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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Tra il sacro e punk, raccontando gli Estra
Venerdì 20 giugno, alla Libreria Palazzo Roberti, la presentazione del libro di Simone Gobbo dedicato alla band. A corredo, la nostra intervista a Giulio Casale
Pubblicato il 28 giu 2025
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Venerdì 20 giugno, la Libreria Palazzo Roberti ha accolto l’arrivo dell’estate e dato appuntamento a settembre per gli incontri con gli autori con una presentazione-concerto, ospiti gli Estra.
Nell’occasione si è parlato del libro Il sacro e il punk con il suo autore, Simone Gobbo, e alcuni membri del gruppo: Giulio Casale, Abe (Alberto) Salvadori, Accio (Nicola) Ghedin.
A moderare l'incontro è stato invitato Marco Olivotto, da molti definito “il quinto Estra” per la sua vicinanza affettiva e produttiva al gruppo, con lui il libraio Francesco Nicolli.
gli Estra quasi al completo alla Libreria Palazzo Roberti, con Simone Gobbo, Marco Olivotto e Francesco Nicolli (foto Mauro Spigarolo)
Il sacro e il punk è la terza pubblicazione di Gobbo, architetto e docente appassionato di musica, da sempre fan degli Estra, che tra le altre cose ha assistito passo passo la realizzazione dell’ultimo disco in ordine di tempo della band. Segue Fuori registro, “un album punk composto in forma di libro”, così è etichettato, e L’innocenza del muro, uscito nel 2020, entrambi editi da Quodlibet.
Il sacro e il punk è rientrato all’interno della straordinaria operazione di crowdfunding ospitata nel 2023 dalla piattaforma “Produzioni dal basso”, che ha consentito la realizzazione dell’album gli anni venti, di cui abbiamo parlato qui shorturl.at/XZnet e narra la trentennale storia della band trevigiana, nata all’inizio degli anni Novanta, affiancati poi anche progetti da solisti, nel 2015 quello che sembrava essere l’ultimo concerto assieme invece da un paio d’anni ritornata pubblicamente in attività. Lo scorso ottobre, gli Estra hanno aperto il nuovo calendario di concerti a Rosà, invitati sul palco del Teatro Montegrappa dai soci di Uglydogs (shorturl.at/G7A4K).
Non c’è solo la storia del gruppo musicale al centro della pubblicazione, che porta in copertina la stessa foto dell’album, scattata da Olivotto in un ballo di circostanze fortuite di quelle che accadono a una ragazzina della sua famiglia nata nel 2015. La carriera della band è raccontata anche attraverso testimonianze e fotografie, in parallelo fornendo voce alle emozioni dell’ascoltatore, e offrendo nel contempo uno spaccato del mondo musicale e non negli ultimi trent’anni, descritto dai testi poetici e filosofici di Giulio Casale, autore di alcune tra le pagine più intense del rock indipendente italiano. In questi giorni su Youtube è uscito anche un docufilm titolato “Il risveglio” che narra la storia degli Estra, a cura di Cristiano Lucidi.
L’incontro nel giardino di Palazzo Roberti si è concluso con un bel momento in musica, imbracciate le chitarre Casale e Salvadori.
Rivolgiamo in appendice qualche domanda al primo, da sempre frontman e anima degli Estra. Il tu perché risale al 2010 la nostra prima intervista, presente nell’archivio di Bassanonet, dedicata al libro: Intanto corro.
“Bologna, Firenze, Torino, Milano… forse le grandi piazze ci regaleranno qualche sorpresa, chissà”. È uno stralcio dell’ultima intervista che ci hai rilasciato. Le sorprese ci sono state?
A Torino in negativo, quello di Milano è stato forse il più bel concerto legato a gli anni venti. Dal vivo presentiamo tutto il disco, in un unico flusso. A Milano il pubblico cantava proprio le canzoni del nuovo album, mentre agli altri concerti conosceva di più i pezzi vecchi degli Estra. Bellissimo anche per questo il palco di Milano, che accoglie sempre in realtà pubblico proveniente da tutta la Lombardia e oltre, Milano è una città accentratrice.
Per approfondire, guardando ai meccanismi del mercato attuale, in particolare quello delle vendite di dischi e dei concerti: viviamo in un mondo governato dai barcode, tutte le informazioni sono racchiuse lì, in un linguaggio codificato; in ogni settore legato all’economia prosperano ormai solo i medio-grandi, chi accetta il sistema strutturato così com’è. Nel piccolo, nella nicchia, ambito a cui apparteniamo, vi è l’esempio uguale e contrario: lì viene riconosciuta maggiormente la qualità, perché sei sottratto ai meccanismi che governano il grande mercato (pensiamo in altri settori al piccolo produttore di vino, o di olio, che prospera se produce eccellenza e quindi vive di fama, di prestigio). Un mercato dove è obbligatorio per esserci avere agganciato un barcode, dove non si può stare fuori dalle logiche di certi meccanismi, in cui è così determinante la comunicazione, con i suoi messaggi bombardanti e distorti, è una dittatura.
