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Il Massimo della fede
Essere sacerdote oggi. Dopo dieci anni di servizio, don Massimo Valente lascia l’incarico di parroco dell’Unità Pastorale Medio Brenta che riunisce alcuni paesi della Vallata. Andrà in Brasile, ai confini col Venezuela, a fare il missionario
Pubblicato il 17 ott 2024
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Una valle di lacrime? Non esageriamo.
Ma in una parte della Valle del Brenta, come accade per tutti i commiati importanti, a qualcuno qualche lacrimuccia sarà scappata.
Anche se la celebrazione di saluto al parroco che ha guidato per un decennio le parrocchie di alcuni paesi che compongono la Vallata, riunite nell’Unità Pastorale Medio Brenta, sotto la Diocesi di Padova, è stata soprattutto e prima di tutto una festa.
Don Massimo Valente (foto Alessandro Tich)
Don Massimo Valente, 58 anni, originario di Cesuna sull’Altipiano, ordinato sacerdote nel 1991, è stato dal 2014 il parroco - e lo è tuttora, fino al 31 ottobre - dell’Unità Pastorale Medio Brenta.
Un incarico impegnativo, ma che ha sempre svolto con disponibilità e con il sorriso, che lo ha portato a seguire pastoralmente ben quattro comunità e a dire messa, tutte le domeniche e non solo e a turnazione, nelle loro rispettive chiese.
E cioè, nella veste di arciprete, al monastero di Santa Croce a Campese e alla chiesa di S. Giustina a Solagna e ancora, come parroco, alla chiesa della Madonna del Carmine a Campolongo sul Brenta e alla chiesa dei Santi Nazario e Celso a San Nazario.
Ovvero quando il modo di dire “farsi in quattro” corrisponde alla realtà delle cose.
E nella chiesa di San Nazario, domenica scorsa 13 ottobre, proprio in occasione del decimo anniversario dell’Unità Pastorale, sono confluiti i fedeli dalle due rive del Brenta per una Santa Messa di ringraziamento a don Massimo “in riconoscenza del cammino fatto insieme” a cui ha fatto seguito un pranzo comunitario.
Ora don Massimo se ne andrà in Brasile. Anzi: tornerà in Brasile, visto che c’è già stato per tredici anni, dal 2000 al 2013, prima come collaboratore pastorale e poi come parroco in una Diocesi alla periferia di Rio de Janeiro.
Lo attendono in una missione nel nord del Paese, ai confini col Venezuela, dove farà il missionario.
Il 31 ottobre arriveranno in Vallata i due nuovi preti che prenderanno il suo posto, don Dario e don Alberto, che oltre all’Unità Pastorale Medio Brenta seguiranno anche la parrocchia di Pove del Grappa, grazie alla nuova “collaborazione pastorale” con Pove decisa dal sinodo diocesano di Padova.
Incontro don Massimo Valente nella canonica di Solagna, nel tardo pomeriggio di un giorno infrasettimanale, in un intervallo tra i suoi numerosi impegni quotidiani: è appena rientrato dalla visita ad un malato all’Ospedale di Bassano e poco dopo avrebbe celebrato la messa delle 18 alla chiesa di S. Giustina.
Allora, don Massimo: non è semplice raccontare dieci anni in poche parole. Ma la sua esperienza con le quattro comunità di questa Unità Pastorale, come è stata?
Sono stati dieci anni belli, intensi e anche difficili. Perché poi comunque c’è stata anche l’esperienza del Covid che praticamente ci ha mangiato due anni di vita e anche di vita pastorale. Per cui non è stato semplicissimo portare avanti un’esperienza che iniziava con la mia presenza, cioè quella di mettere insieme quattro comunità che fino a quel momento avevano avuto ciascuna il proprio parroco e imparare a camminare insieme, condividendo un sacerdote e quindi condividendo anche un cammino pastorale. La fatica è stata proprio questa, ovvero aiutare le persone a capire che si poteva vincere i propri campanilismi e che invece il mettersi insieme diventava una ricchezza, non era un privarsi di qualcosa.
E ci è riuscito?
