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Pubblicato il 01-03-2021 19:00
in Attualità | Visto 6.660 volte

La città che muore

Un’analisi dell’inesorabile declino demografico di Bassano. Intervista a Maria Letizia Tanturri (Università di Padova)

La città che muore

Foto Mirco Vettore

I dati aggiornati del Comune non lasciano spazio a grandi interpretazioni. Bassano, se non cambieranno le curve demografiche, è una città che lentamente muore. L’Annuario del Comune è fermo al 2018 ma alcune macro tendenze sono comunque ben analizzabili mettendo insieme diverse fonti e soprattutto gli ultimi numeri “grezzi” riguardanti le nascite cittadine nel 2020. La natalità e la demografia sono cose serie, serissime, perché stanno alla base del futuro economico di un Paese, nel nostro caso del futuro dell’ottava città del Veneto. L’amministrazione comunale guidata da Elena Pavan è particolarmente sensibile alla questione, nelle scorse settimane ha anche presentato una sorta kit di “benvenuto al mondo” del valore di 100 euro da spendere in prodotti per i neonati. Ma come ci spiega Maria Letizia Tanturri, bassanese di adozione e demografa dell’Università di Padova, i numeri sono purtroppo impietosi per il futuro di Bassano. Non c’è evidentemente ancora un rischio di spopolamento ma nei prossimi anni avremo una città sempre più vecchia e soprattutto verranno letteralmente “falcidiate” le scuole elementari per mancanza di bambini.

Che lettura si può dare ai dati relativi alla natalità del 2019 e soprattutto del 2020?
La natalità è ormai in calo da anni a Bassano come nel resto d’Italia (tab.1 ). In particolare colpisce la diminuzione del numero di nati nell’ultimo decennio: 110 nati in meno, con una riduzione percentuale che sfiora il 30%. Questo calo è determinato dall’effetto congiunto di due dinamiche diverse, entrambe con effetto negativo sulle nascite: diminuisce la propensione ad avere figli delle coppie (la fecondità), e diminuisce inesorabilmente anche il numero delle donne in età fertile (convenzionalmente da 15 a 49 anni), le potenziali madri. Sul primo aspetto le politiche di sostegno possono avere un ruolo importante per far riprendere la fecondità, mentre la seconda dinamica è ormai innescata e nel breve periodo non possiamo più arrestarla. Come si nota, infatti, a Bassano nel 2020 è diminuito in modo evidente il numero di donne di età fertile (-1236 potenziali madri in meno dal 2010 al 2020, con una riduzione del 13%): mano man che passa il tempo, infatti, le coorti più numerose nate durante il baby boom escono dall’età riproduttiva e lasciano il posto alle coorti più giovani, meno numerose perché nate durante gli anni 80-90 caratterizzati già dal calo demografico.

Tab. 1 Numero di potenziali madri e di nati, tasso di fecondità generale. Anni 2000, 2010, 2020 e stime per il 2030.


200020102020Stimati 2030
potenziali madri (donne di età 15-49)9534987186397354
nati363382272234
tasso generico di fecondità
(nati per 1000 donne di età 15-49)
38,138,731,831,8


Da qui ai prossimi 10 anni cosa possiamo già prevedere?
Se noi ipotizzassimo di riuscire a contenere il calo della fecondità, immaginando che la propensione ad avere figli tra 10 anni sia pari a quella osservata nel 2020, nel 2030 registreremmo comunque una riduzione dei nati del 15%, dovuta alla contrazione del numero delle madri potenziali (-1285), contrazione di cui siamo certi perché sappiamo quante sono oggi le bambine tra 5 e 14 anni (1921), che sostituiranno nei prossimi 10 anni le donne che al 2020 hanno 40-49 anni (3206). In aggiunta, bisogna capire che effetto avrà l’epidemia sulla fecondità. Nel 2020 a Bassano le nascite si sono ridotte rispetto all’anno precedente del 3,2%, ma ovviamente solo le nascite di novembre e dicembre sono esiti di concepimenti avvenuti già durante l’epidemia.

Anche il Covid dunque avrà effetti sulla curva demografica bassanese?
Per valutarne pienamente gli effetti si dovranno attendere i dati del 2021. In genere nei periodi di shock (tipicamente guerre, epidemie ed eventi catastrofici in genere), le coppie riducono la fecondità. Va detto però che in genere a questa fase di contrazione, segue una fase successiva di boom e di recupero della fecondità rinviata. Il problema però è che la fecondità bassanese, ancor più di quella italiana e veneta, è molto ritardata: nel 2018 l’età media al parto era di 33,1 anni (addirittura 34,1 per le donne con cittadinanza italiana). Ci si chiede che spazi di recupero possano esserci per le donne che a quell’età rinviino ulteriormente la nascita di un figlio.