A quale ascoltatore si rivolge, oggi, la musica degli Estra?
A chi non si accontenta. Vi è ancora una grande difficoltà a raggiungere questo pubblico, a fare conoscere il nostro lavoro, la nostra proposta, perché tutti viviamo ormai solo di grandi notizie: si parla solo di nomi noti, la grande comunicazione si occupa di grandi cifre, di grandi eventi. Come minimo devi riempire il Forum di Milano prima di essere degno di nota, un gruppo che faccia 1000-2000 paganti a sera non può fare notizia. Difficile uscire dalla bolla, nonostante un pubblico di affezionati che segue tantissimo, le ottime recensioni in riviste online… Ma non vi è la notizia, quindi manca una visibilità oggigiorno determinante.
Siamo a conoscenza che tante persone, frequentatori dei nostri concerti negli anni Novanta, non sappiano del ritorno degli Estra: l’algoritmo che governa l’informazione non lo fa circolare. Sarebbe interessante, molto, se ci scoprisse un ventenne, o un trentenne, da lì si aprirebbero mondi nuovi, perché il rock da pochi anni è tornato a essere molto apprezzato nella sua estetica, pensiamo ai Måneskin e altri. Ci sono per la prima volta tantissimi giovani che stanno scoprendo i Led Zeppelin, gli Who, gruppi storici di valore, e di conseguenza, quando intravvedono qualcuno che nel contemporaneo ha quell'approccio all’espressione artistica se ne invaghiscono. Potrei portare diversi esempi: Manuel Agnelli riunisce gli Afterhours e avrà tanti venticinquenni che andranno a scoprire la band dopo avere seguito X Factor, lì conosceranno la vera, storica proposta artistica di Agnelli e del suo gruppo – gli Afterhours fanno musica molto dura, in genere poco conciliante, potremmo dire.
La musica, con altre cose – forse anche il pensiero – definibili “indipendenti” non esistono più, hai dichiarato nel corso dell’incontro. In massa, abbiamo scelto la dipendenza, ciascuno le proprie, dunque. Nessun “sacro”, niente “punk”.
“Sacro” e “punk” sicuramente ci sono in giro, il fatto è che la gente non lo sa. Si trovano nel cinema, nell’editoria, in altri ambiti espressivi gesti di rottura molto importanti. Essendo appunto “di rottura”, il sistema o li ingloba, facendoli diventare fenomeni da mainstream, o nella maggioranza assoluta dei casi, non occupandosene, lascia il fermento che generano spegnersi da sé. In realtà è pieno di gente che rifiuta il mercato, i meccanismi della grande distribuzione, il cibo industriale… Esistono tantissime esperienze di questo tipo, ma non potranno entrare in circolo, perché non saranno “dette”.
Abbiamo intorno fior fior di poeti, penso a Simone Cattaneo, morto suicida nel 2009: un poeta di una dirompenza, di una visione ferocissima e dolcissima del mondo. Meritava ogni riconoscimento e invece è rimasto ai margini della notorietà. Penso a Vitaliano Trevisan, e noto ricorra che siano persone che si fanno del male. Al di là dei casi personali, purtroppo allo scontro con il sistema ci rimetti solo tu. Trevisan con il cinema sarebbe potuto arrivare davvero a tantissime persone. C’era un carattere non facile con cui fare i conti, certo, ma stiamo parlando della qualità dell’opera, che era dirompente: Works è un libro devastante, se ci occupiamo anche solo di questo territorio, visto che siamo su Bassanonet.
Comporterebbe un lungo discorso, guardare in faccia i nuovi anni Venti. Del resto, nelle canzoni dell’album l’avete già fatto. Ci fosse la possibilità di inserire una traccia nuova, un inedito? Patreon sta chiudendo, hai annunciato.
Patreon sta chiudendo, dopo cinque anni. Contiene ben 170 pezzi scritti, prodotti, arrangiati dall’inizio alla fine, con un lunghissimo lavoro di studio dietro e dentro. Un lavoro estenuante, ma in ogni ciclo si arriva a una conclusione, tutto ha un inizio e una fine, almeno così sembra – infatti con gli Estra avevamo già finito. Ma di fronte a una grande richiesta, all’amore, a un riconoscimento percepito, anche solo per gratitudine ti metti al lavoro, e così è stato. Il crowdfunding attivato per l’occasione ha avuto del resto un andamento strabiliante, ha rivelato che c’erano tante persone disposte a commuoversi, “a muoversi insieme” di fronte a quella prospettiva, ci hanno dato la benzina necessaria.
