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Giustizia, la svolta del Sì: «Liberiamo il merito dal peso delle correnti per un giudice davvero indipendente»
Pino Morandini, esponente della magistratura, e l’avvocato Alessia Santagata spiegano perché il 'Sì' scardina il potere delle correnti e valorizza l'indipendenza della funzione giudiziaria
Pubblicato il 18 mar 2026
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Dopo aver analizzato i timori del fronte del "No", il nostro viaggio verso il referendum del 22 e 23 marzo prosegue dando voce allo schieramento opposto.
Se per i detrattori la riforma è un azzardo, per i sostenitori del Sì è l'ultima chiamata per un sistema rimasto troppo a lungo prigioniero di sé stesso.
In redazione abbiamo ospitato due figure di spicco: Pino Morandini, già magistrato del TAR, e l’avvocato Alessia Santagata, esperta di diritto societario e fallimentare.
Il messaggio è chiaro: non si tratta di un attacco alla magistratura, ma di una riforma necessaria per restituire dignità al singolo giudice, sottraendolo alle dinamiche di potere delle correnti e garantendo al cittadino un processo finalmente "equo".
Per Pino Morandini, la vera partita del referendum si gioca sulla trasparenza delle carriere. Il magistrato vede nel sorteggio l'unico vero antidoto alla gestione discrezionale della giustizia.
«La vera posta in gioco è il sorteggio – esordisce Morandini – perché priva le correnti del reale potere di gestire a discrezione promozioni e trasferimenti dei magistrati.
Questo meccanismo rende i magistrati davvero indipendenti e garantisce che i capi degli uffici giudiziari siano nominati esclusivamente per merito.»
L'obiettivo è evitare il ripetersi di scandali che hanno scosso le fondamenta del sistema: «Casi come quello Palamara hanno evidenziato come la degenerazione delle correnti porti gravi danni anche alla Costituzione.»
L'analisi di Morandini poggia su un precedente illustre: il sorteggio non è un’anomalia, ma un istituto già previsto dall’Articolo 135 della Costituzione per i giudici aggregati della Corte Costituzionale.
È lo strumento scelto per neutralizzare le lobby e rimettere al centro il curriculum rispetto alla tessera associativa.
Il cuore del dibattito si sposta poi sulla fisionomia stessa del processo.
Su questo punto Morandini ricorre a una metafora sportiva tanto semplice quanto efficace per descrivere l’attuale assetto giudiziario: «Se il destino professionale di un arbitro fosse deciso dal presidente di una delle due squadre che si contendono la partita, questo garantirebbe l’imparzialità? Certamente no! »
Questa distinzione netta non è un'invenzione recente, ma il compimento di un percorso iniziato con la riforma Vassalli del 1989.
«Si passò dal modello inquisitorio a quello accusatorio, separando le funzioni tra chi deve giudicare e i PM che devono produrre le prove, ma non si separarono le carriere. Lo stesso Vassalli disse che la riforma non sarebbe stata completa senza questo passaggio. Senza separazione non si va compiutamente verso il giusto processo introdotto nel 1999, dove le parti devono essere in condizione di totale parità davanti a un giudice terzo.»
Secondo l’Avvocato Alessia Santagata: «Il cittadino merita un Giudice terzo puro» e rafforza il concetto, portando la prospettiva di chi ogni giorno assiste i cittadini in aula e ne percepisce lo smarrimento davanti a ruoli percepiti come troppo simili. «In uno Stato di diritto chi accusa e chi giudica devono essere chiaramente distinti. Oggi, il cittadino percepisce un’asimmetria: il Giudice e il Pubblico Ministero appartengono allo stesso "corpo", hanno condiviso la stessa carriera e lo stesso concorso.
Con due carriere distinte, l'avvocato difensore e il PM si confrontano davanti a un Giudice che è un terzo puro. Questo elimina il sospetto che il Giudice si senta solidale con il PM in quanto suo compagno di carriera.
La "cultura della giurisdizione" non si perde; si affina attraverso una formazione che permetterà al PM di raccogliere prove in modo deontologicamente irreprensibile, davanti a una difesa finalmente paritaria.» Sull'accusa che la riforma smantelli l'autogoverno, l'avvocato Santagata risponde con precisione tecnica: «La riforma non smantella, riorganizza.
Prevedere due CSM adatta l’organo alla separazione delle funzioni. L’indipendenza resta garantita: inamovibilità e autonomia dall'esecutivo non si toccano.
Anzi, la riforma restituisce dignità al magistrato, liberandolo dal peso delle correnti e dai conflitti d'interesse interni.»
Sull'istituzione dell'Alta Corte Disciplinare, Santagata spiega la necessità di un organismo esterno: «Oggi i procedimenti disciplinari sono gestiti internamente, alimentando una percezione di autoreferenzialità.
Un organo esterno garantisce che eventuali errori siano valutati da un organismo terzo e imparziale.
Chi sbaglia professionalmente deve rispondere in modo trasparente, esattamente come ogni altro servitore dello Stato.»
In chiusura, alla domanda se una vittoria del No possa lasciare il sistema nel caos, gli ospiti rispondono con pragmatismo. «Dire che rischieremmo uno stallo significa non vedere che lo stallo è la nostra condizione attuale – conclude l'avvocato Santagata – La giustizia è bloccata da decenni da veti incrociati.
Votare SÌ significa rompere il sistema attuale: «Se foste su un lettino in sala operatoria per una peritonite, vorreste essere operati da un chirurgo o da un dermatologo? Se la risposta è il chirurgo, il senso della riforma è chiaro. Ognuno deve svolgere il proprio ruolo con specializzazione: il PM investiga, il Giudice giudica. È lo standard delle moderne democrazie.»
Il 22 e 23 marzo, tra le pareti del seggio, l’elettore non si troverà solo di fronte a un quesito tecnico, ma a una questione di pura fiducia: quella nel ‘caso’ del sorteggio misurata contro quella nel ‘potere’ delle correnti.
È una scelta silenziosa, capace di ridisegnare i confini della giustizia per le generazioni a venire. Dopo anni di rinvii e zone d'ombra, il bivio è ormai tracciato e non ammette più il lusso dell'indifferenza.
Restare a guardare, oggi, significherebbe lasciare che siano altri a decidere la forma della nostra libertà.
La posta in gioco è la spina dorsale dello Stato, e per la prima volta, la matita per scriverne il futuro è davvero nelle mani di chi sceglie di esserci.
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