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Intervista al responsabile della Polizia Locale: «Segnalazioni stabili, ma scende l'età dei protagonisti. Serve distinguere tra realtà e virtuale»
Pubblicato il 23 mar 2026
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Dopo i recenti fatti di cronaca che hanno visto il Centro Studi teatro di episodi preoccupanti, torniamo a occuparci del tema sicurezza.
Lo facciamo partendo dal territorio, ascoltando chi ogni giorno è chiamato a garantirne il controllo: il Comandante della Polizia Locale, Ivano Berti.
Ma prima ancora dei dati, c’è una sensazione diffusa che emerge raccogliendo le voci di commercianti, genitori e cittadini: una preoccupazione crescente, il timore che la sicurezza non sia più percepita come un elemento scontato tra negozi e piazze della città.
Il Comandante della Polizia Locale, Ivano Berti.
A dire il vero, una prima risposta è già arrivata. Il Sindaco e la Giunta hanno infatti convocato un tavolo straordinario di lavoro lo scorso 17 marzo.
Un passaggio che va oltre la formalità e che segnala la volontà concreta di rendere visibile la presenza delle istituzioni, chiamate oggi a presidiare non solo lo spazio urbano, ma anche il benessere sociale della comunità.
È proprio da questa linea, che tiene insieme indirizzo politico e intervento sul campo, che si inserisce l’azione operativa della Polizia Locale.
A delinearla è il Comandante Ivano Berti, voce di chi il territorio lo osserva ogni giorno, tra dati e presenza quotidiana: «Deprechiamo con forza questi atti di violenza comprendiamo profondamente la preoccupazione dei genitori. Siamo costantemente in strada e sappiamo bene cosa accade. Con le forze a disposizione stiamo facendo il massimo, anche grazie a un’attenzione molto alta da parte della Giunta».
Ma il lavoro della Polizia Locale non si esaurisce nel controllo. Accanto al presidio, si muove un’attività meno visibile ma altrettanto decisiva, che entra direttamente nelle scuole: «Siamo impegnati in un’attività di prevenzione serrata negli istituti scolastici. L’obiettivo è mettere i giovani di fronte alla realtà, aiutandoli a comprendere le conseguenze, anche legali, delle loro azioni. Molti non percepiscono il confine tra una bravata e un reato: noi siamo lì per renderlo chiaro».
Alla domanda se si stia assistendo a un aumento delle segnalazioni o a un fenomeno circoscritto ai più giovani, il comandante invita però a evitare letture semplicistiche: «Le segnalazioni sono in linea con gli altri anni. Oggi il tema emerge di più perché coinvolge giovanissimi, e questo crea inevitabilmente maggiore disagio tra i cittadini. Ma non è un problema che riguarda solo i ragazzi».
È qui che il ragionamento si fa più ampio: «Non dobbiamo concentrarci solo sugli episodi, ma su una situazione più complessa che coinvolge anche le famiglie e il rapporto con le istituzioni educative. È su questo che bisogna lavorare, rafforzando il dialogo». Parole che spostano il baricentro dalla gestione dell’emergenza alla lettura delle cause. Perché se da un lato cresce la richiesta di maggiore presenza sul territorio, dall’altro emerge con forza un dato: la sicurezza non può essere ridotta al numero di pattuglie. «Sappiamo che i genitori chiedono più presidi, prosegue Berti, e cerchiamo di coprire le aree più sensibili nei momenti cruciali. Non è semplice essere ovunque, ma il cittadino resta la nostra priorità».
In questo contesto si inseriscono le linee emerse dal tavolo del 17 marzo: il Comune ha assunto un ruolo di coordinamento tra scuole, famiglie e istituzioni, affiancando al controllo del territorio un rafforzamento delle azioni educative. Sono previsti incontri rivolti a studenti e genitori sui temi della violenza e delle baby gang, con particolare attenzione alle conseguenze legali dei comportamenti. Parallelamente, si punta a potenziare il supporto psicologico nelle scuole e a coinvolgere in modo più strutturato le famiglie, riconosciute come elemento centrale nel percorso educativo. Una strategia che, nelle parole del comandante, ha una direzione precisa: «Bisogna puntare sulla prevenzione. I ragazzi devono capire prima cosa comportano certe azioni. Spesso manca la percezione delle conseguenze».
E poi il nodo, ormai inevitabile, del rapporto con il mondo digitale: «I social non sono pericolosi in sé, ma lo è l’uso distorto. Molti giovani devono tornare a distinguere tra la realtà virtuale e quella reale».
Emerge con chiarezza un fenomeno preoccupante: il disagio tra i giovani, che si manifesta nella difficoltà di relazionarsi con i coetanei e di vivere serenamente l’ambiente familiare. Da queste tensioni, spesso silenziose, possono nascere fragilità e vulnerabilità sempre più marcate tra gli adolescenti. Come spesso accade, il dibattito pubblico si è subito polarizzato: da una parte chi enfatizza rischi e criticità, dall’altra chi tende a sottovalutarne la portata, complicando la comprensione delle reali dimensioni del fenomeno e del suo impatto sui minori.
A questo punto, la domanda si impone quasi da sola.
Se i numeri non raccontano un’escalation evidente, perché cresce la percezione di insicurezza?
È solo l’età sempre più bassa dei protagonisti a colpire l’opinione pubblica, o siamo di fronte a un cambiamento più profondo nel modo in cui la comunità vive e interpreta questi episodi?
Bassano prova a rispondere con una doppia linea: presenza e ascolto. Una strategia che appare equilibrata, ma che lascia sullo sfondo una riflessione più ampia.
Perché la sicurezza, oggi più che mai, non sembra essere solo una questione di ordine pubblico.
È una misura, più sottile, del rapporto tra comunità, famiglie e nuove generazioni.
Ed è proprio lì, forse, che si gioca la partita più difficile.
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