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Dimenticatevi le statuine di Capodimonte. Quelle finissime figure di porcellana che trasformano Betlemme, nella raffigurazione dei presepi, in una sfarzosa e luccicante Las Vegas del Natale. Qui siamo davanti a dei presepi poveri, sobri, essenziali: ma proprio per questo molto più vicini alla vera e autentica atmosfera della Natività.
Perché si tratta di presepi popolari, sincera espressione di una religiosità coltivata dentro i muri delle case e nei cuori nelle famiglie.
Vale davvero la pena fare un salto alla Chiesetta dell'Angelo a Bassano, nei pomeriggi dei fine settimana (da venerdì a domenica e dalle 15 alle 19) e fino al prossimo 7 gennaio.
Foto Alessandro Tich
Non costa nulla (l'ingresso è libero) e si passa qualche minuto di interessante arricchimento culturale. A darci l'occasione di scoprire cose nuove sulle tradizioni locali di questo nostro Bel Paese che rimane sempre un inesauribile pozzo di suggestioni, di curiosità e di sorprese è la mostra “I 'Macachi' di Albisola - Duecento anni di presepe popolare ligure”, di cui la nostra sempre brava e puntuale Laura Vicenzi ha già fornito un'anticipazione nel canale Cultura di Bassanonet.
I “Macachi” sono i particolari personaggi che da più di due secoli caratterizzano i presepi del territorio delle Albisole, ovvero Albissola Marina e Albisola Superiore in provincia di Savona, dove il terreno vicino al mare si è costituito su un fondo di argilla particolarmente adatta per fare pentolame e stoviglie. E proprio la produzione di pignatte e stoviglie di terracotta è stato il lavoro, tramandato tra le generazioni, di moltissime famiglie di “tornianti” dalla fine del Settecento fino agli anni '60 del secolo scorso.
E siccome in famiglia, quando hai la materia prima, non si butta via niente ecco che dai primi anni dell'Ottocento - accanto ai tornitori del vasellame e agli addetti alle fornaci - si è creata da quelle parti una nuova attività femminile: quella delle “figurinaie”.
Nonne, madri, sorelle e figlie che raccoglievano gli scarti di argilla avanzati dalle lavorazioni, li rimaneggiavano come pasta di pane e li riutilizzavano per formare le figurine del presepio popolare. Erano le “contro-figure” della grande tradizione storica del presepe ligure, realizzato soprattutto in pietra o in legno, create a stampo oppure a stecca: statuine dalle forme primitive, dalle espressioni fisse e imbambolate, anche goffe e approssimative nei lineamenti. Al punto che i ceramisti professionisti dell'epoca le avevano appunto chiamate, con un certo disprezzo, “Macachi”. Ma anche figurine cariche del sentimento e della fede di chi artista non si sentiva affatto e che realizzava per venderle e rendere un po' meno povere le festività natalizie.
Oggi quel piccolo mondo antico è del tutto scomparso, ma ci sono associazioni e istituzioni scolastiche - come “Macachi Lab”, “La Fornace” e la Scuola Comunale di Ceramica di Albisola Superiore - che hanno ripreso la tradizione e la produzione dei “Macachi” in chiave contemporanea.
Tutto questo è rappresentato nella selezione di presepi, realizzati di un arco di tempo di due secoli, esposta nella mostra in Chiesetta dell'Angelo e ottimamente curata dalla professoressa Flavia Casagranda. Cambiano le interpretazioni del presepe popolare a seconda del periodo, ma non gli elementi fondamentali.
Tra questi, l'originale commistione della Sacra Famiglia e delle altre figure tradizionali della Natività con altri personaggi della tradizione locale ma anche della fantasia popolare. E in uno dei presepi esposti, quello immortalato nella foto di questo articolo, compare persino una pastorella con le sembianze di Cappuccetto Rosso.
Un mondo umile, sommerso e circoscritto, alla sua epoca, ora riscoperto per merito del nuovo impulso e della rinomanza degli artistici ceramici operanti alle Albisole nel secondo dopoguerra, tra i quali Arturo Martini.
Ci occupiamo della mostra dei “Macachi” tra i nostri temi di attualità perché è cosa buona e giusta che Bassano del Grappa promuova ed organizzi iniziative di questo tipo. L'esposizione gode infatti del patrocinio congiunto del Comune di Bassano e del Comune di Albissola Marina, entrambi aderenti all'Associazione Italiana Città della Ceramica. L'associazione, nata nel 1999, include solo i Comuni italiani di “antica tradizione ceramica” (36 in tutto) e si pone l'obiettivo di tutelare e valorizzare la ceramica artistica e artigianale italiana. Oltre alle due Albisole ne fanno parte appunto Bassano del Grappa e Nove, assieme ad altre “capitali” della ceramica nazionale come ad esempio Caltagirone, Faenza, Deruta, Orvieto o Montelupo Fiorentino.
Ed è cosa buona e giusta dedicare tempo e spazio a questo tema perché una delle anime indiscutibilmente rappresentative di Bassano è proprio quello di città della ceramica.
Un tratto distintivo della “bassanesità” che dovrebbe giocare un ruolo di primo piano nella costruzione della cosiddetta identità d'area per sviluppare l'attrattività del territorio in chiave culturale e quindi turistica. Tuttavia, negli ultimi anni, il binomio Bassano-ceramica sta rischiando sempre più di finire nel dimenticatoio, con il diminuire delle autentiche botteghe ceramiche artigiane e con un marketing territoriale in via di formazione che predilige la messa in evidenza di altri settori di rilevanza turistica (enogastronomico in primis), più o meno di eccellenza.
Ben vengano dunque mostre di iniziativa pubblica come quella dei presepi popolari liguri, finalizzata a promuovere la conoscenza e il confronto reciproco su una tradizione artigianale che è parte integrale anche della nostra storia.
Alle quali si affiancano i nuovi impulsi di iniziativa privata - come ad esempio l'attività del gruppo di lavoro “Lampi Creativi” -, fautori e realizzatori di interessanti progetti per il rilancio e la valorizzazione contemporanea della tradizione ceramica bassanese e della cultura della ceramica in generale.
Che siano i “Macachi” della Liguria oppure i “Cuchi” di Bassano e Nove, gli oggetti della ceramica popolare appartengono a pieno titolo a un patrimonio materiale che assieme alle opere dei grandi artisti e caposcuola e accanto alla stessa produzione in serie rappresenta l'espressione più genuina della tradizione e della laboriosità creativa di questi territori. Della quale, coniugando il nostro orgoglio identitario sia al passato che al presente, dobbiamo ritornare ad accorgerci.
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