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(Inter)National Gallery
Gli immigrati si raccontano. E raccontano ai bambini il loro Paese e il Museo Civico di Bassano. Impressioni e considerazioni su “I Come From”, il ciclo di incontri e laboratori didattici per la Settimana di azione contro il razzismo
Pubblicato il 27 mar 2017
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Le storie delle persone sono belle da raccontare, ma anche e soprattutto da ascoltare.
Anche perché, ascoltandole, si allargano molto di più i nostri orizzonti di conoscenza di quello che, genericamente, viene definito come “l'altro”. E quando “l'altro”, nella fattispecie, è un cittadino di origine straniera, possiamo persino scalfire i luoghi comuni e i sempre umanamente esistenti pregiudizi in cui tendiamo a richiuderci all'interno del rassicurante guscio del nostro uovo, altresì noto come “vita quotidiana”. Ci sono storie e storie, naturalmente. E non tutte sempre positive o edificanti, come conferma la cronaca di tutti i giorni.
Ma il più grande rischio, di fronte a fatti o episodi che mettono in cattiva luce molti soggetti arrivati in Italia dall'estero - e che imbarazzano i loro stessi connazionali che qui vivono integrati anche da molti anni - è quello di generalizzare. È fin troppo facile, ad esempio, applicare al senso comune il sillogismo: “x è un ladro”, “x è un romeno” e quindi “tutti i romeni sono ladri”.
Un gruppo di bambini ascolta una mediatrice croata nella Sala Canoviana del Museo (foto Alessandro Borsato)
Provate a chiedere a Mihai Mircea Butcovan - scrittore presente da 25 anni in Italia e noto come “L'Osservatore Romeno”, già ospite a Bassano della rassegna “Scrittori migranti in città” - che cosa ne pensa al riguardo. Vi risponderà, probabilmente, con quella disincantata visione della realtà contenuta nel suo libro “Allunaggio di un immigrato innamorato”, che racconta la contrastata love story tra un ironico emigrato dal Paese del Conte Dracula e del regime di Ceausescu e una ragazza milanese, militante leghista.
Ma in quanto a persone provenienti da altrove e “allunate” dalle nostre parti, non c'è che l'imbarazzo della scelta. E sono state proprio queste il target privilegiato di “I Come From”: il ciclo di incontri e di laboratori didattici tenutosi a Bassano da giovedì scorso a ieri in occasione della “XIII Settimana di azione contro il razzismo”, promossa dall'UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Nessun buonismo di facciata e nessuna impostazione ideologica: solo una sana iniezione di consapevolezza reciproca tra “noi” e gli “altri”, e viceversa. Il tutto ospitato in una sede davvero insolita per questo tipo di iniziative: il Museo Civico, che aprendo ulteriormente le sue porte al territorio ha organizzato il programma dell'evento assieme all'associazione bassanese dei mediatori linguistico-culturali “Il Quarto Ponte”.
Il senso della manifestazione è probabilmente sintetizzato dal filmato proiettato nella galleria del Museo e realizzato proprio per questa occasione dalla giovane artista e videomaker veneziana, ma attiva a Roma, Valentina Furian. Dove due personaggi “rari” o comunque “diversi” (un gatto Sphynx e un ragazzo dai capelli rossi) si aggirano in un ambiente apparentemente immobile e irto di difficoltà, rappresentato dalla “Cava Abitata” di Rubbio.
Una metafora dell'“insolito” che si muove in mezzo a noi. Nei confronti del quale il nostro atteggiamento non può che seguire una di due opposte strade: evitarlo comunque, mantenendo inalterato il suo status di “insolito”, oppure tentare in qualche modo di avvicinarlo per vedere se - e come - ci siano spazi di vicendevole conoscenza. Anche perché, per restare in tema di “allunaggio”, gli immigrati che vivono tra noi non sono degli alieni ma il più delle volte nostri vicini di casa, compagni di scuola o colleghi di lavoro. Di loro, comunque, sappiamo poco o niente.
