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Giustizia al bivio: il fronte del “No” illustra perché opporsi alla riforma
Separazione delle carriere, doppio Csm e Alta Corte disciplinare: i contrari alla riforma raccontano perché votare No è importante per cittadini e istituzioni
Pubblicato il 17 mar 2026
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Con l’avvicinarsi del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia, il dibattito entra nel vivo anche a Bassano del Grappa. Nelle scorse settimane, attraverso i nostri articoli, abbiamo cercato di offrire ai cittadini alcuni strumenti per orientarsi su un tema complesso, destinato ad avere ricadute significative sull’organizzazione della giustizia e sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Oggi proponiamo le ragioni del No, raccontate direttamente dalle voci di chi sostiene questa posizione. Ascoltare i diversi punti di vista, nelle parole dei protagonisti, permette di comprendere meglio i termini del confronto pubblico e di arrivare al voto con maggiore consapevolezza.
A Bassano del Grappa, a rappresentare il fronte del No sono intervenute in redazione Maria Di Pino, segretaria del Partito Democratico locale, la Dott.ssa Vittoria Gheno, di Alleanza Verdi e Sinistra, e la Prof.ssa Paola Facchinello, che hanno illustrato le principali criticità che, a loro giudizio, la riforma presenta.
Ad aprire il confronto è l’avvocato Maria Di Pino, che entra subito nel merito della questione affrontandola da un punto di vista concreto. “Non è una campagna squisitamente politica contro il governo, ma doverosa per salvaguardare l’autonomia della magistratura. È una riforma inutile, nel migliore dei casi dannosa: suddivide il CSM senza alcuna ricaduta positiva sulla quotidianità della giustizia. Oggi il CSM unico costa circa 40 milioni l'anno; duplicarlo significa moltiplicare uffici, personale e allestimenti. È un aumento di spesa enorme che andrebbe investito nei tribunali e nelle corti d’appello, dove realmente si manda avanti la giustizia.”
Il suo ragionamento si concentra su un punto preciso: mentre i cittadini chiedono una giustizia più veloce, la riforma rischierebbe di intervenire soprattutto sulla struttura degli organi di governo della magistratura. Da qui anche il riferimento al tema delle correnti, spesso al centro del dibattito pubblico. “Le correnti appartengono all'Associazione Nazionale Magistrati, non al CSM. Su 9.200 magistrati, solo il 23% è iscritto alle correnti: non è una magistratura spaccata. Chi sostiene il Sì si sta prendendo una responsabilità storica.”
Dal piano della gestione concreta si passa poi a quello più strettamente costituzionale con l’intervento della Dott.ssa Vittoria Gheno che colloca la riforma in un quadro istituzionale più ampio. “Non si tratta di una battaglia tra magistratura e politica perché così si delegittima sia la politica sia la magistratura, che devono mantenere entrambe la propria legittimazione. Dal mio punto di vista, però, questa riforma si inserisce in un quadro più ampio: autonomia differenziata, nuovo centralismo dell’esecutivo a livello regionale, separazione del CSM, premierato e nuova legge elettorale. Io mi occupo di diritto costituzionale e vedo tre ordini di criticità. Primo: la divisione del CSM, propagandata come separazione delle carriere, che in realtà indebolisce l’organo di autogoverno della magistratura, accentuando lo squilibrio tra i poteri. Secondo: il sorteggio dei componenti dei nuovi organi di autogoverno, che indebolisce rappresentatività e responsabilità. Terzo: la triplicazione di organi che già funzionano, compresa l’Alta Corte Disciplinare, attiva e senza arretrati, con costi enormi e nessun beneficio pratico per i cittadini. Perché aumentare i costi di un organo che già funziona?”
A chiudere è la Prof.ssa Paola Facchinello, che riporta il discorso su un piano più diretto, quello delle conseguenze per i cittadini.
“Chi vota Sì rischia di ridurre l’autonomia dei magistrati, e questo ritorna direttamente sul cittadino. Decisioni più timorose o influenzate dal potere politico possono incidere sulla vita concreta di chi cerca giustizia. Libertà dei magistrati significa garanzia di equità per tutti noi.”
