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Politica e potenza nell’economia globale
Guerra in Iran, shock economici, disordine internazionale, Unione Europea. Intervista a Daniele Pasquinucci, storico delle relazioni internazionali (Università Siena)
Pubblicato il 27 mar 2026
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In queste ore gli Stati Uniti stanno pianificando un’operazione di terra in Iran, boots on the ground, elevando di un altro scalino il livello di escalation del conflitto nel Golfo. Se così fosse, l’orizzonte di tempo della guerra dalle settimane sembra sfumare verso i mesi con contorni assai incerti. Gli scenari di previsione economica per il 2026 e i corsi dei prezzi energetici potrebbero cambiare radicalmente in negativo rispetto alle analisi di solo qualche giorno fa. Un conflitto di terra tra Stati Uniti-Israele-Iran rischia di innescare effetti economici e strategici non pienamente prevedibili e accelerare ancora di più, se possibile, il riassetto delle relazioni internazionali a cui stiamo assistendo dall’inizio del secondo mandato Trump.
La politica delle potenze è ritornata prepotentemente a delineare il nuovo corso dell’economia mondiale, altro che libero mercato.
In esclusiva per Bassanonet.it Daniele Pasquinucci, ordinario di Storia delle Relazioni internazionali presso l’Università di Siena, mette in fila i vari passaggi che stanno segnando la politica globale a partire dalla guerra in Medioriente.
Un mondo in cui l'economia è sempre più influenzata dalle strategie delle superpotenze.
Qual è la sua visione di quello che sta succedendo a livello internazionale?
«La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è l’ennesima manifestazione di una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale. Gli attori coinvolti sembrano oggi operare in un contesto, da essi stessi in parte creato, in cui il rischio è diventato un fattore accettabile nella politica internazionale. Questo innesta una dinamica di interazione strategica sempre meno stabile, in cui l’escalation non è necessariamente voluta, ma diventa più probabile per effetto di calcoli imperfetti, errori di percezione o pressioni interne. In altre parole, il problema non è solo ciò che gli attori intendono fare (anche perché non sempre essi stessi sembrano avere piani chiari), ma il fatto che il sistema nel suo complesso è meno capace di assorbire e contenere le crisi».
Il conflitto si inserisce in una più ampia transizione del ranking delle potenze globali ormai da tempo in corso.
«Si va verso un sistema internazionale frammentato, caratterizzato da una pluralità di centri di potere e da una riduzione dell’efficacia dei meccanismi di governance globale. I quali peraltro vengono sistematicamente messi in discussione dalle principali potenze. Il Medio Oriente torna così a essere non solo un teatro di crisi, ma un laboratorio di questa nuova fase, in cui dimensione regionale e competizione tra grandi potenze tendono a sovrapporsi. La vera incognita non riguarda tanto l’eventuale allargamento immediato del conflitto, quanto la sua capacità di innescare effetti a catena difficilmente controllabili. È in questa combinazione di elevata interdipendenza, bassa prevedibilità, crescente tolleranza del rischio e – va aggiunto – sostanziale indifferenza verso le regole della comunità internazionale, che risiede la pericolosità della fase attuale».
Una comunità internazionale svuotata di ogni meccanismo di regolazione delle controversie, senza limiti di intervento militare, riporta indietro le lancette della storia di più di 100 anni.
«Ciò a cui assistiamo oggi è una fase di conflitto che ha il potenziale di trasformarsi in qualcosa di più ampio: non necessariamente una guerra “mondiale” nel senso tradizionale, ma certamente un conflitto con impatti transregionali, che investono sicurezza, economia globale e sistemi di alleanze. Sono ambiti che includono l’instabilità energetica, le crisi alimentari, gli spostamenti di popolazioni e le pressioni politiche su governi occidentali, ossia fenomeni che non sono affatto potenziali ma già in corso di svolgimento e che perciò mostrano come il conflitto sia già, di fatto, un evento di portata globale. In sintesi, siamo di fronte all’ulteriore espressione di un processo di instabilità sistemica già avviato, in cui tensioni storiche, rivalità regionali e calcoli strategici globali si intrecciano, con un rischio concreto di estensione incontrollata se non si apriranno percorsi diplomatici credibili e multilaterali. Credo che la risposta internazionale a questa crisi definirà in larga misura gli equilibri dei prossimi anni».