Ma se hanno l'occasione di raccontarsi, ecco che le nostre “certezze” nei loro confronti vanno a farsi benedire.
A confermarcelo è stata la tavola rotonda tenutasi al Museo in sala Chilesotti nell'ambito di “I Come From”. Dove tutti gli stranieri intervenuti sono accomunati dal fatto di essere stati già “qualcuno” nel loro Paese d'origine, salvo poi doversi ricostruire un modus vivendi nel loro Paese di adozione. Come ad esempio Adriana, arrivata dall'Albania e sposata con un bassanese: già collaboratrice nella sua terra delle Suore della Divina Volontà, ha lasciato il suo Paese a seguito dei violenti disordini degli anni '90 che la costringevano a dormire con un fucile tipo Kalashnikov sotto il letto. Lei oggi vive la doppia identità di albanese in Italia e di italiana in Albania.
Ma non chiedetele “Come ti senti?”, perché la fa arrabbiare.
O come Moisés, peruviano: era un funzionario di banca, addetto al credito per l'acquisto delle automobili. Poi la crisi di fine anni '90 in Corea del Sud, principale esportatore di auto in Perù, ha cambiato le carte in tavola e Moisés ha dovuto emigrare, scegliendo l'Italia ovvero Bassano dove già abitava una sorella. “Qui ho lavorato come operaio e come magazziniere, e ogni giorno è un ricominciare daccapo - ha raccontato -. Ma va bene così.”
Sorprendente la testimonianza di Konjit (in realtà non so se il suo nome si scrive esattamente così), giunta dall'Etiopia e cresciuta sotto un regime che aveva sempre dipinto l'Italia, già invasore coloniale, come un Paese “decadente”. E quando poi assieme al marito in Italia ci è arrivata, negli anni '80, ha scoperto di trovarsi “in un Paese bellissimo”. Dove passando davanti a una caserma militare o a una Questura della Polizia non c'era nessuno pronto ad arrestarti o a spararti contro. Lo stesso sentimento condiviso da Blanca, argentina, biologa e scrittrice, che ha dovuto lasciare un Paese in preda al disordine pubblico. Sacrificando tutto il suo passato di studiosa e ricercatrice per adattarsi, dalle nostre parti, ai lavori più umili.
Emblematica anche la storia di Dalila, immigrata già da molti anni dall'Algeria: nel suo Paese si era laureata in Archeologia e coltiva ancora oggi il sogno nel cassetto di continuare con i suoi studi e la sua passione. E per lei essere al Museo Civico, dove al piano terra è esposta la collezione archeologica Chini, è stato come ritrovarsi a casa.
Tutte persone diverse eppure, come ha sottolineato Shyama che è arrivata dall'India, con una caratteristica in comune: “quella di volersi aprire al dialogo”.
Detto, fatto. Sabato e domenica, nel weekend dell'evento riservato in particolare ai bambini dai 5 agli 11 anni, questi stessi ed altri immigrati - alcuni dei quali vestiti nei loro costumi nazionali - sono stati i protagonisti, sempre al Museo Civico, dei due momenti certamente più significativi dell'iniziativa, realizzati in collaborazione con i Servizi Educativi del Museo e testimoniati anche dalle belle foto di Alessandro Borsato pubblicate nella photogallery in calce a questo articolo.
Facendo cosa? Nel pomeriggio di sabato, nel chiostro del Museo, allestendo dei laboratori creativi e multiculturali dedicati ai rispettivi Paesi d'origine.
E nel pomeriggio di ieri, in concomitanza con la “Città dei Ragazzi”, conducendo una particolare “Caccia al tesoro in giro per il mondo” in mezzo ai capolavori delle sale museali, dove i piccoli partecipanti dovevano riconoscere alcune opere esposte e una parola straniera ad esse collegata. (Inter)National Gallery: per quattro giorni, e soprattutto nel fine settimana, il nostro Museo Civico è stato anche questo.
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