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Caro Sergio Ramelli,
Ti scrivo questa lettera ideale dopo che il tuo nome, dimenticato dai più per cinquant’anni e ricordato nei decenni da una sola parte politica, è riapparso come un fulmine a ciel sereno nella città di Bassano del Grappa e quindi, in quanto fulmine, ha portato tempesta.
Fonte immagine: zazoom.it
Questo mio scritto è anche l’ultimo e definitivo editoriale di Bassanonet sul caso che ti ha riguardato nella nostra città e di cui non voglio più continuare a scrivere.
Ritornerò ad occuparmene, se Dio vuole e se la cosa accadrà, quando ci sarà la cerimonia di intitolazione del luogo pubblico di Bassano del Grappa a te dedicato.
Quando nel 1975 sei rimasto vittima di quella aggressione di gruppo su cui non riesco a trovare aggettivi per descriverne la brutalità, tu avevi 18 anni e io ne avevo 16. Saremmo stati quindi quasi coetanei.
So benissimo cosa sono stati gli anni di piombo perché li ho vissuti in diretta, come tutti quelli della mia generazione.
E per di più abitavo a Mestre, una delle città toccate direttamente dalla violenza politica di quegli anni, con la scia di sangue di tre vittime: Sergio Gori, vicedirettore del Petrolchimico di Marghera, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980; Alfredo Albanese, commissario capo del Commissariato di P.S. di Mestre, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980 e Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Marghera, rapito e quindi ucciso dopo 46 giorni di prigionia dalle Brigate Rosse nel 1981.
Taliercio, peraltro, abitava vicino a casa mia. I terroristi, tre in borghese e uno vestito da finanziere, suonarono alla sua abitazione, lo prelevarono davanti a moglie e figli, lo rinchiusero in una cassa e lo portarono via.
Quella mattina che le BR rapirono Aldo Moro trucidandone la scorta in via Fani, nel 1978, io ero al liceo. Erano state interrotte le lezioni e tutti noi studenti ci riversammo nell’atrio d’ingresso della scuola assieme ai professori per guardare la televisione.
Sono tutti ricordi indelebili, come molti altri di quei tempi violenti.
Quegli anni ci hanno sconvolto e insieme anche temprato, ma ci hanno comunque rubato il diritto di godere pienamente della nostra gioventù, come a te hanno rubato la vita.
Per questo rispetto e in parte anche comprendo chi ha proposto di riesumare il ricordo del tuo nome a Bassano del Grappa perché ha vissuto quegli anni e in quell’epoca era giovane anche lui, come il capogruppo di Fratelli d’Italia Stefano Giunta.
Diciamo che lo ha fatto con cognizione di causa anche se - e ti chiedo scusa se lo scrivo - la città di Bassano ha oggi ben altre priorità da affrontare e problemi da risolvere rispetto a un improvviso rigurgito di memoria degli anni di piombo.
Faccio molta più fatica ad accettare che il tuo nome venga cavalcato politicamente da chi invece per sua fortuna non ha conosciuto quell’epoca, perché nato dopo, aggrappandosi al significato “identitario” e in quanto tale divisivo che il tuo stesso nome evoca, e non per colpa tua, in senso ideologico e non storiografico.
In consiglio comunale a Bassano c’è stato chi ha proposto di allargare l’intitolazione del luogo pubblico a tutte le vittime di quegli anni di sangue.
Le quali - lo sottolineo - non furono solo di destra e di sinistra.
È meglio ricordarlo, per evitare la lettura parziale di un fenomeno molto più complesso e con molti aspetti oscuri ancora da chiarire a cinque decenni di distanza.
Che non ha preso di mira i soli militanti politici, che ha riempito di proiettili rappresentanti dello Stato, delle istituzioni, del mondo del lavoro e dei sindacati e che con le bombe stragiste ha sparato nel mucchio, spezzando le esistenze di centinaia di innocenti.
Una spirale di morte continua che ha risucchiato per più di dieci anni il Paese tra la lotta armata e la strategia della tensione, come si chiamavano a quei tempi.
E in consiglio comunale c’è stato anche chi ha fatto un elenco di nomi di altri ragazzi e ragazze come te che in quegli anni hanno pagato con la vita il loro attaccamento a un ideale politico, da una parte e dall’altra.
È stato bello e utile ricordarli - anche perché viviamo in un Paese notoriamente dalla memoria corta - ma sinceramente non so quanto convenga oggi riaprire in senso commemorativo quella pagina di storia che è già presente nell’animo di chi l’ha vissuta e che non trasmette modelli né valori alle generazioni successive.
Caro Sergio Ramelli, la mia visione del mondo è diametralmente opposta a quella che ha ispirato i tuoi pensieri e le tue azioni da militante del Fronte della Gioventù.
Ma io ti vedo come un semplice ragazzo, come tanti altri.
E da uomo libero, e soprattutto da padre di due figli, la tua storia e la tua fine mi fanno provare nei tuoi confronti una grande ed umana pietà.
Ma la pietà è un valore universale mentre la memoria storica non lo è.
Per questo una lapide che ti celebra e ricorda come “studente e militante politico ucciso per i suoi ideali” in un luogo pubblico a Bassano del Grappa riapre una ferita invece di chiudere un cerchio e in quanto tale rischia di essere fraintesa: da una parte abbagliata da riverberi nostalgici e dall’altra parte persino vilipesa, come è già accaduto in altre città italiane.
Non ne avresti bisogno perché tu hai solo bisogno di riposare in pace, una volta per tutte.
Alessandro Tich
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