Sono tendenze che replicano le dinamiche del Paese?
L’Italia a partire dalla metà degli anni Settanta ha una fecondità al di sotto del livello di rimpiazzo, cioè dei 2,1 figli per donna che permetterebbero ad ogni coppia di lasciare in eredità alla popolazione un numero di figli sufficienti a rimpiazzare sé stessi. Il Veneto e Bassano seguono questa tendenza. Bassano nel 2018 ha un tasso di fecondità pari a 1.36, di poco superiore alla media italiana e in linea con i dati regionali (tab. 2). Si noti che il tasso sarebbe ancora più basso se si considerassero le sole donne con cittadinanza italiana (1,22 figli per donna). E’ interessante sottolineare il ruolo che assumono gli stranieri nella demografia bassanese.

Qual è il peso demografico dei “nuovi” bassanesi?
Senza il contributo degli stranieri ci sarebbe un terzo di nascite in meno: infatti, nel 2018 proveniva da coppie con almeno un genitore straniero un terzo dei nati. I nati stranieri perché da entrambi i genitori stranieri contano per il 16%. Inoltre, in linea con quanto è accaduto nei paesi del Nord Europa precedentemente, anche a Bassano si diffondono le convivenze, tanto che ormai è decisamente alta anche la quota di nati al di fuori del matrimonio, che sfiorano quasi il 40% delle nascite.

Tab. 2 Indicatori di fecondità: età media al parto e numero medio di figli per donna. Bassano del Grappa, Italia e Veneto (Anno 2018).

IndicatoriCittadinanza della madreTotale
Età media al partoItaliana - Straniera
Bassano del Grappa34,05 - 30,6633,10
Veneto (*)
Italia(*)
32,10
31,60
Bassano del Grappa34,05 - 30,6633,10


Con questi dati che proiezioni si possono fare nel lunghissimo termine, poniamo per esempio l’orizzonte dei 20 anni, per quanto riguardo la popolazione di Bassano?
Più che previsioni a lungo termine farei una riflessione su quanto sta avvenendo. A Bassano il saldo naturale è negativo da più di 20 anni; ossia i nati (compresi i nati stranieri) non riescono a bilanciare i morti. Se la popolazione è cresciuta è solo grazie all’immigrazione netta dagli altri comuni e dall’estero. Ormai da qualche anno il saldo migratorio pur positivo non è più sufficiente a compensare il saldo naturale negativo e la popolazione dopo una fase di sostanziale stallo dal 2013 al 2018, ha iniziato a decrescere. Al momento non siamo a rischio di spopolamento, ma la riduzione della popolazione è da sempre un segno di malessere demografico.

Parliamo della terza o della quarta età. Anche senza tabelle e grafici si nota, girando la città, una popolazione sempre più vecchia. Su questo segmento di popolazione che analisi si possono fare?
Più preoccupanti ancora sono le conseguenze dell’invecchiamento demografico, un vero tsunami grigio. Il processo di invecchiamento della popolazione è legato in parte allo straordinario aumento della sopravvivenza oltre i 70 anni (ora messa solo in parte in crisi dall’epidemia), in parte a decenni di bassa fecondità, e più recentemente a saldi migratori negativi o solo debolmente positivi per i giovani e gli adulti. Bassano quindi presenta una popolazione sempre più invecchiata, con un’età media di 46,6 anni. Nel 2020, un quarto dei bassanesi ha già compiuto i 65 anni. Il 9% ne ha più di 80. Su 100 giovani con meno di 15 anni ci sono quasi 200 anziani over 65. E queste percentuali aumenteranno ulteriormente nei prossimi 10 anni, quando le generazioni numerose dei baby boomers supereranno la soglia de 65 anni, ingrossando le fila della popolazione anziana. Gli squilibri tra le generazioni destano preoccupazione già oggi, ma si esacerberanno in futuro. Nel 2020 cento persone in età lavorativa (15-49) devono sostenere 60 persone: 40 anziani e 20 giovani. Questo vuol dire mettere a dura prova il sistema di welfare e le dinamiche di sostegno intergenerazionale. La velocità del cambiamento è impressionante: l’indice di dipendenza era pari a 44% nel 2000 e a 55% nel 2010. 