Gli Stati dell’Unione Europea riusciranno a mantenere una posizione unitaria rispetto all’escalation militare e soprattutto alle possibili richieste di supporto da parte degli americani?
«L’unitarietà è nella critica, più o meno esplicita, indirizzata a Washington per la mancata consultazione degli alleati europei prima dell’attacco, per la scarsa chiarezza degli obiettivi e dei piani per la regione una volta conclusa la guerra. Allo stesso tempo, è complicato dire che ci sia una posizione realmente unitaria. Molte cancellerie sfoggiano un certo equilibrismo, che non aiuta a trovare una soluzione che ponga fine al conflitto. Certo, non è questo il caso della Spagna, che non può essere accusata di ambiguità (né di timore di irritare il presidente americano…), vista la risoluta condanna espressa dal primo ministro Pedro Sánchez nei confronti dell’iniziativa militare condotta da Israele e Stati Uniti».
Mentre…
«Diverso è il caso del cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha dichiarato che se Berlino fosse stata consultata prima dell’attacco all’Iran lo avrebbe sconsigliato. Ma poi ha sempre evitato di esprimersi chiaramente sulla legalità della guerra. È significativo che, due giorni fa, il presidente della Repubblica federale tedesca, Frank-Walter Steinmeier, abbia invece dichiarato senza giri di parole che il conflitto in Iran è “un errore disastroso”. Emmanuel Macron ha attribuito la responsabilità del conflitto all’Iran ma, contrariamente a Merz, ha affermato chiaramente che la decisione di attaccare Teheran è in contrasto con il diritto internazionale. Insomma, siamo di fronte all’abituale cacofonia degli Stati europei privi di una effettiva politica estera e di difesa comune, e per questo destinati a fare i conti con una limitata possibilità di incidere nella politica internazionale. Ovviamente, ciò rende difficile rispondere in modo unitario anche alle richieste di supporto da parte degli Stati Uniti».
Qual è la posizione realistica che potranno prendere l’Unione e i grandi Stati membri rispetto agli eventi del Golfo?
«Per quanto possa forse apparire paradossale, vista l’attuale situazione internazionale, il realismo in questo caso deve (dovrebbe) manifestarsi tornando alle fondamenta dell’Unione Europea, alla sua stessa raison d’être: la difesa e la promozione del multilateralismo, del diritto internazionale, del dialogo, della diplomazia. Questo può apparire, oggi, del tutto utopistico. Ma è precisamente in questi momenti che occorre tenere la barra dritta. L’UE ribadisce spesso la propria volontà di promuovere un ordine internazionale fondato su regole, inclusi principi centrali come la sovranità nazionale e l’integrità territoriale: lo ha fatto con forza in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina. In una fase in cui l’Europa è impegnata a diversificare le proprie relazioni internazionali, anche alla luce dell’evoluzione della politica estera americana, affidabilità e prevedibilità rappresentano risorse sempre più cruciali nello scenario globale. Si tratta di risorse che l’UE non può permettersi di mettere in discussione».
Siamo ormai dentro a quella che Papa Francesco lucidamente chiamava III guerra mondiale a pezzi: siamo nell’ultimo pezzo o ci sono altre possibili faglie di destabilizzazione?
«Il punto determinante, e che suscita preoccupazione, è la proliferazione di conflitti, di intensità e rilevanza diverse, tutti volti, in un modo o nell’altro, a rimodellare regioni e aree cruciali del mondo. Alcuni di questi conflitti sono già aperti e di vasta portata: quello in Iran, da cui siamo partiti nel nostro dialogo, sta concentrando l’attenzione degli studiosi, degli analisti e dell’opinione pubblica. Ma naturalmente nessuno dimentica l’invasione russa in Ucraina, né la guerra scatenata dall’orrenda carneficina perpetrata da Hamas il 7 ottobre 2023 che ha provocato la durissima risposta israeliana. Altre crisi si sviluppano in maniera magari meno visibile: le strategie geopolitiche di Cina, India e Turchia, così come le ingerenze esterne in Africa, contribuiscono ad alimentare tensioni internazionali e guerriglie locali, capaci però di diffondersi ben oltre i confini in cui avvengono. Un’escalation dello scontro tra Pakistan e Afghanistan potrebbe portare a un coinvolgimento cinese o russo, sebbene oggi né Mosca né Pechino appaiano intenzionati a fare quel passo. La frammentazione dei conflitti e la loro interconnessione ci dovrebbero far capire che non esistono più “fronti” isolati: ogni crisi locale può avere effetti globali, e la stabilità internazionale dipende sempre più dalla capacità degli attori globali di gestire un mondo in cui le faglie di instabilità si moltiplicano e si intrecciano».
