Pubblicato il 23-01-2021 10:39
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DAD, solo "un accettabile surrogato"

Paolo Banfi, professore di italiano e storia dell'Itis "E. Fermi" dopo 24 anni di filosofia e storia al liceo “G.B. Brocchi”, racconta come la scuola è cambiata. Non solo insegnante, ma anche counselor per il Punto Ascolto dei due istituti.

DAD, solo

FONTE: www.tuttoscuola.com

La Pandemia ha cambiato tutto. Le modalità con cui dobbiamo di uscire di casa, le condizioni in cui dobbiamo muoverci negli spazi chiusi, i modi in cui dobbiamo approcciarci nei confronti della nostra famiglia e degli amici. Maya Angelou, scrittrice statunitense, una volta disse: “Ho imparato che ogni giorno dovresti spingerti a toccare qualcuno. La gente ama una carezza affettuosa, o soltanto un amichevole pacca sulla schiena”. Ma se non dobbiamo nemmeno avvicinarci a chi ci è più caro per la sua salute e la nostra, quanto questa distanza può provocare dei traumi in noi? E se già la società fatica sempre di più ad avere relazioni umane con gli altri, quanto questa situazione peggiorerà i rapporti del domani? Forse tanto, forse poco. Tuttavia queste domande iniziano a farsi sempre più frequenti e il primo pensiero va a coloro che stanno vivendo il momento in cui la qualità del contatto umano è fondamentale per la propria crescita: gli studenti. Dalla scuola d’infanzia fino alle superiori ci si trova quotidianamente a contatto con il prossimo, in un ambiente che diventa uno spazio di confronto e comunicazione, che ci mette di fronte alle dinamiche della vita in una sorta di “bolla di sicurezza” prima di abbandonarci alla realtà del mondo, dove tutto si fa più amplificato. Dunque, gli studenti, come la stanno vivendo e quanta consapevolezza hanno di questa situazione? A raccontarcelo è Paolo Banfi, ad oggi insegnante di italiano e storia all’Itis “E. Fermi”, dopo 24 anni di filosofia e storia al liceo classico “G.B. Brocchi”, a cui si aggiunge la sua dimensione di counselor e mediatore familiare, grazie alla quale collabora con il Punto Ascolto dei due istituti.

Partiamo dal principio. Come hanno reagito studenti e insegnanti la prima volta che è stata nominata la DAD lo scorso anno?

"Con molta cautela e una certa perplessità, ma fondamentalmente aperti verso una modalità nuova che sembrava garantire una forma di continuità, anche se parziale. Del resto, pensavamo sarebbe stata un’esperienza ponte verso l’auspicato ritorno a scuola in tempi brevi. Poi non è andata così…"

Qual è stato il primo effetto evidente negli studenti?

"Direi un certo rilassamento, anche compiaciuto: nei primi tempi le comodità della casa hanno fatto premio sul valore della didattica in presenza, sull’incontro, sul confronto. Ed anche una rapida adattabilità ai nuovi strumenti, nell’uso dei quali tra l’altro i ragazzi hanno abilità professionistiche. E, ancora, una certa ritrosia nel farsi vedere con la telecamera".

Quale sarà, invece, la conseguenza inevitabile nel momento in cui si ritornerà tra i banchi di scuola?

"Difficile dirlo. Già nei primi assaggi dei ragazzi che vengono, in gruppetti contingentati, a fare i laboratori si nota un’evidente gratificazione nel tornare a frequentare fisicamente l’ambiente e, soprattutto, nell’incontrarsi. Penso che dovremo riabituarci tutti, regalandoci anche reciproca indulgenza, ma sono certo che una conseguenza sarà il rinnovato piacere di vederci. E spero che soprattutto da parte dei docenti si consideri che l’isolamento è una prova molto dura ed impegnativa per tutti, abbandonando alcune rigidità sui programmi e sulle valutazioni: conseguenza non inevitabile, ma auspicabile".

Secondo Lei la DAD si può definire una vera e propria didattica?

"No, non posso pensare ad una didattica priva di sguardi che si incontrano e dialoghi che si intrecciano. E’ stata ed è un accettabile surrogato, ma la presenza a scuola non si può sostituire in alcun modo. Detto questo, la DAD ci ha insegnato molte cose utili che potranno utilmente integrare la didattica in presenza: in particolare per un insegnante non più giovane, come sono io, la miniera di materiali e spunti didattici offerta dalla rete è stata davvero preziosa. Bisogna anche dire, però, che la didattica non esaurisce il lavoro della scuola: se si riduce a pura tecnica professionale, può anche essere svolta da remoto. Ma è ben di più, e non può prescindere da una relazione intensa con i giovani".

Quanto influiranno questi mesi di distanza negli studenti come persone? Ci potranno essere dei traumi non evidenti ma persistenti?

"Penso che lasceranno un segno, e che dobbiamo tenere conto giorno per giorno di quanto questa lunghissima parentesi interpelli tutti noi, ma vada a ledere soprattutto il fisiologico desiderio di relazione e di movimento presente nei giovani. In altre parole, i ragazzi – parlo dei miei alunni tra i 15 e i 18 anni - perdono un segmento di adolescenza davvero fondamentale: sono bravi nel tentativo di compensare con il cellulare, ma si tratta comunque di una perdita. Non ho competenze per dire se ci potranno essere traumi persistenti, ma non mi sentirei di escluderlo: in questo secondo periodo di isolamento noto tracce evidenti di stanchezza, di abulia, di rassegnazione".

Si può dire che attraverso queste nuove modalità la dimensione della casa e la dimensione della scuola si siano unite in un connubio mai sperimentato prima. Il fatto che ora gli studenti non abbiano più un loro spazio per fare scuola, quale impatto ha?

"Secondo me un impatto negativo: sono loro stessi a dirmi che, nonostante le innegabili comodità della dimensione domestica (ma non è così per tutti), uno spazio specifico dedicato all’apprendimento ha un suo senso e un suo valore. E, aggiungo, il clima di classe – fatto anche di complicità e di aspetti ludici - ha pure una sua magìa… Infine non dimentichiamo che l’apprendimento ha un imprescindibile aspetto comunitario e cooperativo: il confronto – ed anche lo scontro – con compagni e docenti è nutrimento della formazione. E la formazione non può ridursi alla didattica".

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