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Dal prof. Sergio Los un accorato e articolato intervento che mira a smuovere le coscienze sull'“incolto restauro del Ponte di Bassano”. “Un esempio di idiozia termo-industriale italiana, poi ricoperto di legno per i turisti”
Pubblicato il 25 gen 2020
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Sarà anche “Game Over”, come ho scritto in uno dei miei recenti articoli, ma il discusso restauro del Ponte di Bassano è ancora lì, pronto a fare da spunto al pensiero critico di chi si oppone alle soluzioni progettuali che hanno snaturato l'integrità architettonica del nostro monumento. È il caso - e non certamente da adesso - dell'architetto e professor Sergio Los, docente di Composizione Architettonica all'Università IUAV di Venezia, che ha da sempre concepito l'attuale intervento di ripristino e consolidamento del Ponte Vecchio come una grande occasione per recuperarne l'originaria struttura architettonica palladiana. È la tesi che dà origine a un suo accorato e articolato intervento trasmesso in redazione, nel quale l'architetto e docente universitario, con il suo colto e forbito linguaggio, elabora una sorta di “documento politico” che mette in relazione le scelte progettuali con il contesto politico, non solo locale, che le ha rese possibili.
Il testo del prof. Los non si limita infatti ad esporre le ragioni per le quali il restauro in atto viene da lui considerato “un complesso di errori conformi al modernismo del progetto high-tech”, “un restauro da cultura termo-industriale” e “una volontà di potenza dimostrata dall'acciaio inox, poi ricoperto di legno per i turisti”, ma allarga soprattutto il tiro sulla politica culturale nazionale che - come nel caso del Ponte - ha ceduto il passo al “moderno mostruoso liberismo coloniale” invece di promuovere “la cura intelligente delle nostre risorse”. Un contributo di pensiero appartenente alla categoria extra-strong, che divulghiamo volentieri.
Il prof. Sergio Los nella sua casa-studio di Bassano (foto Alessandro Tich)
Pubblichiamo di seguito, integralmente, l'intervento del prof. Sergio Los:
Sul ponte di Andrea Palladio a Bassano.
Un restauro anacronistico, incolto e inappropriato, come modernizzazione termo-industriale
Per le sue caratteristiche, il restauro del ponte di Andrea Palladio a Bassano del Grappa presentava la possibilità di evidenziare un complesso di problematiche che è raro trovare insieme, quindi costituiva un’opportunità per istanziare, con una pratica esemplare, diverse questioni riguardanti la cultura civica e architettonica. Di fronte alla straordinaria opportunità di mostrare, comunicandolo, il modo appropriato, politicamente giusto, di fare una buona politica culturale, il restauro del ponte esemplifica invece un complesso di errori commessi da una pratica culturale, che possiamo definire modernista e liberista, volta a rappresentare un caso di cattivo investimento del denaro pubblico, di lunghissimi tempi di realizzazione, di assente partecipazione pubblica alle decisioni amministrative e specialmente di pessimo restauro.
In Italia è in atto una ricomposizione del fronte politico, da una parte la posizione della cosiddetta sinistra, che è ordo-liberista, progressista e modernista, dall’altra la posizione della cosiddetta destra che è repubblicana e comunitarista, volta a proteggere l’identità culturale del nostro paese, sensibile ai pericoli del clima e dell’impatto ambientale causato dall’industrializzazione globale. La precedente amministrazione di sinistra ha compiuto molteplici errori conformi al modernismo del progetto high tech, che è giusto identificare per far comprendere una visione rispettosa del progetto palladiano, alternativa a quella degli amministratori che hanno male interpretato il loro specifico ruolo e quello della posizione politica che essi impersonano.
- L’intervento parte come la riparazione di un tubo che perde, di un ponte dissestato, invece che come la re-interpretazione della partitura di una poesia architettonica di valore mondiale, composta in Italia dal Palladio e incautamente affidata alla cura degli amministratori bassanesi dal 2014 al 2019.