Prima il Venezuela, poi l’Iran: quali sono i limiti, se ci sono, di Donald Trump rispetto ai rischi di un disordine globale che ormai è una somma di conflitti ingovernabile?
«I limiti che incontra un’azione politica sono dati anche dal disegno complessivo e dalle finalità che l’attore politico che la promuove intende perseguire. Anche altri fattori, ovviamente, concorrono alla determinazione di quel perimetro d’azione. I meccanismi di controllo vigenti in un sistema democratico rappresentano vincoli (virtuosi) all’esercizio del potere che sono invece assenti o aggirabili nei regimi autoritari o illiberali. Il punto è che le decisioni prese da Trump sul piano internazionale sembrano erratiche, per essere eufemistici, e quindi implicitamente destabilizzanti, e irrazionali: le sue dichiarazioni sulla Groenlandia e i “balletti” sui dazi ne sono un esempio».
La nuova politica estera americana sicuramente non è neo-isolazionista, come vaticinavano alcuni osservatori.
«Inoltre, Trump mostra disprezzo per le regole della democrazia: un recente articolo pubblicato su “Foreign Affairs” parla del declino democratico degli USA e del prezzo che il paese sta pagando per l’autoritarismo competitivo (un sistema in cui i partiti competono alle elezioni, ma il governo abusa del potere per punire i critici e inclinare il campo di gioco a sfavore dell’opposizione) nel quale il paese è disceso sotto Trump. Il punto è che questa postura autoritaria non danneggia solo gli USA, perché ha un effetto anche nella politica estera, apparentemente priva di limiti, perché irrispettosa delle regole e del diritto internazionale».
Il secondo mandato di Donald Trump cambierà per sempre i rapporti tra USA e alleati nel mondo?
«Niente è per sempre… Una delle lezioni che gli europei possono trarre dal secondo controverso mandato di Donald Trump è proprio questa: pensavano che il ruolo degli Stati Uniti fosse, per sempre appunto, quello dell’“egemone benevolo” e su questo si sono adagiati. Come ha riconosciuto lucidamente il presidente finlandese Alexander Stubb qualche giorno fa in un’intervista a un quotidiano britannico. Sarà certo possibile per l’Europa recuperare un rapporto più disteso con gli USA qualora a Washington dovessero cambiare gli equilibri politici. Occorrerà però che questi rapporti siano “ripensati”, e riequilibrati, attraverso la consapevolezza da parte dell’UE (e dei suoi Stati membri) che la buona disposizione altrui può venire meno, e che perciò occorre attrezzarsi. Magari dando contenuti reali all’autonomia strategica da tanti invocata, per ripararsi dai venti contrari che possono soffiare anche dall’altra sponda dell’Atlantico».
Un ritorno dei Democratici alla guida degli USA sarebbe sufficiente per ricomporre le fratture causate dall’Amministrazione Trump con gli europei in primis?
«È plausibile che un’Amministrazione democratica possa agevolare la ricostruzione di rapporti più lineari, stabili e costruttivi necessari all’Unione europea e ai suoi Stati membri. Anche perché non scordiamo ovviamente questo aspetto, questi ultimi sono partner degli USA in molte, fondamentali organizzazioni internazionali, su tutte la NATO».
L’Europa delle regole e del diritto, oggi che tipo di interlocutore è nel mondo della “forza” e delle ambizioni neo-imperiali?
