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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Tra le amate terre di Enrico Stropparo
Ospitato al Teatrino della Collezione Costenaro l'artista protagonista in questi giorni di un'ampia personale a Montecchio Maggiore
Pubblicato il 22 mar 2026
Visto 4.783 volte
Al Teatrino della Collezione Costenaro di San Giuseppe di Cassola si è svolto venerdì 20 marzo, all’interno della rassegna “300 storie POP”, un incontro intenso e partecipato con Enrico Stropparo, artista che è stato a lungo protagonista sulla scena della ceramica contemporanea.
L’appuntamento, presentato da Marco Maria Polloniato, ha posto in dialogo l’artista originario di Stroppari con il critico d’arte e collezionista Giuliano Menato, curatore della mostra “Tra materia primaria e immagine contemporanea”, attualmente in corso alla Galleria Civica di Montecchio Maggiore.
L’esposizione è stata fortemente voluta da Menato, che ha “stanato” Stropparo dal suo buen retiro sulle colline di San Floriano, dove si dedica con passione e amore al lavoro agricolo, e ha offerto al pubblico in un’ottica di giusta valorizzazione la conoscenza delle sue opere.
al centro, Giuliano Menato, Ivano Costenaro e Enrico Stropparo (foto di Mirco Vettore)
L’incontro organizzato a San Giuseppe ha inoltre fornito l’occasione di entrare nel vivo del percorso umano e artistico di uno dei protagonisti più originali dell’arte ceramica del territorio novese-bassanese.
Classe 1953, Stropparo ha all’attivo una carriera quarantennale, per la quale ha ottenuto riconoscimenti a livello nazionale e internazionale, intervallata però da lunghe pause e assenze dal panorama pubblico. La sua "intermittenza", ha spiegato, è stata una scelta consapevole, che riflette una visione della vita fondata su essenzialità e autonomia. “Sapersi accontentare e fare delle scelte”, tradotto da lui nella “filosofia dell’abbastanza”: questo aspetto emerge come uno dei nuclei centrali del suo pensiero, insieme alla volontà di sottrarsi alle logiche di un sistema dell’arte sempre più orientato al mercato. Attualmente l’artista affianca alla pratica il lavoro agricolo, mantenendo in ogni caso un legame concreto con la terra, intesa sia come materia da coltivare sia come elemento primario di una ricerca plastica.
Durante il dialogo, Menato ha ripercorso le tappe principali della formazione di Stropparo, dagli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia fino al praticantato nel laboratorio del Maestro Alessio Tasca, dove ha conosciuto nei dettagli i processi della “trafila” e ha affinato una sensibilità tecnica e materica destinata a diventare cifra distintiva del suo lavoro. Fondamentale anche l’influenza di Candido Fior, da cui ha ereditato l’attenzione per il colore, inizialmente declinata in una ricerca geometrica.
Le prime opere, caratterizzate da strutture e moduli di ispirazione geometrico-architettonica, sono state realizzate tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, e hanno segnato l’avvio di un percorso che si è man mano evoluto verso esiti maturi e personali. È in questo contesto che sono nate le "porte”, serie di lavori che ha segnato una svolta e con cui Stropparo nel 1989 ottenne il Premio Faenza, affermandosi a livello nazionale e all’estero. La porta, elemento ricorrente nella sua produzione, una di esse fa mostra di sé nella Collezione Costenaro, diventa simbolo di passaggio, di relazione e di dualità: un dispositivo che mette in comunicazione spazi e dimensioni, aprendo a un mondo costruito dall’uomo in interazione con la natura collocato davanti, dietro, anche intorno. La prima ispirazione per il soggetto è nata dalla frequentazione di Cittadella.
Nel corso dell’incontro, l’artista ha sottolineato come il suo metodo si fondi su un ascolto profondo della materia. La terra da semplice strumento è diventata un vero e proprio “partner” del processo creativo, capace di orientare le forme e suggerire sviluppi inattesi. Una visione che emerge chiaramente anche nelle opere più recenti, dove per esempio eventi come la tempesta Vaia non vengono rappresentati in modo descrittivo, ma reinterpretati attraverso sensazioni ed emozioni nate dalla visione della terra rovesciata, con gli alberi sradicati agenti di una “rivelazione”.
In mostra e all’interno della conversazione, spazio è stato dedicato anche alle installazioni, opere dove Stropparo assembla materiali eterogenei, alcuni di questi spesso semplici o destinati allo scarto, redivivi in composizioni evocative che generano nuovo pensiero. I suoi manufatti, anche di grandi dimensioni, rifiutano ogni intento didascalico per concentrarsi su una tensione di matrice poetica, pur mantenendo sempre una forte relazione con la materia naturale.
L’artista ha molto apprezzato lo spazio della Galleria civica di Montecchio Maggiore, derivato da un intervento di restauro di archeologia industriale, per questo un luogo portatore di una sua dignitosa, storica memoria.
Uno dei sogni confessati da Stropparo, a questo proposito, è quello di allestire una mostra in un ecocentro.
L’antologica in corso, visitabile fino al 12 aprile, si configura come una sorta di retrospettiva articolata in otto sezioni, senza opere isolate ma costruita per nuclei dialoganti, sono assenti solo i primi lavori.
Come illustrato nel corso dell’incontro, il percorso espositivo restituisce la complessità di una ricerca coerente e indipendente capace di attraversare il tempo, un tempo umano, quotidiano, mantenendo intatta un’idea di arte vissuta come passione, tensione al bello e necessità interiore.
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