- Una errata interpretazione dell'opera, del testo del ponte, rispetto al significato urbanistico che esso comunica, una ‘loggia urbana’ come luogo di incontri e non un mero funzionale trasferimento di persone e cose da una riva all’altra, da una città, Angarano, a un’altra città, Bassano, allora con due culture diverse legate a Verona l’una e a Padova l’altra.
- Una errata concezione del restauro, sia da parte dei progettisti che da parte degli storici, che trascura completamente il valore del trattato palladiano e del suo concetto di ‘partitura’, in analogia con la musica, ovvero il presente concetto filosofico di ‘allografia’ messo in luce ne I linguaggi dell’arte da Nelson Goodman, ossia del sistema di notazione dei linguaggi artistici, già riconosciuto anche da Vitruvio.
- Una ingenua elusione della regressione moderna, teorica e pratica della cultura architettonica, del suo coloniale imbarbarimento nell'internazionalizzare l’architettura e la città, dovuto alla loro reificazione e conseguente mercificazione. Una distrazione comprensibile forse per altre culture, incantate dal cinico progresso termo-industriale, ma inammissibile nella politica Italiana, data la sua straordinaria (extra-ordinaria, fuori dall’ordinario) presenza di monumenti architettonici e di città storiche.
È questo un errore teorico moderno di storici e progettisti che pesa nelle pratiche del restauro, ma anche in quelle dell’insegnamento universitario della composizione architettonica. È una pratica errata anche per le altre facoltà del mondo, che considera irreversibile quella disastrosa modernità che sta distruggendo la Terra, coi suoi intontiti abitanti che non la difendono. La politica culturale italiana ha una duplice responsabilità, nei confronti di questa generalizzata elusione del senso e del valore dell’ambiente simbolico per la responsabilità e consapevolezza morale degli umani. Da un parte, nei confronti del proprio eccezionale patrimonio monumentale, dall’altra, rispetto agli altri paesi proponendo soluzioni esemplari valide nei confronti di un progressismo ossessivo che non riconosce il valore della tradizione.
La moralità non è un problema di ordine pubblico, ma una questione politica di scelte trasparentemente responsabili di sopravvivenza, come oggi possiamo finalmente comprendere. La scelta delle forme di vita non può essere affidata alla libertà degli individui - in nome dei cosiddetti ‘diritti civili’ - come vogliono le liberal democrazie. L’auto-referenzialità individuale manca completamente di qualsiasi affidabilità morale e di responsabilità politica. Essa è la causa principale degli attuali dissesti climatici e geografici. Solo le discussioni aperte di comunità umane prudenti e riflessive (femmine e maschi) possono giungere a scelte ponderate capaci di fornire e pretendere ragioni accettabili. Con la densità territoriale dei suoi monumenti - dato il suo molto maggiore patrimonio di ‘letteratura architettonica’ presente sul patrio territorio - era l'Italia che avrebbe dovuto insegnarlo a quei meno dotati paesi.
Nell’aggiornata concezione della evoluzione, fondata sulla costruzione della nicchia, se pensiamo - e lo dobbiamo fare - alla presenza della nicchia simbolica per le generazioni che nascono nelle città storiche, con la rimozione del paradigma simbolico/linguistico dall'architettura, interpretandolo come stilistico, ovvero come se l'architettura fosse modernamente una disciplina con un approccio estetico, abbiamo trascurato una straordinaria (extra ordinaria, fuori dall'ordinario) risorsa culturale per affrontare il maggiore problema politico italiano, al quale proprio quel patrimonio monumentale, giustamente citato dall'articolo nove della Costituzione italiana, potrebbe avere un grande valore. L'Italia soffre - dopo la barbarica invasione napoleonica, che ha portato all'Unità - di una distorta unione, che la nostra italiana Costituzione ha cercato di correggere. Soffriamo di una grave mancanza del senso di reciproca appartenenza, che è basato sulla implicita iconoclastia della riforma europea contro la nostra cultura figurativa, cristiana e classica. Basta riflettere sulla razzistica rapina napoleonica delle cinque-seimila opere, considerate estetiche dall'invasore ma letteratura figurativa fondamentale in copia unica, per me e per gli italiani.