Dopo l’intervento congiunto, in redazione è intervenuto Hans Roderich Blattner, magistrato, sostituto procuratore a Vicenza e membro del comitato «Giusto dire No», che ha approfondito con estrema lucidità i rischi istituzionali e pratici della riforma. Il suo ragionamento parte da un presupposto che ribalta la narrativa comune: la magistratura non è un privilegio di casta, ma una garanzia per il cittadino, perché solo un magistrato libero da condizionamenti politici può essere un arbitro davvero imparziale.”
Blattner ha subito messo a nudo quella che definisce un'efficienza inesistente. Il punto è che la riforma non tocca i problemi reali: lentezza dei processi, carenza di organico e mole di arretrati restano lì, immutati. Eppure, si triplicano gli apparati e le spese, tra due CSM e l’Alta Corte Disciplinare. In poche parole, per il cittadino l’efficienza concreta resta nulla.
Passando al tema del sorteggio: “affidare il governo della magistratura al caso significa giocare a tombola con la giustizia. È un sistema che appare quasi paradossale, dove da una parte il potere politico individua liste ristrette e dall’altra i magistrati vengono estratti a sorte, indebolendo l’unico organo che oggi funge da scudo delle Procure contro le pressioni della politica.” Ha aggiunto: “Questo squilibrio tra i poteri si riflette inevitabilmente sulla separazione delle carriere. Qui il rischio è che un PM separato dal giudice diventi un super-poliziotto, molto più esposto alle logiche del potere politico. Senza la protezione di un CSM unico, la scelta dei capi delle Procure finirebbe per scivolare pericolosamente sotto l’influenza del governo di turno.” Blattner non ha usato mezzi termini nemmeno per l’Alta Corte Disciplinare: “il potere disciplinare sui magistrati viene tolto ai magistrati, mentre medici e avvocati mantengono i propri ordini professionali, per i magistrati si crea un organo esterno nominato dalla politica. È un vicolo cieco giuridico: i magistrati sanzionati potranno appellarsi solo alla stessa Alta Corte che li ha condannati, eliminando di fatto un vero grado di giudizio terzo. C’è poi il grande tema della libertà. Si dice che il sistema disciplinare non funzioni, ma la realtà è che l’Italia è tra i Paesi europei con più sanzioni applicate. Se il ministro Nordio quasi mai impugna le assoluzioni, significa che il sistema attuale tiene. Con la riforma, invece, rischiamo un magistrato meno libero, più timoroso e propenso a scelte burocratiche e 'comode', anziché a quelle decisioni coraggiose che in passato hanno portato a conquiste sociali fondamentali, come il danno biologico.”
La sintesi finale di Blattner per i cittadini è una netta esortazione: “con questa riforma i magistrati non diventeranno più efficienti, ma solo più vulnerabili, rompendo l'equilibrio tra chi accusa, chi giudica e chi governa. Se dovessi spiegare perché votare No, direi che la riforma non risolve i problemi quotidiani, aumenta il rischio politico e lascia troppe incognite sulle leggi future. Io, sinceramente, non rischierei di votare Sì.”
Ascoltando le ragioni del No emerge l’immagine di una giustizia che molti descrivono come un cantiere aperto: una struttura complessa, in cui si discute di nuovi assetti istituzionali mentre restano al centro le questioni più concrete, come la lentezza dei processi, la carenza di personale e il peso degli arretrati. Uscendo dalla redazione resta però una domanda che accompagnerà inevitabilmente il dibattito pubblico nelle prossime settimane: questa riforma riuscirà davvero a incidere sul funzionamento quotidiano della giustizia oppure riguarda soprattutto l’equilibrio tra i poteri dello Stato?
Da una parte c’è chi teme che alcune modifiche possano indebolire l’autonomia della magistratura; dall’altra chi sostiene che proprio queste scelte siano necessarie per rendere il sistema più trasparente e più equilibrato. Due letture diverse dello stesso intervento legislativo, che riflettono visioni opposte su come debba evolvere il rapporto tra politica e giustizia.
Saranno i cittadini a decidere quale direzione dovrà prendere il sistema giudiziario italiano. Prima di allora, ascoltare le ragioni di entrambe le posizioni resta il modo più utile per orientarsi in un confronto che tocca uno dei pilastri della vita democratica.
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