul serio e anche un’Europa che si prende sul serio” – ha scritto nel suo libro – “dovrebbe adottare un modello unico di accoglienza dei profughi per tutto il proprio territorio”.
Certo, perché è lo Stato che deve dare una linea unica nella gestione dell’accoglienza. Altrimenti si creano “luoghi di santi e luoghi di peccatori”. Non è accettabile che in alcune zone d’Italia l’accoglienza sia stata disastrosa e in altre dignitosa. Non è accettabile che ci sia una gestione approssimativa dell’accoglienza. Tantissime cooperative come è noto sono risultate colluse con infiltrazioni mafiose. Non tutte per fortuna. Ma uno Stato serio deve intervenire. Lo Stato deve imporre un sistema unico di accoglienza. Noi abbiamo obbligato – sottolineo: obbligato- i 6 ragazzi che abbiamo accolto ad andare a scuola tutte le mattine.

Mi pare che l’Europa abbia preso molto sul serio queste sue parole ma, soprattutto, le sue azioni. Mi riferisco al progetto pilota europeo EMBRACIN. Ce ne parla?
È un progetto pilota, approvato dalla Commissione europea tre anni fa. A dicembre lo presenteremo a Bruxelles. Oltre all’Italia, con il Comune di Padova capofila del progetto, hanno aderito l’isola di Cipro, la Grecia, la Slovenia e la Svezia. Il progetto non prevede l’imposizione del modello 6+6 x 6 ma il suo adattamento alla legislazione e al contesto dei singoli Comuni europei partecipanti, per verificarne la sua fattibilità e la sua “l’esportabilità”. Ovviamente non penso che questo modello di accoglienza diffusa sia l’unico possibile ma posso testimoniare che ha funzionato ed è percorribile. Quando venne creato lo SPRAR fui subito a favore e, in fondo, il modello 6+6x6 è una sorta di SPRAR “abbellito”.

Questa sua visione così aperta e accogliente però in Italia si è scontrata con una mentalità molto diversa, che le è costata insulti e perfino minacce.
Sì, è così. Al di là dell’esito felice di questa esperienza - perché tutti i nostri figli, bianchi e neri, ricordiamolo, nel 2020 hanno lasciato il nido e sono diventati autonomi- il contesto intorno a noi ha dimostrato tutta la propria incapacità non tanto nell’accogliere materialmente quanto culturalmente.
Nel 2016 nessuno voleva condividere lo spogliatoio con i miei figli neri, o farsi la doccia quando c’erano loro. Quando uscivo insieme a loro per strada mi dicevano: “Ecco il prof. Calò con le sue scimmie”. Ringrazio pubblicamente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per averci aiutato ad uscire da un cul-de-sac di insulti e minacce invitandoci al Quirinale per conferirci quella pubblica onorificenza.

Qual è l’ingrediente segreto per una nuova cultura dell’accoglienza?
C’è un verbo che fa la differenza nell’accoglienza: “accompagnare”. Se noi accompagnamo queste persone ad un inserimento graduale in un contesto completamente diverso da quello di origine, allora gli esiti saranno positivi. Se invece noi le abbandoniamo subito dopo averle materialmente accolte, l’esito continuerà ad essere quello sotto gli occhi di tutti. Non mi potete dire che non è possibile farlo, perché noi abbiamo dimostrato che si può fare e che i risultati sono eccellenti. Ci siamo riusciti non perché siamo migliori degli altri ma perché abbiamo messo in opera questo verbo.

Lei ha tracciato una nuova rotta dell’accoglienza, riuscendo a far interagire il pubblico (le istituzioni) e il privato (la sua famiglia prima e i datori di lavoro poi) in maniera virtuosa; ha dimostrato che si può accogliere in modo diffuso senza sprechi e con trasparenza; ha dimostrato che si può creare un indotto nel territorio. Qual è a suo avviso l’ostacolo più grande da affrontare per riuscire ad esportare il suo modello nel resto d’Italia e in Europa?
L’ostacolo più grande è la paura del migrante, alimentata dalla politica, che ha il terrore di perdere voti. Mi sono meravigliato della scollatura tra le parole della politica e le azioni della politica. Di tutta la politica: anche di sinistra.
Se ci è riuscita la nostra famiglia ad accogliere, come può non riuscirci uno Stato? Il punto è che non c’è la volontà politica di farlo. Le racconto un aneddoto. Quando chiesi al Ministero dell’Istruzione di essere sospeso dall’insegnamento per poter continuare a girare l’Italia e l’Europa a spiegare e far conoscere il modello 6+6 X 6, mi risposero di no...

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Non c’è dubbio. È stata talmente forte quest’esperienza che oggi mia moglie ed io viviamo in canonica con il prete e continuiamo a fare accoglienza. Stiamo accogliendo anche degli italiani in questo momento, in risposta anche a quanti polemizzano sterilmente sul tema dell’accoglienza.
Dobbiamo avere coraggio. Dobbiamo accogliere. Non per pietà, non per riconoscenza. “Fratelli tutti” - ha detto Papa Francesco. La parola ricordo viene dal latino cor-cordis che significa cuore. RiCORdiamoci, allora, che il tema dell’accoglienza ci riguarda tutti. È un tema universale. Tutti vogliamo essere accolti per quello che siamo e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo. C’è una canzone che mi piace molto. Si intitola: “La memoria dell’acqua”, è di Erica Boschiero. Il ritornello dice: “L’acqua non dimentica e non dimenticherà/Tutti i figli persi in fondo al mare/L’acqua non dimentica e non ci perdonerà/Tutte le promesse di arrivare”.

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