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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Modalità lettura 4 - n. 8
Tra i pericoli di un'Adolescence vissuta senza confini tra reale e virtuale
Pubblicato il 20 apr 2025
Visto 6.119 volte
Il numero odierno della nostra rubrica dedicata alla lettura e ai linguaggi del contemporaneo indaga i contenuti di una serie tv targata 2025 che spopola sugli schermi e nel dibattito pubblico, su giornali e social.
Ne hanno scritto tutti e dappertutto: parliamo di Adolescence, la serie tv che vanta oltre 120 milioni di visualizzazioni nelle poche settimane trascorse dalla sua uscita su Netflix.
da Adolescence, serie tv su Netflix
Non ne vogliamo proporre un’analisi dal punto di vista tecnicamente “seriale”, per questo basta infilarsi tra i meandri dei siti specialistici che navigano con più competenza tra i prodotti che circolano sulle varie piattaforme, assodato che le serie tv sono tra gli interessi che occupano sempre più il nostro tempo libero – noi, per pure questioni di affezione e di riscontro in termini di qualità, anche letteraria, vi invitiamo a fare scalo su www.mondoserie.it.
Ciò che ci interessa è porci in modalità lettura rispetto alle tematiche trattate dalla miniserie ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, un ciclo di quattro episodi splendidamente recitati dal protagonista quindicenne Owen Cooper e diretti magnificamente da Philip Barantini: l’adolescenza inquadrata non nell’aspetto romantico-avventuroso di età di formazione, ma vista come cova ancora implume nutrita da potenti meccaniche di distruzione.
Ai pericoli da cui i genitori hanno sempre messo in guardia si sono aggiunte ormai da tempo molte altre possibilità di incappare in veleniferi induttori di malessere tutti circolanti su binari virtuali, della cui esistenza o modo di azione “i grandi” sanno poco o niente.
Gli adulti, pur essendo stati loro stessi ragazzini e ragazzi forse anche ribelli, non hanno mai saputo far fronte all’adolescenza dei loro figli, è connaturato nelle dinamiche del divario generazionale e nell’essenza stessa dell’adolescenza, ovvero l’età in cui tutto è ancora possibile. Si è passati in breve dal “chiudo gli occhi e aspetto che passi”, che comunque garantiva una salutare lontananza non incidendo del tutto sull’autorità genitoriale, alla non-scelta di assecondare ogni desiderio della prole e mettersi a completa disposizione, travestiti da taxi e da bancomat viventi – un assetto troppo complice per poter riprendere in mano le redini, all’occorrenza. Non c’è altro da dire rispetto agli adulti, fuori tempo massimo denunciarne lo smarrimento.
Riguardo ai ragazzi e al loro nuovo modo di stare al mondo, in questo mondo inedito perché pieno di disincanto, mancante di orizzonti, globalizzato e ipertecnologicizzato, il discorso si fa più interessante.
Restando nell’ambito delle tematiche messe in evidenza dalla serie tv, essa denuncia tramite la messa in scena di un caso limite, ma non isolato, i pericoli connessi all’intromissione massiccia del virtuale nella vita reale, soprattutto laddove avvenga fin dalla più tenera età.
Jack Thorne ha recentemente proposto di vietare l’uso degli smartphone ai minori di 16 anni; Francia, Norvegia e Australia hanno già introdotto restrizioni riguardo l’accesso ai social per i minori; attualmente in Italia sono state presentate delle proposte di legge mirate a regolare l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, dei social network e degli smartphone da parte dei giovanissimi a loro tutela. Tentativi volti a contrastare danni neurologici ormai assodati dalla scienza, nei casi di precoce sovraesposizione, fenomeni come il cyberbullismo e il fiorire di comunità tossiche che si rivolgono ai più giovani, realtà che vanno da quelle denunciate nella serie, l’incel-culture, a gruppi che esaltano comportamenti autolesivi, istigando dall’anoressia e al suicidio, comprese nel quadro le tentacolari challenge a comparsa e scomparsa – sfide e prove pericolose che vengono proposte ai ragazzini online.
Appare chiaro di essere di fronte a binari a due velocità, pensando al mondo farraginoso e del tutto scollegato dove si muovono le istituzioni (famiglia, scuola, comunità, Stato) e a quello iperconnesso che praticano tanti giovanissimi.
Se un prodotto artistico-commerciale come una serie tv, da uno schermo, può servire a mettere sotto i riflettori problematiche così attuali e veloci da sfuggire agli occhi nel quotidiano, aspetti che nella vita reale non riusciamo neanche a inquadrare se non in di fotogrammi in “mosso”… bene, che dopo i titoli di coda si accenda nei salotti di casa o altrove un dibattito.
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