Mah, “riuscito” è una parola grossa. Diciamo che abbiamo iniziato a camminare. Dieci anni, lo dicevo domenica facendo la celebrazione di ringraziamento, sono stati come fare il primo passo, fondamentalmente. Per cui c’è voluto questo tempo per fare un passo verso la direzione della comunione e della collaborazione, anche con dei momenti difficili perché all’inizio bisognava un po’ vincere le resistenze e gli egoismi. Però abbiamo iniziato a camminare in una direzione e quindi l’augurio che io faccio alle quattro realtà dell’Unità Pastorale è quello di continuare in questo cammino. Ci siamo accorti che era più importante curare le relazioni, curare la vita pastorale e mettere insieme le forze. Anche perché all’inizio non abbiamo fatto grosse rivoluzioni di orari, per esempio. Poi un po’ alla volta siamo arrivati a definire anche un tipo di orario che ci permetta di celebrare con la serenità di non dover scappare via da una messa all’altra. Abbiamo mantenuto le quattro messe domenicali, cioè una per ogni comunità.
E lei va dappertutto?
Io vado dappertutto, possibilmente. Ci ho tenuto, in questi anni, a girare in tutte e quattro le comunità. Anche durante la settimana, o per visitare gli ammalati, per visitare gli asili o per una cosa o per l’altra, ci ho sempre tenuto anche a farmi vedere perché credo che le relazioni sono importanti. E quindi anche il semplice passare, fermarsi per strada, essere comunque presente durante il giorno. Io ho fatto questa scelta e non mi lamento di averla fatta.
C’è stato un tempo il cui il parroco era la massima autorità di un paese, assieme al sindaco. Ora i tempi sono cambiati ed è cambiata la società. Essere sacerdote oggi cosa vuol dire?
Credo sia una sfida grande. Si è diventati sempre più burocrati, purtroppo, perché la società richiede anche questo, a scapito invece di curare quello che dovrebbe essere più lo specifico del sacerdote che è accompagnare una comunità in un cammino di fede. Ed è una grande sfida oggi, in cui c’è stato un grosso allontanamento dalla fede da parte della gente. Quindi è importante curare le relazioni, cercare comunque di esserci nei momenti e nelle svolte della vita, di essere accanto, di poter dare un sostegno, perlomeno far sentire che non si cammina da soli e che c’è, attraverso anche la presenza del sacerdote, un Dio che accompagna il cammino. Io ci credo molto in questo. Oggi anche il fatto che la Chiesa non sia più così punto di riferimento nella società, perlomeno per la gran parte, rende tutto più difficile. Perché comunque o tu esci e vai in cerca, ma se aspetti che arrivino non arriva nessuno.
E adesso dove va? Cosa farà?
Adesso mi hanno chiesto di ritornare di nuovo in Brasile, in missione. Non più alla periferia di Rio de Janeiro, ma nel nord del Brasile, ai confini col Venezuela, in uno Stato che si chiama Roraima, in una cittadina sull’autostrada che dal Venezuela va verso Manaus, che si chiama Caracaraí. Lì ci sono già dei missionari della Diocesi di Padova che stanno lavorando da otto anni e io andrò ad affiancarmi a loro. Per me sarà anche una nuova sfida perché, pur conoscendo il Brasile, è una realtà nuova. Ci sono “tanti Brasili”, dico io sempre. E quindi andare in una realtà che non conosco, nella zona amazzonica, vuol affrontare qualcosa di completamente diverso come ambiente, come sfide e come problematiche. Quindi per me sarà anche l’occasione di conoscere e di mettermi in ascolto per imparare anche dagli altri e per capire quale contributo posso dare al cammino della gente e al cammino della Chiesa, là in Brasile.
Ma un parroco e un missionario sono “la stessa persona” oppure sono “due persone diverse” che devono avere un approccio diverso rispetto alla realtà che devono affrontare?
No, per me sono la stessa persona. Cioè quello che conta fondamentalmente è il tuo essere prete. Poi puoi essere prete con diversi servizi, come quello del missionario o dell’essere parroco, però quello che conta è la tua risposta a una chiamata per essere un pastore, uno che è chiamato per essere accanto alla gente per portare l’annuncio del Vangelo. Lo porti come parroco in un ambiente e lo porti come missionario in un altro ambiente. Ma non c’è nessuna differenza, anzi io direi che in realtà si dovrebbe avere entrambe le cose: uno è parroco nella misura in cui è missionario, uno è missionario nella misura in cui è anche parroco.
Qual è infine il suo messaggio ai suoi parrocchiani dell’Unità Pastorale?
Di continuare il cammino che abbiamo iniziato, di avere fiducia anche nei nuovi sacerdoti che arrivano, di essere loro accanto, di aiutarli ad entrare in questa realtà che per loro è sicuramente nuova. E poi di avere tanta fiducia che il Signore comunque non ci lascia da soli. Come ho detto alla celebrazione di domenica, siamo lontani fisicamente ma nel Signore siamo comunque sempre accanto e quindi ci terremo sempre in contatto.
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