«L’Europa rischia di essere il classico vaso di coccio tra vasi di ferro. Il problema non è la difesa delle regole e del diritto, a cui l’Europa non deve e non può rinunciare, pena la perdita della sua identità, la cui difesa è tanto più necessaria in un mondo che assiste al ritorno della “politica di potenza”. Va pure aggiunto che anche dentro l’UE ci sono governi (su tutte quello attualmente in carica in Ungheria) che sfidano questa identità basata su valori e principi, una sfida che poi ha un riflesso anche nella formulazione delle relazioni esterne dell’UE (come mostrano i veti di Viktor Orbán agli aiuti all’Ucraina). Si tratta, piuttosto, di dotare Bruxelles di poteri reali in ambiti fondamentali quali la politica estera e di sicurezza, la difesa e di aumentare la sua capacità di spesa rafforzando il bilancio comune dell’Unione. Negli ultimi tempi, va detto, qualcosa si è mosso soprattutto nel campo della difesa, complice l’attacco russo all’Ucraina. L’Unione europea ha intensificato gli sforzi per rafforzare la ricerca e lo sviluppo nel settore della difesa, in particolare attraverso il Fondo europeo per la difesa (EDF), che promuove progetti cooperativi transfrontalieri. Ma sono necessari ulteriori sforzi per integrare gli strumenti esistenti con meccanismi più agili. Iniziative recenti, tra cui Preserving Peace – Readiness Roadmap 2030 e il White Paper for the Future of European Defence – Readiness 2030, sottolineano la precisamente la necessità di accelerare l’innovazione e l’adozione di nuove tecnologie per la difesa dell’Europa».
Il vecchio equilibrio delle relazioni transatlantiche post Seconda Guerra mondiale è comunque da rifondare, anche dal punto di vista economico e finanziario. L’Unione Europea ha però un disperato bisogno di un “upgrade” politico: verso quali forme?
«Questo è un tema che risale all’inizio dell’integrazione europea, ossia agli anni Cinquanta del secolo scorso. A quel tempo l’upgrade politico avrebbe potuto essere raggiunto con la nascita della Comunità europea di difesa e della Comunità politica europea, una sorta di “federazione europea”. L’Assemblea nazionale francese, nel 1954, si oppose al progetto e lo fece fallire. Oggi il “salto qualitativo” verso un’unione politica è complicatissimo. La strada maestra sarebbe una riforma dei trattati, ma questa richiede l’unanimità dei governi degli Stati membri. È un obiettivo difficile, se non impossibile da raggiungere. Per questo si cercano soluzioni alternative, la più concreta delle quali appare lo sviluppo delle cooperazioni rafforzate, ovvero l’Europa a “geometria variabile”, che alcuni vedono come l’unico strumento realmente a disposizione per consentire ai paesi dell’UE che lo vogliano di approfondire la loro cooperazione».
La strada indicata da Mario Draghi, e da numerosi altri illustri europeisti prima di lui, è chiaramente quella di un’Europa federale.
«Mario Draghi è certamente un europeista convinto e assai autorevole. Le sue parole vanno sempre ascoltate con grande attenzione. La sua idea di “federalismo pragmatico”, comunque, non mi sembra possa essere inscritta nel filone del federalismo europeista italiano. Quello di cui è padre Altiero Spinelli, per intenderci, e di cui sono sostenitori quanti aderiscono alle tesi del Manifesto di Ventotene del 1941. Per Draghi, infatti, è necessario instaurare un rapporto dinamico tra confederazione e federazione, superando la contrapposizione rigida tra quei due approcci. È qui che interviene il pragmatismo, necessario – per Draghi – per costruire il federalismo tramite azioni concrete, adattandosi all’evoluzione degli eventi e rispondendo alla necessità di soluzioni rapide ed efficaci sul piano europeo. Tuttavia, la riuscita di questo progetto dipende dal contesto storico, che potrebbe richiedere cambiamenti strutturali più profondi, mettendo in discussione la stessa dimensione pragmatica del processo. Non si può poi trascurare che il disegno federalista, per quanto attenuato dal realismo, incontra molta ostilità, in particolare in Francia e in Germania. La proposta di Draghi quindi, si scontra sia con limiti di natura politica e contestuale, sia con vincoli giuridici legati alla realizzazione di una nuova architettura istituzionale europea».
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