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Ha vinto il Golden Globe come miglior attore e molto probabilmente vincerà nuovamente nella notte del 27 febbraio l’Oscar tanto atteso. Colin Firth con Il discorso del re sancisce una volta per tutte la sua bravura e la sua eleganza recitativa già ammirata in A single man (che gli era valsa la Coppa Volpi a Venezia) e La ragazza con l’orecchino di perla.
In questo film, che attraversa più generi –dalla commedia al drammatico su uno sfondo storico e biografico- non solo interpreta un balbuziente, ma un balbuziente costretto, suo malgrado a diventare re.
Il film entra infatti con eleganza nelle vicende private del principe Alberto, duca di York, futuro re Giorgio VI, mostrandoci le sue paure e le sue ansie nel parlare in pubblico, e facendo luce sui traumi infantili e i rapporti famigliari che le hanno causate. Nel mezzo, la storia: la morte di Giorgio V, l’abdicazione per amore di Edoardo VIII, l’avvento di Hitler fino alla dichiarazione di guerra alla Germania nel 1939, discorso che dà il titolo al film.
Accanto a Firth, un sorprendente Geoffry Rush, che interpreta il logopedista che, dopo innumerevoli tentativi a vuoto, lo aiuterà a sconfiggere la paura e l’ansia di parlare in pubblico.
L’incontro-scontro, la complicità e gli alterchi fra i due in cui si contrappongono la freddezza inglese del duca di York all’umanità e l’intelligenza australiana dello specialista danno spazio e campo per mostrare la bravura dei due attori. A far loro da spalla, e da padrone, una Helena Bonham Carter ( Elizabeth Bowes-Lyon) che riesce a farsi notare anche senza lo zampino del marito Tim Burton.
Il tutto è incorniciato da una fotografia perfetta con inquadrature non convenzionali e sorprendenti, scenografie eleganti e raffinate quanto i costumi e le musiche ed un finale patriottico che riesce a colpire e commuovere oltre i confini inglesi. Tutto è dunque perfettamente in armonia, ora mancherebbe solo l’Oscar.
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