Il fatto che alcuni italiani abbiano creduto allora (e purtroppo anche adesso) a Napoleone, considerandolo addirittura il portatore di una civiltà nuova, ha originato quella condizione borderline di cui soffre il soggetto politico italiano, dagli anni della presunta unità nazionale. Questa è una riflessione fondamentale che l'Italia politica ha da fare, poiché è anche la causa di una divisione che continua a pesare sulla salute pubblica e sulla forza d'animo - così rapsodica - nel nostro paese. Da allora, gli italiani non riescono a mettere in comune, a considerare di condividere, il loro straordinario territorio come parte del linguaggio incorporato nella letteratura figurativa architettonica, civica, pittorica e scultorea, della loro tradizione culturale. Una identità che il moderno mostruoso liberismo coloniale cerca in tutti i modi di annientare, rendere niente, internazionalizzandolo. Come se fosse razzismo difendere l’identità culturale di una sovrana comunità politica.
L'Italia ha resistito negli anni del dopoguerra all'invadenza di questa ideologia liberista, sempre rappresentata da minuscole minoranze. Ma questa è purtroppo segretamente aumentata in modo invisibile, attraverso legami con paesi stranieri, imponendo all'Italia un disastroso ordo-liberismo competitivo che promette ricchezze assurde e finirà per far comprare le nostre irripetibili ricchezze, che nessuna meccanicistica modernità potrebbe rifare. Gli unici che potrebbero rifarle sono quegli artigiani italiani, falcidiati dal criminale ‘schianto’ finanziario del 2008, che sono certamente ostacolati ogni giorno dalle regole dell'Unione Europea, che ci vuole termo-industrializzare. Il caso della soluzione europea della crisi greca, per fortuna ci precede e manifesta a chi ha occhi per vedere il futuro dell'Italia, anche per il comune lodato senso di accoglienza reso impossibile dalla inaccoglienza europea. Posso accogliere migranti per l’Italia, ma non per la UE, come mostravano di fare le ONG.
Il ponte mostra proprio l’esempio visibile di un anacronistico restauro da cultura termo-industriale, l'ultima cosa di cui l'Italia aveva bisogno. Tutta quella volontà di potenza dimostrata dall'acciaio inox - impiegato per reggere qualcosa che con un po’ di intelligenza (come abbiamo pubblicamente dimostrato) poteva fare pure il legno (che rimanda alla crisi di Taranto e di altre vergognose rovine dell'idiozia termo-industriale italiana -, poi ricoperto di legno per i turisti. Questi turisti - pensano razzisticamente i nostri moderni sinistri costruttori - non si accorgeranno degli errori commessi nel restauro. I loro turisti forse no, ma i visitatori colti, che da questo restauro misurano lo stato culturale dell'Italia, si accorgono certamente dei culturalmente rozzi politici che lo hanno guidato. Se l’Italia non è prima nella cura intelligente di risorse, delle quali gli altri paesi non dispongono, per inseguire invece le puttanate moderne che i cambi climatici interromperanno presto, non potrà fare molta strada. Se non dovessimo interrompere e correggere quelle forme di vita che producono le emergenze climatiche non vi sarà nessuno a proseguire questa irresponsabile corsa contro la Terra.
Questo discorso impegna l'amministrazione nuova non solo nei confronti del ponte, ma anche del centro storico e del futuro urbanistico della città, che dovrebbe essere difeso dall'assalto di quegli inurbati liberisti modernisti contro i cittadini che è proprio il multi-culturalismo con la sua implicita tolleranza e l'insopportabile decadenza della nostra cultura, la sua dissociazione e moltiplicazione. Possiamo tollerare un multi-economicismo, condividendo una comune identità culturale, ma non una unica condivisa vergognosa credenza nell'economia mercantile e tanti stili culturali, tanti linguaggi, così finalmente - come già sta accadendo - non ci comprenderemo più e, reciprocamente tolleranti, smetteremo anche di parlarci.
Sergio Los
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