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Laura Vicenzi
Giornalista
Bassanonet.it
Il lungo viaggio di Anagoor
In scena ieri sera, al Castello degli Ezzelini, un'attesa coproduzione Operaestate Festival firmata Anagoor
Pubblicato il 08-08-2020
Visto 2.582 volte
In scena ieri sera, al teatro “Tito Gobbi”, un'attesa coproduzione Operaestate Festival che ha debuttato il mese scorso a Napoli firmata Anagoor.
La compagnia di Castelfranco Veneto — tra i tanti riconoscimenti Leone d’Argento alla Biennale del Teatro di Venezia nel 2018 — ha portato sul palcoscenico e sullo schermo del Castello degli Ezzelini Mephistopheles/eine Grand Tour, opera per immagini ideata e diretta da Simone Derai, musicata in un set sinfonico offerto dal vivo da Mauro Martinuz.
Il collettivo senza mura che abita Anagoor celebra quest’anno il suo ventennale con quest’opera, che rilegge parte del materiale video raccolto nel corso della sua storia e dei suoi progetti presentati a teatro (tra questi il Faust di Charles Gounod) e lo fa seguendo tracce da libro rosso; oltre a Mephistopheles, con due XX davanti la compagnia sta creando oggetti dalla natura diversa (resistenti a qualsiasi virus), tra i quali un doppio vinile per il «salvataggio della memoria della più effimera tra le arti». A dirimere, per non intraprendere discussioni inappropriate su cosa sia teatro e cosa no.
un'immagine tratta da Mephistopheles/eine Grand Tour, di Anagoor
Gli spettatori accolti dal ronzio di un drone, in scena nel buio Martinuz e la sua strumentazione con accanto Marco Menegoni, che ha collaborato alla regia e alle riprese a cura di Giulio Favotto, e il Grand Tour ha inizio. Sono il celebre viaggio di Goethe e le pagine del suo Faust, accompagnate da una musica che pare celebrare in sottotraccia il crepitio del falò e i tocchi del pendolo che dicono il tempo, a introdurre e a fare da guida alla proiezione, che si appresta ad affrontare una tournée tedesca densa di appuntamenti.
I capitoli in cui si suddivide il film-concerto sono preceduti da un titolo annunciato da simboli di astri e pianeti. L’avviso che lo spettacolo contiene immagini che potrebbero urtare un pubblico sensibile cela probabilmente la speranza che urti anche tutti gli altri, perché dovrebbe, e perché il viaggio che si intraprende è sì costellato di tanti luoghi, scene e protagonisti, ma è soprattutto un viaggio intestino, al chiuso dei meandri bui dell’animo umano. Le prime immagini sono luminose: entra il giorno nelle camere dell’ospizio, ma un vecchio “allettato” si tira sul viso con le mani ossute un fazzoletto. Un’anziana è assopita sotto il casco, altri vecchi sono parcheggiati in saloni colorati dove campeggiano cartelloni con filastrocche bambine; la cifra fotografata è l’assopimento indotto in attesa del sonno eterno. Nonni che diventano dei tossici, ma qui è consentito e va bene, purché non disturbino le nostre giornate impegnate. Nessuna mancanza di cura, si intravedono atti gentili, gesti sapienti da fisioterapia, lenzuola pulite, ma risuona forte la crudezza dell’abbandono, insieme al rifiuto della vista del deperimento e della morte, come se così non esistessero; è un tabù moderno questa fragilità finale che non si vuole vedere, sfocata dietro vetri oscurati — i bambini tanto carini, tutti lì attorno a lallare con loro, ma i vecchi, che avrebbero tante cose da dire, anche se lo fanno in refrain... La denuncia emerge vivida, amara, amplificata dalla musica e da immagini bellissime, un’estetica raffinata percorre da sempre l’opera di Anagoor.
Il viaggio continua tra i colori sgargianti o da capinera della fede, anche qui oppiacei in ogni loro manifestazione; sulle note, treni corrono su binari che guardano a Oriente. I capitoli dedicati ai lager per animali sono anticipati da riprese che fanno vivere la nascita, la venuta al mondo, il lieto evento, ma la nascita in cattività è un atto di dolore; le riprese fanno emergere il carattere indifeso e docile di quelle che la Ortese chiamava “le piccole creature”, che finiranno presto torturate, scuoiate, macellate. Esseri viventi a nostro servizio, gli animali come le piante, l’intera natura al comando del padrone con gli zoccoli. Le immagini sono terribili e terribilmente belle, sempre a sottolineare il sacrificio e da che parte stia il sacro: ripetuta, si vede la scuoiatura di un bovino appeso a testa in giù che offre se stesso, carne e sangue, e fa cadere come un drappo la sua pelle. Chi resiste senza una lacrima è proprio un uomo. Anche di fronte al toro bianco dalla bellezza suprema, il simbolo della potenza imbavagliato e costretto a donare il suo seme per poter perpetuare lo sterminio. Qui come altrove l’atto d’accusa non ha bisogno di spiegazioni. Seguono delle riprese dall’alto di questi lager e di una campagna ferita, nessuna contraerea, si finisce a guardare da dentro il cratere del Vesuvio. La musica, ossessiva, alta, a tratti distorta e disturbante a sottolineare la drammaticità degli eventi, richiama alla mente bombardamenti, colpi di macete, suoni di campane, e poi arriva il vento. In un campo, lacrimano di latte alcune piante, e il polline si alza e si fa trasportare sospeso: altra vita in viaggio, magari diversa.
Nessuna retorica, non servirebbe, ma l’esperienza difficile che tutto il mondo sta attraversando non sembra avere cambiato certe attitudini umane alla brutalità e all’indifferenza, che sono poi due facce della stessa medaglia coniata nel buio. Un’operazione artistica così colta, curata e insieme toccante, che provi a sottolineare che sarebbe utile, che sarebbe bene almeno prenderne coscienza, e che si ingegna per ribadire — lo fa con coerenza da tempi non sospetti — è molto gradita.
Gli applausi composti del pubblico presente al Castello fanno sperare che si sia colto nel segno, gli spettacoli di Anagoor spesso innestano impatto e riflessioni a lungo termine, altrimenti è un triplo venti, ancor di più.
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