Tornando ai lavori dell’archivio di Patreon: sono considerato uno strano, contraddittorio essere umano, oltre che artista; certo i linguaggi che pratico sono diversi, quello del teatro, quello della narrativa, e a volte si creano delle commistioni o altrimenti dei percorsi a sé stanti, ma la mia impostazione generale è talmente coerente che potrei scegliere tra decine dei titoli pubblicati per aggiungerne uno a gli anni venti. C’è per esempio una canzone delicatissima, Gentilezza, dove si parla della grande assente della nostra epoca. Gentilezza intesa anche come tenerezza, delicatezza, compassione, apertura, ascolto… L’egoismo e il qualunquismo imperanti sono innanzitutto delle maschere della brutalità. Vi è una spinta forte nell’odierno ad arroccarsi nei propri bisogni, a guardare per primi i tuoi santi problemi, da quelli economici a, prima ancora, quelli di salute – è una grande emergenza, quella della salute psichica degli individui. Cohen, Dylan, Nick Cave, c’è tutto il mio Pantheon nel mio Patreon, oltre ai titoli miei.
A breve pubblicherò pezzi di Cohen e di David Sylvian arrangiati e tradotti, quindi non cover, ma realizzati ripensato tutto: quella di Cohen è una canzone molto dura, molto rock, si intitola First We Take Manhattan tradotta da me in Per noi era Milano (nel mondo della musica, poi c’è la scena romana, ma la grande città della musica per noi era Milano).
“…ma quello di cui avrei bisogno non si trova in questa aurora”, cantavate giovani negli anni Novanta. La sete di infinito. I giovani cantano ancora questa canzone antica o gli orizzonti si sono schermati?
Sì, hanno degli orizzonti, e faticosamente li cercano, anche informandosi online. Quello che mi spaventa, che vedo in molti di loro, è il conformismo, cioè l’accettare abbastanza supinamente che il sistema sia questo, che si debba uniformarsi, e lo studio sia dedicato ad approfittarne. Mi preoccupano quelli che non cercano l’infinito ma il finito, e casomai provano ad adeguarvicisi. Devono vivere qui e ora, ma senza l’utopia dentro, vivi una vita a metà. Nonostante sia “santo” cercare di sopravvivere, se non hai dentro un altrove… “quello di cui avrei bisogno non si trova…”, ma almeno cercalo, sognalo. Cambia il tuo modo di andare nel mondo, se stai cercando quel posto, che ti rispecchia di più. Altrimenti è tutto un po’ più povero, e soprattutto c’è diretta la conseguenza, deteriore, di provare a profittarne, fino ad avere atteggiamenti quasi criminaloidi. Se vale tutto, se l’unica cosa che conta e rimane è avere successo, soldi, fama, allora sei disposto a tutto per arrivare a quello che ci insegnano essere l’unico traguardo: essere vincente. Ogni narrazione odierna è una storia di vincenti, poi si passa alla cronaca nera, piena di disastri. Ci si sta assuefacendo a tutto. Continuo a ripetere fra le altre una frase di Pier Paolo Pasolini, che diceva: “dobbiamo insegnare ai nostri figli il valore della sconfitta”. Il fallimento fa parte della crescita. Lo sport, penso in particolare al tennis, è una grande metafora di tutto ciò. Del resto è il mondo che abbiamo lasciato noi, invitando i giovani da subito ad adeguarsi senza lasciare loro il tempo di individuarsi, di diventare prima individui.
Un nuovo progetto in solitaria?
Ho tantissimo materiale a disposizione, dalla musica, agli spettacoli per i teatri, alla poesia, alla diaristica. Su quest’ultima: nessuna rabbia, conosco molto bene, per conoscenza diretta, l’industria culturale italiana, e affermo con chiarezza e una giusta dose di durezza che meriteremmo di ricevere un'offerta più accurata da “quelli bravi”. A loro mi rivolgo principalmente: case editrici o programmi televisivi che abdicano alla loro funzione primaria di portare al grande pubblico l’eccellenza culturale di questo Paese, il tutto barattato col vincere facile. Un autoconvincimento strumentale il loro, da ormai troppo tempo indirizzati e indirizzanti a fare i numeri solo con i numeri uno, o meglio, con il già noto che non richiede neanche l’impegno di un atto di interesse e di conoscenza, la fatica di una presentazione.
In campo teatrale, ci sono dei miei lavori che alcune produzioni potrebbero da subito mettere o rimettere in circolo, ma si tratterebbe comunque della prospettiva generalizzata di realizzare una ventina di serate l’anno, perché ormai funziona così. Vale lo stesso, in parallelo, per il mondo della musica, per quello dei libri: ci si chiede sempre di più se ne valga la pena. Si producono troppi spettacoli, troppo cinema, troppa musica, troppi libri, tutto è in overload. Ogni giorno escono 40 000 pezzi su Spotify: come si fa, ad avere un ascolto attento? Tra l’altro, quando la prassi degli utenti più giovani è diventata quella di saltare da un pezzo all’altro ogni dieci secondi.
A fare la differenza è la qualità delle cose che fai. Mi chiedo quale di questi media approfondire ancora fino in fondo e "pubblicamente", tra i linguaggi ciascuno diverso che pratico, e il senso che avrebbe farlo. Vivo sulla mia stessa pelle la contraddizione in cui siamo immersi.
Tornando agli Estra, come si diceva all’incontro in Libreria, sono una contraddizione nei fatti: una band sconosciuta al grande pubblico che fa concerti con migliaia di paganti, è o non è una contraddizione?
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