Con questi dati invece come sarà la popolazione delle scuole elementari, tra 10 o 20 anni?
Ogni anno all’apertura delle scuole, si scopre con sorpresa che gli iscritti diminuiscono. Non ci si allarma per le mancate nascite, ma sei anni dopo, ci si accorge che mancano gli alunni e si devono chiudere sezioni o addirittura scuole intere. Facciamo un esempio, ipotizzando che nelle scuole primarie bassanesi si iscrivano solo i nati a Bassano e che non ci siano stati movimenti migratori rilevanti negli ultimi cinque anni. A Bassano, a giugno 2021 i bimbi che termineranno la V elementare sono grossomodo i 382 bimbi nati del 2010. A settembre 2021 però si iscriveranno in prima elementare i bambini nati del 2015 che però sono solo 335. Quindi nel saldo tra bambini che entrano ed escono dalle primarie bassanesi, mancheranno all’appello circa 47 bambini. In un solo anno è possibile che due sezioni da 23-4 bambini debbano chiudere, o addirittura tre se sono sezioni da 15-16 bambini. E tutto questo in un solo anno.

“Stressando” ancora di più i dati che proiezioni si possono fare?
Ma ripetiamo l’esercizio per capire che cosa succederà quando i 382 bambini che entrano in prima quest’anno finiranno la primaria tra cinque anni. Questi bambini saranno rimpiazzati dai bimbi nati del 2020 (di cui conosciamo il numero senza fare previsioni) che sono appena 209. Tra cinque anni dunque mancheranno all’appello ben 126 bambini. Più di 6 classi da 20 in un anno saranno perdute, 7 classi da 18. La tendenza è inesorabile se non invertiamo la rotta e la fecondità resta così bassa. Ovviamente con ritardo questo si ripercuoterà anche alla scuola secondaria di primo grado e di secondo grado, anche se in quest’ultimo caso è possibile che l’aumento della scolarizzazione superiore compensi per qualche anno il calo demografico.

Situazione settembre 2021
Entrano in I elementareBimbi di 6 anni, nati del 2015335
Rimpiazzano i bimbi di  VBimbi di 11 anni, nati del 2010382
Differenza-47


Situazione settembre 2026
Entrano in I elementareBimbi di 6 anni, nati del 2020209
Rimpiazzano i bimbi di VBimbi di 11 anni, nati del 2015335
Differenza-126


In base ai suoi studi, dove l’allocazione di risorse influisce sulla natalità e sulla spinta di fare figli delle giovani coppie? 
La politica locale può sicuramente fare molto, anche se i budget sono limitati. I casi delle province autonome di Trento e Bolzano sono un esempio vicino a noi, in cui un mix di fattori concorre per determinare una fecondità addirittura superiore al livello medio europeo. Non è tanto il singolo intervento che conta, ma un sistema amico della famiglia e dei figli che riduce il costo economico e anche psicologico dell’avere figli. A questo concorrono interventi a favore della conciliazione e sostegno alla presenza femminile sul mercato del lavoro, servizi flessibili e orientati a dare risposte ai bisogni familiari (asili nido e tagesmutter), sconti per le famiglie numerose (abbonamenti, skipass, entrate al museo), assegni di natalità anche per il secondo e terzo anno di vita, la promozione sul territorio di tempi e spazi adeguati alla famiglia (l’organizzazione degli orari scolastici adeguati, servizi mensa, parchi, piste ciclabili, trasporti, spazi ricreativi sicuri). Addirittura a Trento hanno creato una certificazione di qualità per i comuni amici delle famiglie, che stanno pure esportando all’estero. Insomma, c’è una grande attenzione.

Difficile competere con le risorse delle regioni autonome…
Ma non si creda che solo le ricche province autonome siano in grado di mettere in campo simili iniziative. In ogni caso, le amministrazioni comunali possono fare molto per le famiglie con figli. Particolare attenzione va dedicata a tutta la normativa di tassazione e tariffazione comunale o delle aziende che in qualche modo dipendono dai Comuni. La Tari, l’accesso ai musei, gli abbonamenti agli autobus, l’accesso ai Nidi e alle scuole materne comunali. Sono molti dei servizi il cui pagamento potrebbe essere meglio modulato in modo da venire incontro alle famiglie con più figli minori. Si veda, ad esempio, il sistema di sconti per le famiglie messo in atto dell’ATM di Milano. Queste iniziative sono utili, perché basate su un concetto fondamentale: il Comune decide che parte della loro tassa rifiuti vada a carico della collettività (e quindi anche di chi non ha figli), riconoscendo così che i figli sono anche un bene comune. Un’altra iniziativa praticabile per le amministrazioni comunali è istituire all’interno del loro territorio una Carta Famiglia, mettendo in rete gli esercenti disposti a concedere uno sconto alle famiglie con due o più figli. Il “ritorno” per gli esercenti sarebbe sia a livello di immagine sia a livello di incremento del fatturato complessivo.
 

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